L’ultimo dì de maggio

Carissimi,

di Rugiada di Maggio abbiamo già parlato, ed esplorato brani musicali antichi che contenessero nel loro testo sia l’uno che l’altro termine: chi volesse tornare a darvi un’occhiata (sempre utile) troverà l’articolo qui.

Oggi però sono rimasto colpito da un brano in italiano, di Sebastiano Festa (da non confondere con Costanzo, il ‘Fiammingo’ d’Italia) dal titolo ‘L’ultimo dì de maggio‘, a 4 voci miste, dal sapore giocoso ed amoroso al tempo stesso.

Mentre ascoltate il brano,

se volete, sorridete con me leggendo (voi che conoscete il valore delle parole) il relativo testo:

L’ultimo dì de maggio,
Un bel mattino per la fresca rosata
Se n’andava la bella allo giardino
Da vinti damigelle accompagnata;
Ogni una innamorata,
Gentil, accorta e bella.
Tandaridondella.
Oimè, che l’è pur quella
Che m’ha ligato il cor
Che me l’ha tolto
Con la beltà del suo splendente volto.

Una canzonetta amorosa, mi direte. E’ corretto: anche l’incipit è quello della ‘canzone alla francese’ anche se con valori rapidi. Tuttavia, il testo mi induce a qualche considerazione che, con una buona dose di fantasia, potrebbe avere risvolti dell’altra Arte che mi appassiona, ovvero l’Alchimia.

Le parole chiave sono: maggio, il mattino, la ‘rosata’ ed il giardino.

Di maggio si è scritto tanto: la rugiada di maggio (La rousee du mois de May) è il titolo di tre Chanson di cui parlammo già, la prima anonima del Quattrocento, la seconda che ne riprende il tema è firmata da Richafort e la terza dal grande Jean Mouton.

Più interessante è la ‘rosata‘, translitterazione (più che traduzione) del francese Rosee (o Rousee nel francese rinascimentale), che suggerisce un ipotetico verbo ‘rosare‘, ovvero fare qualcosa con una rosa. Orbene, la Rosa è uno dei simboli della Grande Opera, ed il Rosario dei Filosofi il titolo di un notissimo trattato antico. Rosario è anche il nome del giardino di rose (il Roseto), così come il recitare un certo numero di preghiere per la Vergine Maria (e maggio è il mese della Madonna), simboleggiando la corona di rose che può adornare il capo della Madonna (ma non erano stelle?) ed in ogni caso l’oggetto (una collana di grani utile per contare le relative preghiere). Questa del Rosario è una ramificazione interessante, che potrebbe magari essere spunto di osservazioni e commenti oppure di un filone autonomo di ricerca: noi stavamo peraltro occupandoci della ‘rosata’, definita ‘fresca‘, e che quindi si riferisce ad un abbondante spandimento di rugiada sui campi e naturalmente anche sui giardini.

Ma torniamo al brano musicale: la ‘bella‘, dopo la ‘fresca rosata‘ entra in un giardino. Lo fa accompagnata da venti damigelle, ognuna delle quali è innamorata, ovvero piena d’amore. Eppure lui, l’innamorato, ha occhi solo per lei, la ‘bella‘, che dev’essere di ben più alto lignaggio e forse di gran lunga più bella delle altre venti, che pure sono gentili, accorte  e belle… Lei no, lei è di più, lei gli ha prima ligato e poi tolto il cor ‘con la beltà del suo splendente volto‘.  Par di vederla, mentre gli sfila davanti per recarsi in un luogo, a lui precluso, un giardino, assieme alle damigelle. Precluso forse poiché son tutte donne e lui un uomo. ‘Nature‘ opposte.

Oppure potrebbe essere che il nostro Poeta non possieda, semplicemente, la chiave per accedere all’Hortus Conclusus, al Giardino dei Filosofi: perché l’immagine di una figura femminile la cui bellezza supera quella delle altre, fa pensare alle personificazioni della stessa Alchimia, spesso descritta come una Dama dalla bellezza assoluta, spesso sans merci, altre volte affascinante e caritatevole come la Ninfa Celeste di Cyliani.

