Altissima Luce…

Carissimi Cercatori,

anche quest’anno è Natale.

Al giorno d’oggi, gli studiosi di liturgia non fanno più difficoltà a ricondurre la celebrazione del Natale alla festa pagana del “Sol Invictus“. Noi conosciamo numerosi esempi di questa politica di conquista cristiana per rimpiazzare ed annettere anziché distruggere o farne anatema. Gesù non è egli medesimo il vero “Sole di Giustizia“, il “Sol Levante “, cantato mediante il Benedictus? La festa del Sol Invictus si aggancia essa stessa al Solstizio d’Inverno, in un periodo in cui il sole sembra iniziare una lenta ascensione“. Queste sono le parole del reverendo padre Roguet, nel suo libro: “L’Office et les Messes de Nöel”, pubblicato per le Editions du Cerf nel 1946 con tanto di imprimatur ecclesiastico. Ce lo racconta Eugene Canseliet in un suo articolo, inedito in Italia, “Réflexions alchimiques sur la Nativité” pubblicato nel 1998 in appendice alla terza edizione di Deux Logis Alchimiques da J.-C. Bailly.

Poco più avanti Canseliet ricongiunge il mito del Sol Invictus con Cristo e il Cammino della Luce, ricordando il Protovangelo di Giacomo ed il Vangelo dello pseudo Matteo, secondo i quali nella grotta del Salvatore “non vi era mai stata luce, ma sempre tenebra“. Finché Maria non dà alla luce il bambino e risplenderà così la Luce Divina, rendendo ‘la notte luminosa come il giorno’ (ibidem).

Forse Canseliet, se avesse avuto maggiore dimestichezza con le tradizioni italiane, in particolare quella della musica napoletana, avrebbe facilmente riconosciuto questo concetto nel testo di Alfonso Maria de’ Liguori, autore del canto dal titolo “Quanno nascette Ninno“, progenitore del decaduto “Tu scendi dalle stelle“, in cui restano le vestigia della sola grotta, e figlio del certamente più nobile ‘He shall feed His flock‘ che Haendel ha inserito nel suo Messiah. Il canto di Sant’Alfonso inizia infatti così: “Quanno nascette Ninno a Betlemme era notte, parea miezojuorno”. E prosegue, a sancire l’ulteriore corrispondenza con l’allegoria ermetica: “Maje le stelle lustre e belle se vedettero accussì“ quasi a testimoniare un aumento improvviso della Luce, e poi “E a cchiù lucente jette a chiamà li Magge a l’Urïente”.

Non stupisca quindi la ricchezza di brani sacri (mottetti soprattutto, ma anche poi laudi) con cui la celebrazione della Natività, che la Chiesa usa per ricomprendere tutte le tradizioni sapienziali del Cammino della Luce, viene declinata mediante termini indicanti il Messia quali “Lux lucis, “Siderum lucis“, “Altissima Luce“ (Laudarium Cortonensis), “Lucis creator” (Praetorius, Asola), et caetera, né viene dimenticato il cammino dei Saggi (o dei Magi) nel seguitare la Stella, la quale rappresenta il “segno dell’onnipotente“ secondo Eireneo Filalete  (Introitus) che guida l’Alchimista verso la sua meta.

Aggiungerei che a volte anche la Vergine Maria è paragonata ad una stella: è così nel mottetto iniziale in discanto di scuola inglese di John Cooke, ‘Stella celi‘. D’altra parte, dal punto di vista ermetico, conferma l’unicità della Materia, con la coincidenza della madre-mater-materia e della stella che vi compare al momento opportuno. Una Res…

Ma è una Luce piena di Fuoco: ancora Canseliet ci rammenta che Cristo è venuto “a mettere il fuoco nella terra“ (che è oscura e tenebrosa, e solo così può essere fecondata dalla Luce, come la grotta).

