Tu solus…

Carissimi,
probabilmente, dopo aver letto questo post, penserete che il caldo fa brutti scherzi. Prendetelo quindi come un post estivo, di un’estate in cui controllo delle temperature deve essere sfuggito al Trickster di turno, così come quello della primavera, ma questo – per quanto attinente alle nostre cose – è un altro discorso.
Bene, nel cercare un brano da adattare ad una formazione di quattro flauti dolci, di carattere accordale ma che fosse anche bello, mi sovviene il brano di Josquin DesprezTu solus qui facis mirabilia’.
È un testo che di fondo afferma la fedeltà del cristiano a Nostro Signore, con la ripetizione di quel “solus“ ostinato e frequente, sia per la caratteristica dell’azione divina, sia per l’esclusività della fede del cristiano. E dunque il “solus – solum“ la chiave di lettura alchemica di questo brano, suddiviso in due parti nelle raccolte più comuni, ma presente nella sola prima parte come mottetto di sostituzione del Benedictus nella ‘Missa d’ung aultre amer’ dello stesso Josquin, scritta sul materiale sonoro dell’omonima chanson di Johannes Ockeghem.
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Qui le cose iniziano a farsi interessanti: la citazione della chanson di Ockeghem nel mottetto di Josquin compare solo nella versione in due parti, quella per intendersi pubblicata in autonomia dalla messa, e come un “tropo“ (al contrario) inserita con le parole francesi nel contesto dei versi latini. Faccio inoltre notare che il senso del testo della chanson è del tutto coerente e consonante con il motto “Aultre n’auray’ del duca di Borgogna Filippo il Buono, fondatore del Toson D’Oro e grande mecenate della musica, oltreché probabile alchimista al pari del suo cugino, il duca del Berry.
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Una delle più note immagini del libro ‘Très riches heures du Duc de Berry’

 

Ockeghem non ha servito i duchi di Borgogna, ma è stato più volte a Bruges, ed il più stimato dei cantori del Ducato è stato Busnoys, suo allievo, il quale scrive una “A vous sans autre“, un bellissimo canone a tre voci, ancora una volta del medesimo senso del motto ducale. Lo stesso fecero van Ghizeghem e Morton, come Busnoys compositori di corte e poi ‘Valets de chambre‘ di Carlo l’Ardito, successore di Filippo.
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A chi fosse rivolta la fedeltà del duca Filippo (e dei suoi musicisti) ce l’ha spiegato Eugene Canseliet. Desprez, dal canto suo, riprende e tramanda nel suo tempo la  chanson di Ockeghem, suo Maestro, e l’associa a questo mottetto, conservandone intatto il senso. Ancora una volta mi chiedo: a chi si rivolge Desprez? A Gesù Cristo, in tutta evidenza. È una risposta logica.
Ma vediamo un po’ il testo:
Tu solus qui facis mirabilia,
Tu solus Creator, qui creasti nos,
Tu solus Redemptor, qui redemisti nos
sanguine tuo pretiosissimo.

Ad te solum confugimus,
in te solum confidimus
nec alium adoramus,
Jesu Christe.

Ad te preces effundimus
exaudi quod supplicamus,
et concede quod petimus,
Rex benigne.

+       +       +

D’ung aultre amer,
Nobis esset fallacia:
D’ung aultre amer,
Magna esset stultitia et peccatum.

Audi nostra suspiria,
Reple nos tua gratia,
O rex regum,
Ut ad tua servitia
Sistamus cum laetitia
in aeternum.