Ebbene, questa Dama ha ligato prima e poi tolto il cuore dell’innamorato: se pensiamo che in Alchimia al cuore è associato lo Zolfo (posto nel vero centro del corpo minerale, come il cuore lo è dentro il corpo umano) allora non ci riuscirà difficile leggere questa canzonetta di Festa come un’operazione alchemica, con materie, condizioni esteriori, adiuvanti bellamente velati sotto gradevolissime e raffinate sonorità.

Buoni Lavori a tutti!

Chemyst

 

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I N R I

Cari Fratelli,

come ogni anno, Natura apre la porta a chi non ha paura di credere nel meraviglioso. Come ogni anno, l’Equinozio e la Luna determinano l’inizio dei Lavori filosofici, tanto quanto per la determinazione della data della Pasqua: le due date, in qualche modo, si muovono parallele.

 

Fulcanelli, a proposito della Festa Asinaria, cita i versi:

Haec est clara dies clararum clara dierum,

Haec est festa dies festarum  festa dierum

 

*

*       *

 

D’altra parte, la Crocifissione di Nostro Signore può leggersi, con gli occhi di un Alchimista, come una grande metafora dell’Opera.

Non c’è tempo, oggi, per analizzarla a fondo: mille piccole messe a punto nei nostri Laboratori ci tengono occupati. Ricordo solo, con l’auspicio per chi cerca con sincerità di esserne veramente parte, come l’Alchimista legge l’acrostico cristiano INRI:

Igne Natura Renovatur Integra

Che sia stagione propizia a chi cerca con lo sguardo sincero di un bimbo!

 

Chemyst

È ancora Natale…

Cari Cercatori,

che anno strano il 2017! Volendo, come ogni anno, ritrovarci virtualmente qui per auguri e buoni pensieri, alla luce delle proprie esperienze, quello che posso dirvi è che di questo strano anno l’impressione più forte che ne riporto è la confusione.

“Ti sei perso?“ chiederà qualcuno. Forse, per un po’, i sentieri della Natura sono molteplici, qualcuno fa ampi giri, si avvolge a spirale in dimensioni inconsuete per poi portarti là dove dovresti essere, magari più ricco anche se più confuso.

Sono accadute tante cose, a me ed intorno a me, belle e brutte: i disegni di Natura sono a volte incomprensibili, spietati, al punto che se anche fossi restato fermo sul Cammino, oggi direi di essere fortunato e benvoluto. Allora ecco, il primo pensiero di questo Natale vada ai meno fortunati fra i Cercatori, a coloro che subiscono incomprensibili destini lungo questa Via impervia e perigliosa.

È stato un anno, anche, in cui mi sono prodigato per una maggiore coesione fra di noi, ma con pochi, effimeri risultati. Peccato, tanti uomini buoni e capaci restano divisi da muri di carta risibili eppure efficaci. Chissà, un giorno forse ci si renderà conto del tempo perso e delle gioie che si sarebbero potute condividere. Ad esempio, questo Natale avrebbe potuto essere più ricco e variegato, con più fratelli stretti assieme a darsi forza… Ma va bene così, con Enrico posso dire ancora una volta “We few , we happy few, we band of Brothers”, ovvero che sono contento di essere parte di una piccola ma felice banda di fratelli.

Dunque abbracciamoci ancora, con questa antica Carola inglese dal testo latino, la cui bizzarra scansione ritmica suggerisce di indagare meglio la sua struttura testuale:

Gaudete, christus est natus

Gaudete, gaudete

Christus est natus

Ex Maria Virgine

Gaudete

È proprio la musica che ci guida a sistematizzare questo testo, scandendo le sue nove parole in sette gruppi sillabici di tre: tre “numeri sacri“ dunque sono fissati dalla musica in questo testo apparentemente semplice e pure metricamente zoppicante.

Le strofe recitano invece:

Tempus adest gratiae

Hoc quod optabamus

Carmina laetitiae

Devote reddamus

 

Deus homo factus est

Natura mirante

Mundus renovatus est

A Christo regnante

 

Ezechielis porta

Clausa pertransitur

Unde lux est orta

Salus invenitur

 

Ergo nostra concio

Psallat iam in lustro

Benedicat Domino

Salus Regi nostro

 

Sia il refrain che le strofe sono piccoli scrigni di tesori per il Cercatore attento, o il Sognatore, secondo qualcuno dei nostri fratelli del Nord: ad esempio non sfuggirà che attorno al miracolo del parto virginale di Maria, allegoria del nostro operare alchemico, il “gaudete“ sia triplice.