Sempre Canseliet, infine, ci viene in soccorso associando il canto degli Angeli, udito dai pastori a grande distanza, con quello (accompagnato da strumenti!) delle Muse che circondano Apollo, luminoso dio del Sole di cui Cristo ancora una volta mutua la simbologia, o meglio se ne appropria, che compaiono nel frontespizio del Musaeum Hermeticum, nell’edizione del 1677 a Francoforte presso Hermann Sande.

E l’Arte di Musica, si sa, è l’Alchimia.

Buon Natale, buon Solstizio, buon Cammino della Luce, buon Santa Lucia…

Chemyst

Tu solus…

Carissimi,
probabilmente, dopo aver letto questo post, penserete che il caldo fa brutti scherzi. Prendetelo quindi come un post estivo, di un’estate in cui controllo delle temperature deve essere sfuggito al Trickster di turno, così come quello della primavera, ma questo – per quanto attinente alle nostre cose – è un altro discorso.
Bene, nel cercare un brano da adattare ad una formazione di quattro flauti dolci, di carattere accordale ma che fosse anche bello, mi sovviene il brano di Josquin DesprezTu solus qui facis mirabilia’.
È un testo che di fondo afferma la fedeltà del cristiano a Nostro Signore, con la ripetizione di quel “solus“ ostinato e frequente, sia per la caratteristica dell’azione divina, sia per l’esclusività della fede del cristiano. E dunque il “solus – solum“ la chiave di lettura alchemica di questo brano, suddiviso in due parti nelle raccolte più comuni, ma presente nella sola prima parte come mottetto di sostituzione del Benedictus nella ‘Missa d’ung aultre amer’ dello stesso Josquin, scritta sul materiale sonoro dell’omonima chanson di Johannes Ockeghem.
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Qui le cose iniziano a farsi interessanti: la citazione della chanson di Ockeghem nel mottetto di Josquin compare solo nella versione in due parti, quella per intendersi pubblicata in autonomia dalla messa, e come un “tropo“ (al contrario) inserita con le parole francesi nel contesto dei versi latini. Faccio inoltre notare che il senso del testo della chanson è del tutto coerente e consonante con il motto “Aultre n’auray’ del duca di Borgogna Filippo il Buono, fondatore del Toson D’Oro e grande mecenate della musica, oltreché probabile alchimista al pari del suo cugino, il duca del Berry.
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Una delle più note immagini del libro ‘Très riches heures du Duc de Berry’

 

Ockeghem non ha servito i duchi di Borgogna, ma è stato più volte a Bruges, ed il più stimato dei cantori del Ducato è stato Busnoys, suo allievo, il quale scrive una “A vous sans autre“, un bellissimo canone a tre voci, ancora una volta del medesimo senso del motto ducale. Lo stesso fecero van Ghizeghem e Morton, come Busnoys compositori di corte e poi ‘Valets de chambre‘ di Carlo l’Ardito, successore di Filippo.
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A chi fosse rivolta la fedeltà del duca Filippo (e dei suoi musicisti) ce l’ha spiegato Eugene Canseliet. Desprez, dal canto suo, riprende e tramanda nel suo tempo la  chanson di Ockeghem, suo Maestro, e l’associa a questo mottetto, conservandone intatto il senso. Ancora una volta mi chiedo: a chi si rivolge Desprez? A Gesù Cristo, in tutta evidenza. È una risposta logica.
Ma vediamo un po’ il testo:
Tu solus qui facis mirabilia,
Tu solus Creator, qui creasti nos,
Tu solus Redemptor, qui redemisti nos
sanguine tuo pretiosissimo.

Ad te solum confugimus,
in te solum confidimus
nec alium adoramus,
Jesu Christe.

Ad te preces effundimus
exaudi quod supplicamus,
et concede quod petimus,
Rex benigne.

+       +       +

D’ung aultre amer,
Nobis esset fallacia:
D’ung aultre amer,
Magna esset stultitia et peccatum.

Audi nostra suspiria,
Reple nos tua gratia,
O rex regum,
Ut ad tua servitia
Sistamus cum laetitia
in aeternum.

Il quinto versetto, ed anche il sesto, forse assieme alle alte temperature di oggi, mi hanno fatto pensare: “Ad te solum confugimus“. Presso te solo ci rifugiamo. Benissimo. Ma “solum“ è anche la terra: “in te, terra, confidiamo“ è il versetto successivo. La terra, una terra! Una sostanza? Ora che siamo in ballo, con un po’ di fantasia, se quei “solus“ all’inizio fossero “solum“, ecco una “terra che fa meraviglie“, la nostra materia prima, ecco una terra che (ci) crea (Adamo fu creato dalla terra) e che ci redime. Come? Per mezzo del suo preziosissimo sangue (ovvero, alchemicamente, lo zolfo).
Ecco allora che ad essere “redenti “sarebbero i metalli imperfetti, per mezzo di uno zolfo che ne trasmuta la forma.
Dite che è il caldo? Mah, chissà, potreste aver ragione…
Buona estate!
Chemyst
Inviato da iPhone

Racconti sonori e d’alchimia

Cari Cercatori,

per chi volesse e potesse, una seconda presentazione del libro di Luca Dragani ‘Racconti sonori e d’alchimia‘ ci sarà in data 24 maggio alle ore 19 presso IBS Center a Pescara in via Teramo 65 (angolo via De Gasperi).

L’incontro sarà moderato dal prof. Massimo del Pizzo, già docente di Letteratura Francese all’Università di Bari e fecondo scrittore di racconti, e vedrà la partecipazione dell’editore, Arturo Bernava, titolare delle Edizioni IlViandante.

 

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Ci saranno anche interventi musicali a cura del Dystico Duo, costituito dallo stesso Luca Dragani e da Roberto Torto, con musiche scritte per due flauti dolci.

L’ingresso è libero.

Chemyst

Raccontare l’Alchimia…

Cari Cercatori,

esce in questi giorni, per i tipi de IlViandante, il volume ‘Racconti sonori e d’alchimia‘ di Luca Dragani, composto da sei racconti che potremmo definire ‘fantastorici‘ preceduti da un saggio dal titolo ‘Influssi dell’Alchimia sulla musica del Rinascimento‘ e seguiti da una ‘Admonitio ad Philomusicum‘ come fece a suo tempo Maier per la sua Atalanta Fugiens.

Il saggio illustra alcune delle riflessioni che sono note ai lettori di questo blog, partendo dalle citazioni musicali e testuali presenti in Fulcanelli e Canseliet ed anche nel sorprendente Rabelais con composizioni del periodo Rinascimentale, prevalentemente di area Franco-Fiamminga.

In copertina è riportata la celebre immagine di Jacques de Senlecques che fece da frontespizio al ‘Traité de l’Eau de Vie ou anatomie theorique et pratique di Vin‘ di J. Brouaut, che rappresenta una felice sintesi di simbologie alchemiche e musicali.

I racconti sono tutti, tranne uno, ambientati fra Quattrocento e Seicento, ed i protagonisti, tranne rare eccezioni, sono personaggi realmente esistiti; vengono chiamati con il solo nome per lasciare al Lettore il divertimento di scoprire di chi possa trattarsi.

La musica è presente con gli incipit delle composizioni citate, così che i musicisti saranno in grado di ricostruire a mente le atmosfere ‘sonore’ di ciò che accade nella narrazione. C’è anche, qua e là, sparso qualche riferimento alchemico e non solo, ed anche qui qualche lettore che ne possieda la chiave di lettura potrà riconoscerlo.

In ogni caso, avverte l’Autore in coda al saggio, l’intenzione non è quella di insegnare (non ci sono maestri in Alchimia) ma quella soltanto di offrire ‘il frutto di una curiosa osservazione dal duplice punto di vista di un musicista che guarda l’Alchimia e di un alchimista che guarda la Musica con stupore, meraviglia e una buona dose di divertimento‘.

È prevista una prima presentazione il prossimo 7 aprile, Luna Nuova da pochissimo, a Chieti presso il Museo Universitario sito in Viale IV Novembre, dalle ore 17:00. Saranno presenti l’autore assieme all”editore Arturo Bernava e a due musicisti del Fairy Consort, Luca Matani, violino e Antonio Larcinese, tiorba.