Suggestiva di un certo modo di operare poi è la prima strofa: “Viene il tempo della grazia, ciò che speravamo, devotamente rendiamo Carmi di Letizia”. È molto consonante la successiva, laddove “Dio è fatto uomo con meraviglia della natura, il mondo si rinnova da Cristo regnante“, dove sia il rinnovamento, specificato nel cartiglio della stessa croce del redentore martire, sia lo “stupore della stessa natura“ sono enunciati cardine della nostra Dottrina.

La strofa successiva contiene un riferimento biblico preciso, ad Ezechiele 44,1-3: “1Mi condusse poi alla porta esterna del santuario dalla parte di oriente, essa era chiusa 2mi disse: “questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno mi passerà, perché c’è passato il Signore, Dio di Israele. Perciò resterà chiusa. 3Ma il principe, il principe siederà in essa per cibarsi davanti al Signore, entrerà dal vestibolo della porta e da essa uscirà“. Dunque in una Carola delle Piae Cantiones del 1582 (ma la raccolta comprende brani molto più antichi di quella data) si accenna alla possibilità di oltrepassare la porta di Ezechiele, da cui “è sorta la luce“ e dove “si trova la salvezza“, avendo però dunque conseguito uno status di “principe“. Dice inoltre che di qui è sorta la luce: oltre ad un non banale riferimento al suo orientamento, sembra quasi di enunciare l’equivalenza fra il Signore e la luce. Ciò aggiunge significati sia al rito Cristiano, sia alle nostre Operazioni.

Per concludere vi è una strofa di commiato:  “La nostra supplice sia già esaltata per un lungo periodo (lustro), sia benedetto il Signore, salute al nostro Re“. Tuttavia, una piccola escursione sulla parola “lustro“non sarà peregrina né inutile: Pianigiani, che nel suo Dizionario ripercorre alle radici dell’etimo ogni termine, ci rammenta che il primo significato di “lustro“ è “lucentezza“, come aggettivo “lucido“, “splendente“. Poi lo connette a “lustrare“ (purificare) facendolo derivare da “luere“ ossia lavare, aspergere, pur citando il diverso parere di Georges che invece la deriva dalla radice LUK, “splendere“ (come lux, aggiungo io). Cita anche Varrone il quale lo riconduce al greco “luein”, che significa, guarda un po’, “sciogliere“, anche nel senso di “pagare il debito“ poiché ogni cinque anni (un lustro) si pagavano i Censi. Il periodo di cinque anni deriva dal periodismo dei censimenti della popolazione che veniva radunata nel Campo Marzio, e dai sacrifici che ogni cinque anni così venivano offerti, con il significato di “purificazione“, onde le “acque lustrali“, care ad ogni Alchimista.

Un ultimo cenno, doveroso, va alle ‘Piae Cantiones‘, una raccolta di 74 Inni latini medievali provenienti da tutta Europa, soprattutto settentrionale e centrale, e dalla Finlandia, raccolte da Teodoricus Petrus Nydolensis e pubblicate a cura di Jacobus Finno, come accennato nel 1582 a Greifswald , oggi in Germania, e destinato agli studenti della cattedrale di Turku in Finlandia, allora sotto il dominio della Svezia. Curiosamente Teodoricus era cattolico e Finno luterano, e quest’ultimo alterò i testi in modo da renderli, secondo gli studiosi, ortodossi alla propria fede. Secondo i medesimi studiosi, a volte il risultato era “incomprensibile“. Questa nota mi fa sorridere: non lo sono anche molti dei nostri amati testi? E se lo scopo fosse stato diverso? Fra le coincidenze temporali, nello stesso anno esce il più bell’esemplare dello Splendor Solis. Esistono le coincidenze? Ci mediterei su.

Non resta, ora, che augurare a tutti, contro ogni divisione o fato avverso, un sereno Natale di pace e speranza, inizio di un cammino di luce per un proficuo anno nuovo.

Chemyst

Dunstable: dove tutto ebbe inizio…

Ci siamo spesso interrogati sulla possibilità che testi sacri veicolassero tradizioni sapienziali, in particolare alchemiche, attraverso allegorie che ritroviamo, più o meno integralmente, all’interno dei testi degli Adepti.