Una felice occasione di incontro.

A presto dunque,

Chemyst

Luna…

Cari Cercatori,

in questi tempi prosaici, a pochi importa che fra un’ora circa la Primavera apra la danza del rinnovamento del mondo.

Pochissimi, poi, colgono il legame fra Primavera e Luna. Di solito, sono presi per pazzi.

A costoro, con l’affetto di un Fratello, dedico una breve poesia.

Notti di Luna

Amica cornuta,

scende propizia

la tua doppia luce

nera e feconda,

bianca e volatile,

sul mio Fuoco acceso.

Attendo e spero.

Bagliori aranciati

di fiamme ardenti

non bastano.

Marte è più forte

e l’Ariete terrestre

necessita del Fratello del Cielo.

Attendo e spero.

Colo la materia ardente

sento la vampa terribile

del suo calor bianco:

ha lasciato il ragno

il labirinto di Chartres?

Attendo, e spero

Davvero, auguro di cuore a voi pochi che

“Sidera Veneris et Corniculatae Dianae vobis propitiae sunto!”

Chemyst

Hevene Quene…

Cari Amici,

da un po’ questo blog tace. E’ sempre più difficile, per me, scrivervi, e le occasioni per trovare il tempo necessario sono sempre più rare. Di cose da dire ce ne sarebbero, ma è bene non farlo con superficialità, per questo preferisco diradare i post se posso privilegiare qualcosa di valido.

D’altra parte, di Alchimia trovate altrove chi ne sa di più, ed anche chi è convinto di saperne di più. Io da parte mia sono convinto di saperne poco, e più avanzo più scopro una materia delicatamente complessa: come d’altronde potrebbe non essere, se essa descrive l’essenza stessa del mondo, anzi, di questo mondo e quell’altro?

Tuttavia, accontentiamoci delle briciole: esse aiutarono Pollicino, e sono sempre utili.

Il tempo è quello di Natale, ed oltre a fermarci come fa il Sol Invictus a considerare quel che è stato e quel che sarà, ascoltiamo sempre con caldo affetto le musiche del periodo. Fra queste, trovo straordinaria una semplice melodia a due voci del tempo antico, scritta nel lontano XIII secolo nella lontana Inghilterra: si tratta di Edi beo thu, una nenia dal sapore pastorale, che tuttavia ha un’importanza musicale non banale.

Metto un paio di versioni, le migliori che ho trovato, anche se una ‘troppo colta’ (la seconda) e l’altra più fedele, ma con un bordone aggiunto che, in fondo, tradisce la vera spinta innovativa di questo canto, all’apparenza semplice.

Si tratta in realtà di un canto devozionale (non liturgico, forse paraliturgico) dedicato alla Vergine Maria (Hevene quene sta, in Inglese medio, per Heaven’s queen), e quindi non strettamente natalizio: tuttavia il suo carattere pastorale ce lo avvicina alle pive che immaginiamo debbano adornare ogni presepe, ed il suo ritmo dolcemente binario ma su base ternaria (ad ulteriore testimonianza della sua antichità) ci culla amorevolmente.

D’altra parte, molto del miracoloso insito nella Nascita del Redentore sta nel fatto che essa sia avvenuta tramite la Vergine Maria, la Virgo un tempo Paritura, la Figlia che partorì il Padre, la straordinaria creatura che fu la tempo stesso Madre di Dio, Figlia di Dio ed in quanto tale Sorella di Cristo.

Il testo, traslato in inglese moderno, suona così:

Blessed are you, queen of heaven, people’s comfort and angels’ bliss,
Mother unblemished, maiden pure, such in this world none other is.
It is clear for all to see, of all women, you have the prize.
My sweetest lady, hear my prayer, have pity on me if your will it is.

You ascend as the ray of dawn which rises out of the darkest night.
From you springs new illumination, bathing the whole creation in light.
There is no maid of your complexion, fair and beautiful, fresh and bright.
Sweet lady, on me have compassion and have mercy on me, your knight.