Vero è che Essi stessi, notando la similitudine con operazioni di Laboratorio, abbiano utilizzato questo mezzo per suggerire ed indicare là dove neanche a Loro era dato di svelare ‘apertis verbis‘.

jdunstableTuttavia, l’aderenza estrema della similitudine (o allegoria, se volete) di alcuni testi lascia apertissima l’ipotesi che essi stessi siano stati concepiti su due (o più) livelli di lettura, uno dedicato alla Fede e l’altro (o gli altri) ai Figli dell’Arte, come direbbe Eugene Canseliet.

Abbiamo inoltre visto come, in alcuni casi, l’aderenza del testo al messaggio ‘subliminare‘ alchemico sia stata esaltata e corretta all’uopo dal compositore che lo ha posto in musica, con artifici musicali e non: ricordate l’Alleluja pentecostale di Hesdin? l’autore ha integrato il testo base con altri brani (come quelli della Liturgia di Sarum) per accentuare il concetto di Fuoco dello Spirito.

Dopo alcuni anni di studio e di ricerca, quindi, mi capita di riconoscere in alcuni brani musicali queste caratteristiche e grazie a questo mezzo le condivido con voi, amati Fratelli di Cerca, e con tutti i Curiosi di Natura sinceri.

Ascoltavo dunque oggi ‘Quam pulchra es‘ nella versione musicale  di John Dunstable, autore inglese che sviluppò, nell’isolamento relativo della bianca Albione, uno stile musicale differente da quello che andava evolvendo nel continente europeo. Tuttavia, una volta che i Maestri del Nord Europa vennero in contatto con le musiche di Dunstable e Powers ne importarono  ed elaborarono le caratteristiche dando origine  all’importantissima scuola Franco-Fiamminga: ormai oggi i trattati musicologici affermano – e io non posso non trovarlo comunque singolare – che il caposcuola dei compositori franco-fiamminghi sia stato un Inglese.

Quam pulchra es‘ è un mottetto a 3 voci su un testo del Cantico dei Cantici, che Dunstable così dispone:

Quam pulchra es et quam decora, 

carissima, in deliciis tuis

Statura tua adsimilata est palmae

et ubera tua botris.

Caput tuum ut Carmelus

Collum tuum sicut turris eburnea.

Veni, dilecte mi, egrediamur in agrum

Et videamus si fructus parturiunt

Si floruerunt mala punica

Ibi dabo tibi ubera mea.

Alleluja 

La bella versione (Hilliard Ensemble) che ho ascoltato è la seguente: un osservatore attento potrà cogliere qualche utile spunto anche dalla partitura.

Il testo appare diviso in due sezioni: nella prima è il maschio che parla, nella seconda è la risposta della femmina. Una traduzione del testo potrebbe essere questa:

Quanto sei bella e quanto nobile,

carissima, nelle tue delizie.

La tua statura è assimilata alla palma,

ed i tuoi seni ai grappoli d’uva.

La tua testa [è] come il Carmelo

il tuo collo come una torre d’avorio.

Vieni, mio amato (o mio prescelto?), usciamo nel campo

e vedremo se i frutti partoriranno. 

Se fioriranno i melograni,

io ti donerò i miei seni.

Alleluia

Come accennato, la disposizione originaria dei versetti qui non è rispettata da Dunstable: più fedele è Palestrina, il quale ha posto in musica l’intero Cantico dei Cantici, che fotografa nel suo mottetto l’aspetto più sensuale e caratteristico di questa sezione del Libro Sacro: l’amante (maschio) dopo la lode  iniziale, dice: “Salirò sulla palma e prenderò i suoi frutti, e saranno le tue mammelle come i grappoli della vigna, ed il tuo odore come l’odore delle mele“.

Diversamente da Palestrina, Dunstable inserisce dei versi successivi, ma con una concatenazione logica: dopo l’accenno ai grappoli d’uva (ricorrente allegoria nelle iconografie alchemiche) egli inserisce la similitudine della testa dell’amata con il Monte Carmelo che, come ci suggerisce Chiara Tamagno (http://www.terrasantalibera.org/COMUNICATO%20MONTE%20CARMELO%20VIGNA%20DI%20DIO.htm) “Kerem El in ebraico vuol dire «vigna di Dio» e la collina, ricoperta di vigneti e scavata da grotte e anfratti, è stata per millenni rifugio per quanti volevano ritirarsi ad ascoltare lo spirito del Signore”.

Il grappolo d’uva quindi è presente sia sul Monte Carmelo sia nella similitudine del seno dell’amata. E’ un simbolo ricorrente nell’iconografia alchemica: il primo esempio che mi viene in mente è l’incisione di Jacques de Senlecques per la copertina del trattato ‘Anatomie du Vin‘ del medico ed alchimista francese Brouat:

Nell’immagine, si può vedere come Basilio Valentino ne sprema uno su di una tartaruga. Alle sue spalle, sulla sinistra, in un’immagine allegorica ‘riassuntiva‘ piuttosto interessante, c’è un tralcio di vite  con altri due grappoli. Amo particolarmente quest’immagine, per il suo contenuto musicale, di cui parlammo a lungo qui. Nel medesimo libro vi è un’altra immagine a me cara, che Eugene Canseliet, il quale era anche un bravo pittore, ha così rielaborato nel suo libro ‘Trois Anciens Traités d’Alchimie‘:

Il commento all’immagine nel libro è focalizzato massimamente al simbolismo della Fenice, che sovrasta tutto il resto. Resto affatto trascurabile, consistente un uno scudo che contiene iscrizioni ed immagini preziose. Già notammo e commentammo le immagini musicali poste nella fascia inferiore, e ne sottolineiamo ancora l’analogia con quelle dell’immagine precedente. Quel che adesso però ci preme di evidenziare è la presenza, anche qui, di due grossi grappoli d’uva, dipinti da Canseliet  di coloro rosso scuro, posti al di sotto del Sole sul quarto superiore di destra di un cerchio contenente i simboli di Saturno, Giove, Marte e di un globo crucifero aureo piuttosto singolare. Il ramo cui sono attaccati regge anche tre pampini verdi, numero che ricorre anche nell’immagine precedente. Altri grappoli d’uva sono su un ramo, in numero di 11, gemello di un altro ramo che ha su di sé una vegetazione spiraliforme di colore verde.

Ecco, il testo musicato da Dunstable evoca immagini ricche dei colori della vegetazione: il verde, appunto, delle foglie della palma, il bianco della torre eburnea riferita al collo della fanciulla amata, il nero dei grappoli d’uva ed il rosso dei semi del melograno. Di quest’ultimo parla a lungo Fulcanelli nel Mistero  delle Cattedrali, Palazzo Lallemant di Bourges:

I simboli ed i rimandi di questo passo del Cantico dei Cantici sono in numero soverchiante per poterli commentare tutti in un post: aggiungerò soltanto che nell’ordine ricreato da Dunstable del testo forse si porta all’attenzione l’analogia dei grappoli (che il presunto Basilio Valentino ‘spreme’ sul suo bruciatore) con le mammelle di una fanciulla (forse Vergine?) dalla pelle bianca come una torre d’avorio, dalle quale, un giorno, sgorgherà un latte. Ma il colore dei grappoli d’uva è nero, come i riccioli della testa della fanciulla, paragonati alla Vigna del Signore.

Io ci intravedo molte e precise indicazioni operative. E voi?

Un caro saluto,

 

Chemyst

 

Tradizione e Segreto

Cari Cercatori e carissimi Neofiti,

questo post nasce da una discussione (forse è meglio dire da una serie di discussioni) su un social network a proposito dei temi più “misteriosi” dell’arte sacra, ovvero materia prima e fuoco segreto. Resta inteso che, per tradizione appunto, non nominerò la prima, mentre per il secondo non dirò nulla poiché le mie convinzioni conoscenze al riguardo non mi consentono di parlarne in termini di certezza. “Allora non c’è nulla da dire?” mi chiederete. Invece no, c’è molto da dire anche così: in tutti i classici dell’ermetismo si parla di materia prima e fuoco segreto senza mai fornire “ricette“: poiché in confronto ai veri maestri io sono molto meno, il massimo che riuscirò a fare sarà… un post!