Blossom sprung from a single root, the Holy Ghost made you heavenly queen.
That was for the good of all people, for our eternal souls to redeem.
Lady, mild, soft and sweet, I cry for mercy, I am your man,
Both hand and foot and all completely, serving you in all ways that I can.

You are earth’s goodly seed, on you falls the heavenly dew.
From you springs the blessed fruit the Holy Ghost has sown in you.
You bring us out of care and dread that Eve so bitterly for us brewed.
You shall us into heaven lead, so well sweet is that heavenly dew.

Mother, full of noble virtue, maiden so patient, lady so wise.
I am in your love now bonded, and for you is all my desire.
Shield me from the fiend of hell, as you are noble, and may and will
Help me till my life is ended, reconcile me to your son, his will.

E’ un testo accoratamente devoto, che un Cavaliere rivolge alla Vergine Maria. Tuttavia, alcune espressioni ricordano quelle mutuate dal linguaggio alchemico per parlare della materia, dello spirito universale, del figlio celeste… c’è spesso citata la Luce, ‘Tu sorgi come il raggio dell’alba che sortisce dalla notte più nera‘ mi pare ad esempio molto significativo: mi riporta immediatamente in mente il titolo del trattato di Santinelli, Lux obnubilata suapte natura refulgens. E dice ‘dalla notte più nera‘: parla, direte, del Solstizio d’Inverno, e ci sta, siamo a Natale, le notti, soprattutto al nord, sono lunghe… oppure parla del ‘nero nerissimo‘ necessario a che sorga la Lux?

Anche la Rugiada ricorre, ed è ‘heavenly‘, proprio una ‘Rugiada celeste’! E serve a far sbocciare il seme nella terra, così come lo Spirito Santo fa nascere il Figlio benedetto dal suo ventre: ed anche questa metafora la conosciamo bene, Lucarelli ci dice che per fare un Figlio di Dio ci vuole una Vergine Immacolata…

In questi giorni oscuri, dunque, ci sia di conforto la preghiera del fedele Cavaliere che sotto le spoglie di un’ingenua passione ci tramanda, mediante una dolce polifonia arcaica (ma quanto importante! Da musica così nacque, per l’uso sapiente che fece Dunstable delle terze, addirittura la Scuola Fiamminga! Ma questa è un altra storia…) insegnamenti preziosi, piccole briciole per noi perduti Pollicini testardi ed altrettanto devoti alla Bianca Dama dei nostri sogni.

Chemyst

Auguri

Cari Amici e Fratelli,

il tempo corre, la vita non lascia tregua. Il Natale, d’un tratto, è trascorso… resta la possibilità, in attesa della prossima, canonica Epifania, di augurarsi vicendevolmente un Buon Anno, contro ogni timore e contro tutte le oscurità che si addensano.

Vi esorto a coltivare caparbiamente il gusto per il meraviglioso, come diceva Lucarelli: ‘Dovete restare stupefatti!’.

Per questo vi lascio con questo ‘O come, all ye faithful‘ (Adeste fideles) nella grandiosa versione di Sir Vaughan-Williams.

https://youtu.be/WabVoWUWruc

Un abbraccio particolare ai Compagni di Cerca, a quelli veri e sinceri, a ‘noi pochi, noi pochi e felici, noi banda di fratelli, noi sette per sempre uniti in cerca della Luce.

Chemyst

L’ultimo dì de maggio

Carissimi,

di Rugiada di Maggio abbiamo già parlato, ed esplorato brani musicali antichi che contenessero nel loro testo sia l’uno che l’altro termine: chi volesse tornare a darvi un’occhiata (sempre utile) troverà l’articolo qui.

Oggi però sono rimasto colpito da un brano in italiano, di Sebastiano Festa (da non confondere con Costanzo, il ‘Fiammingo’ d’Italia) dal titolo ‘L’ultimo dì de maggio‘, a 4 voci miste, dal sapore giocoso ed amoroso al tempo stesso.