È noto che la mia Cerca alchemica si svolge nel milieu di Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli: quest’ultimo, nella sua opera magistrale di commento al Mistero delle Cattedrali, indica grosso modo il procedimento per ottenere la materia prima. Qui, per qualcuno, sta la prima sorpresa. La materia prima va preparata, va ottenuta, non esiste “in natura” o, men che meno, in negozio. Lucarelli comunque, pur spingendo la sincerità a livelli mai visti prima, non nomina “ingredienti“. Il passo è celebre, a pagina 79 della seconda edizione di Mediterranee, in un periodo che inizia così: “Da una reazione iniziale di misti imperfetti…“. Non dice assolutamente quali. Nessuno lo fa: qualcosa, certamente, è trapelato, in epoca digitale, da qualche ambiente soprattutto francese: gira in rete uno schema, di Atorene, il quale, temo, se ne è assunto le conseguenze.

È più utile, però, a mio avviso, ragionare sui termini. E questo è un principio basilare per lo studio dei testi: ne consegue che chi voglia farlo dovrà dotarsi degli strumenti di analisi necessari. Per quanto possa essere considerato un atteggiamento un po’ snobistico, ritengo necessario (se non indispensabile) avere una buona conoscenza del latino ed è utile anche quella del greco, per poter controllare dalle fonti sia il testo originario sia le citazioni. Io stesso ho dovuto mettermi a studiare il francese, data la numerosità dei testi scritti in questa lingua. È del tutto evidente che conoscere il latino metta al sicuro da certe risibili traduzioni dell’acrostico V.I.T.R.I.O.L., ad esempio, ma anche da certe letture “spiritualistiche” o di “alchimia interna” della lettera di Pontano.

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Misti imperfetti“: ricordo che la prima cosa che appuntai sul mio quaderno fu: “sono più di uno“. Dunque la materia prima è il prodotto di un processo (anche) chimico, cui partecipano più sostanze. Queste Lucarelli le definisce “misti”: chiesi allora: “Sono sali? Solfuri?” Mi fu risposto di non pensare in termini chimici, ma di principi alchemici, ovvero ogni sostanza, meglio ogni corpo è composto da un mix di Solfo e Mercurio. Quando questa proporzione non è perfetta (oro) si parla dunque di misti imperfetti. Tuttavia, Non mi tolgo dalla testa che con il termine “misto” Lucarelli abbia voluto sottolineare un aspetto più sottile, nonché fondamentale, per la riuscita di un procedimento che sta all’inizio delle operazioni per questo motivo dette “filosofiche“, per una facile cabala fonetica.

Criticare peraltro la riservatezza di chi segue una certa linea di comportamento (derivato da un impegno condiviso con i compagni più esperti) è direi inutile, in più inopportuno: sembra invece a chi scrive che tali critiche siano solo frutto di irritazione di chi non ha ricevuto “da bocca ad orecchio” un impianto di ricerca (mai un recipe!) sul quale lavorare negli anni per capire dove indirizzare i propri sforzi. Utilizzare poi quale pretesto di esclusione dall’indirizzo di neofiti tutti i testi legati a questo filone (parliamo di testi quali il Mistero delle Cattedrali, le Dimore Filosofali, L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, Alchimia simbolismo ermetico e pratica filosofale, Due luoghi alchemici, e via via “per li rami” tutta la produzione francese di Bernard Chauviere, Severin Batfroi, Jean Laplace per citarne solo alcuni, e tutta quella italiana) mi sembra rientrare in una sorta di voluta “damnatio memoriae“. Ma allora, se utilizzassimo un tale criterio con logica, dovremmo escludere anche i grandi classici citati al loro interno, quali quelli di Nicolas Flamel, Valois, Limojon de Sainct-Disdier, Basilio Valentino, Filalete… In pratica tutta la storia dei trattati di alchimia, ripresi e commentati nel dettaglio degli autori di scuola di Fulcanelli.

Certo, il punto di vista di chi ha, dal 2008, sposato l’idea di Fulcanelli ed epigoni può essere criticato come “di parte“. Lo riconosco. Mi permetto però di criticare a mia volta chi non utilizza le fonti dirette, ma soltanto traduzioni che gli appaiono convenienti (su che base? perché “sembrano” dire cose che fanno comodo?) perché non ha le conoscenze culturali che prima abbiamo indicato come necessarie.

Non voglio dire che sia indispensabile un cursus studiorum letterario, più magari anche una laurea in Fisica… Non è questo che si richiede. Sono altresì convinto che nell’approccio culturale e metodologico di chi si applica a questa Scienza sia necessaria una cultura ad ampio raggio che includa scienze umane, tecnologiche, linguistiche e che, in mancanza di alcune di esse, per quanto difficoltoso, il ricercatore obbligatoriamente debba integrarle per quanto gli sia possibile.

Questo – mi rendo conto – pare in contrasto anche con certe frange nel mio stesso milieu che affermano che lo studio abbia importanza inferiore alla pratica di laboratorio: direi più correttamente che senza una pratica di laboratorio (con buona pace di alchimisti “interni” o “spirituali“) non si va da nessuna parte, ma che per intraprendere un cammino corretto e per poi riconoscere e valutare i risultati bisogna avere un background culturale solido e multidisciplinare. Mi confortano in questo l’immagine e l’epigramma 42 dell’Atalanta Fugiens di Maier, in cui la “lectio” è posta con pari rilievo accanto all’osservazione, all’esperienza e al ragionamento. È anzi indicata come la “lampada“, ovvero ciò che illumina, rende chiaro, ogni risultato di laboratorio.m-maier-_atalanta_fugiens-_1618-_emblem_xlii

Ma eravamo partiti dalla materia prima, che “prima“, come abbiamo visto, non è, poiché bisogna in qualche modo crearla a partire da altre materie, e dal fuoco segreto, indispensabile “artificio“, ovvero anch’esso “fatto con arte” come suggerisce l’etimo, ma che si manifesta quando le opportune condizioni si vengono a realizzare. Ho una mia personale idea del fuoco segreto, che devo primo poi riuscire a verificare, che si basa (non solo, ma anche) su un versetto dell’alchemico “Patrem parit filia” di Pierre de Corbeil (ne parlammo qui):

Artifex in opere“.

Per il resto, abbiate pazienza. La scala dei filosofi, la chiama Valois.

Con affetto,

Chemyst

L’ultimo dì de maggio

Carissimi,

di Rugiada di Maggio abbiamo già parlato, ed esplorato brani musicali antichi che contenessero nel loro testo sia l’uno che l’altro termine: chi volesse tornare a darvi un’occhiata (sempre utile) troverà l’articolo qui.

Oggi però sono rimasto colpito da un brano in italiano, di Sebastiano Festa (da non confondere con Costanzo, il ‘Fiammingo’ d’Italia) dal titolo ‘L’ultimo dì de maggio‘, a 4 voci miste, dal sapore giocoso ed amoroso al tempo stesso.

Mentre ascoltate il brano,

se volete, sorridete con me leggendo (voi che conoscete il valore delle parole) il relativo testo:

L’ultimo dì de maggio,
Un bel mattino per la fresca rosata
Se n’andava la bella allo giardino
Da vinti damigelle accompagnata;
Ogni una innamorata,
Gentil, accorta e bella.
Tandaridondella.
Oimè, che l’è pur quella
Che m’ha ligato il cor
Che me l’ha tolto
Con la beltà del suo splendente volto.

Una canzonetta amorosa, mi direte. E’ corretto: anche l’incipit è quello della ‘canzone alla francese’ anche se con valori rapidi. Tuttavia, il testo mi induce a qualche considerazione che, con una buona dose di fantasia, potrebbe avere risvolti dell’altra Arte che mi appassiona, ovvero l’Alchimia.

Le parole chiave sono: maggio, il mattino, la ‘rosata’ ed il giardino.

Di maggio si è scritto tanto: la rugiada di maggio (La rousee du mois de May) è il titolo di tre Chanson di cui parlammo già, la prima anonima del Quattrocento, la seconda che ne riprende il tema è firmata da Richafort e la terza dal grande Jean Mouton.

Più interessante è la ‘rosata‘, translitterazione (più che traduzione) del francese Rosee (o Rousee nel francese rinascimentale), che suggerisce un ipotetico verbo ‘rosare‘, ovvero fare qualcosa con una rosa. Orbene, la Rosa è uno dei simboli della Grande Opera, ed il Rosario dei Filosofi il titolo di un notissimo trattato antico. Rosario è anche il nome del giardino di rose (il Roseto), così come il recitare un certo numero di preghiere per la Vergine Maria (e maggio è il mese della Madonna), simboleggiando la corona di rose che può adornare il capo della Madonna (ma non erano stelle?) ed in ogni caso l’oggetto (una collana di grani utile per contare le relative preghiere). Questa del Rosario è una ramificazione interessante, che potrebbe magari essere spunto di osservazioni e commenti oppure di un filone autonomo di ricerca: noi stavamo peraltro occupandoci della ‘rosata’, definita ‘fresca‘, e che quindi si riferisce ad un abbondante spandimento di rugiada sui campi e naturalmente anche sui giardini.