Mentre ascoltate il brano,

se volete, sorridete con me leggendo (voi che conoscete il valore delle parole) il relativo testo:

L’ultimo dì de maggio,
Un bel mattino per la fresca rosata
Se n’andava la bella allo giardino
Da vinti damigelle accompagnata;
Ogni una innamorata,
Gentil, accorta e bella.
Tandaridondella.
Oimè, che l’è pur quella
Che m’ha ligato il cor
Che me l’ha tolto
Con la beltà del suo splendente volto.

Una canzonetta amorosa, mi direte. E’ corretto: anche l’incipit è quello della ‘canzone alla francese’ anche se con valori rapidi. Tuttavia, il testo mi induce a qualche considerazione che, con una buona dose di fantasia, potrebbe avere risvolti dell’altra Arte che mi appassiona, ovvero l’Alchimia.

Le parole chiave sono: maggio, il mattino, la ‘rosata’ ed il giardino.

Di maggio si è scritto tanto: la rugiada di maggio (La rousee du mois de May) è il titolo di tre Chanson di cui parlammo già, la prima anonima del Quattrocento, la seconda che ne riprende il tema è firmata da Richafort e la terza dal grande Jean Mouton.

Più interessante è la ‘rosata‘, translitterazione (più che traduzione) del francese Rosee (o Rousee nel francese rinascimentale), che suggerisce un ipotetico verbo ‘rosare‘, ovvero fare qualcosa con una rosa. Orbene, la Rosa è uno dei simboli della Grande Opera, ed il Rosario dei Filosofi il titolo di un notissimo trattato antico. Rosario è anche il nome del giardino di rose (il Roseto), così come il recitare un certo numero di preghiere per la Vergine Maria (e maggio è il mese della Madonna), simboleggiando la corona di rose che può adornare il capo della Madonna (ma non erano stelle?) ed in ogni caso l’oggetto (una collana di grani utile per contare le relative preghiere). Questa del Rosario è una ramificazione interessante, che potrebbe magari essere spunto di osservazioni e commenti oppure di un filone autonomo di ricerca: noi stavamo peraltro occupandoci della ‘rosata’, definita ‘fresca‘, e che quindi si riferisce ad un abbondante spandimento di rugiada sui campi e naturalmente anche sui giardini.

Ma torniamo al brano musicale: la ‘bella‘, dopo la ‘fresca rosata‘ entra in un giardino. Lo fa accompagnata da venti damigelle, ognuna delle quali è innamorata, ovvero piena d’amore. Eppure lui, l’innamorato, ha occhi solo per lei, la ‘bella‘, che dev’essere di ben più alto lignaggio e forse di gran lunga più bella delle altre venti, che pure sono gentili, accorte  e belle… Lei no, lei è di più, lei gli ha prima ligato e poi tolto il cor ‘con la beltà del suo splendente volto‘.  Par di vederla, mentre gli sfila davanti per recarsi in un luogo, a lui precluso, un giardino, assieme alle damigelle. Precluso forse poiché son tutte donne e lui un uomo. ‘Nature‘ opposte.

Oppure potrebbe essere che il nostro Poeta non possieda, semplicemente, la chiave per accedere all’Hortus Conclusus, al Giardino dei Filosofi: perché l’immagine di una figura femminile la cui bellezza supera quella delle altre, fa pensare alle personificazioni della stessa Alchimia, spesso descritta come una Dama dalla bellezza assoluta, spesso sans merci, altre volte affascinante e caritatevole come la Ninfa Celeste di Cyliani.

Ebbene, questa Dama ha ligato prima e poi tolto il cuore dell’innamorato: se pensiamo che in Alchimia al cuore è associato lo Zolfo (posto nel vero centro del corpo minerale, come il cuore lo è dentro il corpo umano) allora non ci riuscirà difficile leggere questa canzonetta di Festa come un’operazione alchemica, con materie, condizioni esteriori, adiuvanti bellamente velati sotto gradevolissime e raffinate sonorità.

Buoni Lavori a tutti!

Chemyst

 

I N R I

Cari Fratelli,

come ogni anno, Natura apre la porta a chi non ha paura di credere nel meraviglioso. Come ogni anno, l’Equinozio e la Luna determinano l’inizio dei Lavori filosofici, tanto quanto per la determinazione della data della Pasqua: le due date, in qualche modo, si muovono parallele.

 

Fulcanelli, a proposito della Festa Asinaria, cita i versi:

Haec est clara dies clararum clara dierum,

Haec est festa dies festarum  festa dierum

 

*

*       *

 

D’altra parte, la Crocifissione di Nostro Signore può leggersi, con gli occhi di un Alchimista, come una grande metafora dell’Opera.

Non c’è tempo, oggi, per analizzarla a fondo: mille piccole messe a punto nei nostri Laboratori ci tengono occupati. Ricordo solo, con l’auspicio per chi cerca con sincerità di esserne veramente parte, come l’Alchimista legge l’acrostico cristiano INRI:

Igne Natura Renovatur Integra

Che sia stagione propizia a chi cerca con lo sguardo sincero di un bimbo!

 

Chemyst

È ancora Natale…

Cari Cercatori,

che anno strano il 2017! Volendo, come ogni anno, ritrovarci virtualmente qui per auguri e buoni pensieri, alla luce delle proprie esperienze, quello che posso dirvi è che di questo strano anno l’impressione più forte che ne riporto è la confusione.

“Ti sei perso?“ chiederà qualcuno. Forse, per un po’, i sentieri della Natura sono molteplici, qualcuno fa ampi giri, si avvolge a spirale in dimensioni inconsuete per poi portarti là dove dovresti essere, magari più ricco anche se più confuso.

Sono accadute tante cose, a me ed intorno a me, belle e brutte: i disegni di Natura sono a volte incomprensibili, spietati, al punto che se anche fossi restato fermo sul Cammino, oggi direi di essere fortunato e benvoluto. Allora ecco, il primo pensiero di questo Natale vada ai meno fortunati fra i Cercatori, a coloro che subiscono incomprensibili destini lungo questa Via impervia e perigliosa.

È stato un anno, anche, in cui mi sono prodigato per una maggiore coesione fra di noi, ma con pochi, effimeri risultati. Peccato, tanti uomini buoni e capaci restano divisi da muri di carta risibili eppure efficaci. Chissà, un giorno forse ci si renderà conto del tempo perso e delle gioie che si sarebbero potute condividere. Ad esempio, questo Natale avrebbe potuto essere più ricco e variegato, con più fratelli stretti assieme a darsi forza… Ma va bene così, con Enrico posso dire ancora una volta “We few , we happy few, we band of Brothers”, ovvero che sono contento di essere parte di una piccola ma felice banda di fratelli.

Dunque abbracciamoci ancora, con questa antica Carola inglese dal testo latino, la cui bizzarra scansione ritmica suggerisce di indagare meglio la sua struttura testuale:

Gaudete, christus est natus

Gaudete, gaudete

Christus est natus

Ex Maria Virgine

Gaudete

È proprio la musica che ci guida a sistematizzare questo testo, scandendo le sue nove parole in sette gruppi sillabici di tre: tre “numeri sacri“ dunque sono fissati dalla musica in questo testo apparentemente semplice e pure metricamente zoppicante.

Le strofe recitano invece:

Tempus adest gratiae

Hoc quod optabamus

Carmina laetitiae

Devote reddamus

 

Deus homo factus est

Natura mirante

Mundus renovatus est

A Christo regnante

 

Ezechielis porta

Clausa pertransitur

Unde lux est orta

Salus invenitur

 

Ergo nostra concio

Psallat iam in lustro

Benedicat Domino

Salus Regi nostro

 

Sia il refrain che le strofe sono piccoli scrigni di tesori per il Cercatore attento, o il Sognatore, secondo qualcuno dei nostri fratelli del Nord: ad esempio non sfuggirà che attorno al miracolo del parto virginale di Maria, allegoria del nostro operare alchemico, il “gaudete“ sia triplice.