Ma torniamo al brano musicale: la ‘bella‘, dopo la ‘fresca rosata‘ entra in un giardino. Lo fa accompagnata da venti damigelle, ognuna delle quali è innamorata, ovvero piena d’amore. Eppure lui, l’innamorato, ha occhi solo per lei, la ‘bella‘, che dev’essere di ben più alto lignaggio e forse di gran lunga più bella delle altre venti, che pure sono gentili, accorte  e belle… Lei no, lei è di più, lei gli ha prima ligato e poi tolto il cor ‘con la beltà del suo splendente volto‘.  Par di vederla, mentre gli sfila davanti per recarsi in un luogo, a lui precluso, un giardino, assieme alle damigelle. Precluso forse poiché son tutte donne e lui un uomo. ‘Nature‘ opposte.

Oppure potrebbe essere che il nostro Poeta non possieda, semplicemente, la chiave per accedere all’Hortus Conclusus, al Giardino dei Filosofi: perché l’immagine di una figura femminile la cui bellezza supera quella delle altre, fa pensare alle personificazioni della stessa Alchimia, spesso descritta come una Dama dalla bellezza assoluta, spesso sans merci, altre volte affascinante e caritatevole come la Ninfa Celeste di Cyliani.

Ebbene, questa Dama ha ligato prima e poi tolto il cuore dell’innamorato: se pensiamo che in Alchimia al cuore è associato lo Zolfo (posto nel vero centro del corpo minerale, come il cuore lo è dentro il corpo umano) allora non ci riuscirà difficile leggere questa canzonetta di Festa come un’operazione alchemica, con materie, condizioni esteriori, adiuvanti bellamente velati sotto gradevolissime e raffinate sonorità.

Buoni Lavori a tutti!

Chemyst

Le Feu du Printemps

Cari Compagni,

ci siamo!  Dice Elemire Zolla, l’Alchimista del Verbo, come lo ha definito Paolo Lucarelli, ovvero colui che ha penetrato con il solo studio dei testi più di un segreto operativo alchemico, che un osservatore posto in un luogo propizio possa sentire un tuono quando il Sole entri in Ariete.

È un’immagine suggestiva, romantica se volete, sicuramente benefica per chi abbia la possibilità di sperimentarla, ma ha – e come dubitarne – dei risvolti ‘filosofici’: è infatti in Primavera che la Natura si risveglia per mezzo del Fuoco (I.N.R.I.), e l’Ariete  (connesso a Marte) è un segno di Fuoco, ed è proprio Marte (in qualche modo) che ci consente di ‘aprire la porta’ e fornire un altro Fuoco, Sulfureo nel miglior intendimento filosofico possibile, alla nostra ‘progenie di Saturno’. Ma – come per tutte le cose nella nostra manifestazione duale – per semplicemente ‘essere’ – ha bisogno di un’Acqua, un Mercurio magari… Ed ecco che il Fuoco che ci necessita ci viene fornito da un’Acqua mirabile, in-formata di Fuoco…

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Più mi addentro in questo meraviglioso garbuglio in cui tutte le cose cambiano di segno, e più con gioia scopro che i segni e le polarità di ogni materia, agente, sostanza o sale, sfuggono alla nostra categorizzazione, e minano ogni nostra certezza. Eppure comincio a vedere, in tutto ciò, una grande bellezza.

E scopro così che, in fondo, ogni acqua (anche quella per fare la pasta) è un fuoco.

Buona Primavera a tutti i Folli, ma proprio a tutti, dalla Sicilia, dalla Campania, dalle mie verdi e martoriate contrade, dalla verde Sardegna e dall’ancor più verde, direi Vitriolica, Umbria, alle campagne dell’Urbinate, alle pianure d’Emilia e di Romagna ed a quelle Mediolanensi, alle acquee contrade Pavesi, alle magiche strade Torinesi e finanche ai monti del Trentino, ovunque ci sia un Cercatore (purchè d’animo sincero e dal cuore affettuoso) che celebri l’Acqua Ignea della Luminosa Rinascita della Natura prodiga e feconda.

Ed ora,  al lavoro…

Chemyst