Suggestiva di un certo modo di operare poi è la prima strofa: “Viene il tempo della grazia, ciò che speravamo, devotamente rendiamo Carmi di Letizia”. È molto consonante la successiva, laddove “Dio è fatto uomo con meraviglia della natura, il mondo si rinnova da Cristo regnante“, dove sia il rinnovamento, specificato nel cartiglio della stessa croce del redentore martire, sia lo “stupore della stessa natura“ sono enunciati cardine della nostra Dottrina.

La strofa successiva contiene un riferimento biblico preciso, ad Ezechiele 44,1-3: “1Mi condusse poi alla porta esterna del santuario dalla parte di oriente, essa era chiusa 2mi disse: “questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno mi passerà, perché c’è passato il Signore, Dio di Israele. Perciò resterà chiusa. 3Ma il principe, il principe siederà in essa per cibarsi davanti al Signore, entrerà dal vestibolo della porta e da essa uscirà“. Dunque in una Carola delle Piae Cantiones del 1582 (ma la raccolta comprende brani molto più antichi di quella data) si accenna alla possibilità di oltrepassare la porta di Ezechiele, da cui “è sorta la luce“ e dove “si trova la salvezza“, avendo però dunque conseguito uno status di “principe“. Dice inoltre che di qui è sorta la luce: oltre ad un non banale riferimento al suo orientamento, sembra quasi di enunciare l’equivalenza fra il Signore e la luce. Ciò aggiunge significati sia al rito Cristiano, sia alle nostre Operazioni.

Per concludere vi è una strofa di commiato:  “La nostra supplice sia già esaltata per un lungo periodo (lustro), sia benedetto il Signore, salute al nostro Re“. Tuttavia, una piccola escursione sulla parola “lustro“non sarà peregrina né inutile: Pianigiani, che nel suo Dizionario ripercorre alle radici dell’etimo ogni termine, ci rammenta che il primo significato di “lustro“ è “lucentezza“, come aggettivo “lucido“, “splendente“. Poi lo connette a “lustrare“ (purificare) facendolo derivare da “luere“ ossia lavare, aspergere, pur citando il diverso parere di Georges che invece la deriva dalla radice LUK, “splendere“ (come lux, aggiungo io). Cita anche Varrone il quale lo riconduce al greco “luein”, che significa, guarda un po’, “sciogliere“, anche nel senso di “pagare il debito“ poiché ogni cinque anni (un lustro) si pagavano i Censi. Il periodo di cinque anni deriva dal periodismo dei censimenti della popolazione che veniva radunata nel Campo Marzio, e dai sacrifici che ogni cinque anni così venivano offerti, con il significato di “purificazione“, onde le “acque lustrali“, care ad ogni Alchimista.

Un ultimo cenno, doveroso, va alle ‘Piae Cantiones‘, una raccolta di 74 Inni latini medievali provenienti da tutta Europa, soprattutto settentrionale e centrale, e dalla Finlandia, raccolte da Teodoricus Petrus Nydolensis e pubblicate a cura di Jacobus Finno, come accennato nel 1582 a Greifswald , oggi in Germania, e destinato agli studenti della cattedrale di Turku in Finlandia, allora sotto il dominio della Svezia. Curiosamente Teodoricus era cattolico e Finno luterano, e quest’ultimo alterò i testi in modo da renderli, secondo gli studiosi, ortodossi alla propria fede. Secondo i medesimi studiosi, a volte il risultato era “incomprensibile“. Questa nota mi fa sorridere: non lo sono anche molti dei nostri amati testi? E se lo scopo fosse stato diverso? Fra le coincidenze temporali, nello stesso anno esce il più bell’esemplare dello Splendor Solis. Esistono le coincidenze? Ci mediterei su.

Non resta, ora, che augurare a tutti, contro ogni divisione o fato avverso, un sereno Natale di pace e speranza, inizio di un cammino di luce per un proficuo anno nuovo.

Chemyst