Il quinto versetto, ed anche il sesto, forse assieme alle alte temperature di oggi, mi hanno fatto pensare: “Ad te solum confugimus“. Presso te solo ci rifugiamo. Benissimo. Ma “solum“ è anche la terra: “in te, terra, confidiamo“ è il versetto successivo. La terra, una terra! Una sostanza? Ora che siamo in ballo, con un po’ di fantasia, se quei “solus“ all’inizio fossero “solum“, ecco una “terra che fa meraviglie“, la nostra materia prima, ecco una terra che (ci) crea (Adamo fu creato dalla terra) e che ci redime. Come? Per mezzo del suo preziosissimo sangue (ovvero, alchemicamente, lo zolfo).
Ecco allora che ad essere “redenti “sarebbero i metalli imperfetti, per mezzo di uno zolfo che ne trasmuta la forma.
Dite che è il caldo? Mah, chissà, potreste aver ragione…
Buona estate!
Chemyst
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Racconti sonori e d’alchimia

Cari Cercatori,

per chi volesse e potesse, una seconda presentazione del libro di Luca Dragani ‘Racconti sonori e d’alchimia‘ ci sarà in data 24 maggio alle ore 19 presso IBS Center a Pescara in via Teramo 65 (angolo via De Gasperi).

L’incontro sarà moderato dal prof. Massimo del Pizzo, già docente di Letteratura Francese all’Università di Bari e fecondo scrittore di racconti, e vedrà la partecipazione dell’editore, Arturo Bernava, titolare delle Edizioni IlViandante.

 

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Ci saranno anche interventi musicali a cura del Dystico Duo, costituito dallo stesso Luca Dragani e da Roberto Torto, con musiche scritte per due flauti dolci.

L’ingresso è libero.

Chemyst

Raccontare l’Alchimia…

Cari Cercatori,

esce in questi giorni, per i tipi de IlViandante, il volume ‘Racconti sonori e d’alchimia‘ di Luca Dragani, composto da sei racconti che potremmo definire ‘fantastorici‘ preceduti da un saggio dal titolo ‘Influssi dell’Alchimia sulla musica del Rinascimento‘ e seguiti da una ‘Admonitio ad Philomusicum‘ come fece a suo tempo Maier per la sua Atalanta Fugiens.

Il saggio illustra alcune delle riflessioni che sono note ai lettori di questo blog, partendo dalle citazioni musicali e testuali presenti in Fulcanelli e Canseliet ed anche nel sorprendente Rabelais con composizioni del periodo Rinascimentale, prevalentemente di area Franco-Fiamminga.

In copertina è riportata la celebre immagine di Jacques de Senlecques che fece da frontespizio al ‘Traité de l’Eau de Vie ou anatomie theorique et pratique di Vin‘ di J. Brouaut, che rappresenta una felice sintesi di simbologie alchemiche e musicali.

I racconti sono tutti, tranne uno, ambientati fra Quattrocento e Seicento, ed i protagonisti, tranne rare eccezioni, sono personaggi realmente esistiti; vengono chiamati con il solo nome per lasciare al Lettore il divertimento di scoprire di chi possa trattarsi.

La musica è presente con gli incipit delle composizioni citate, così che i musicisti saranno in grado di ricostruire a mente le atmosfere ‘sonore’ di ciò che accade nella narrazione. C’è anche, qua e là, sparso qualche riferimento alchemico e non solo, ed anche qui qualche lettore che ne possieda la chiave di lettura potrà riconoscerlo.

In ogni caso, avverte l’Autore in coda al saggio, l’intenzione non è quella di insegnare (non ci sono maestri in Alchimia) ma quella soltanto di offrire ‘il frutto di una curiosa osservazione dal duplice punto di vista di un musicista che guarda l’Alchimia e di un alchimista che guarda la Musica con stupore, meraviglia e una buona dose di divertimento‘.

È prevista una prima presentazione il prossimo 7 aprile, Luna Nuova da pochissimo, a Chieti presso il Museo Universitario sito in Viale IV Novembre, dalle ore 17:00. Saranno presenti l’autore assieme all”editore Arturo Bernava e a due musicisti del Fairy Consort, Luca Matani, violino e Antonio Larcinese, tiorba.

Una felice occasione di incontro.

A presto dunque,

Chemyst

Luna…

Cari Cercatori,

in questi tempi prosaici, a pochi importa che fra un’ora circa la Primavera apra la danza del rinnovamento del mondo.

Pochissimi, poi, colgono il legame fra Primavera e Luna. Di solito, sono presi per pazzi.

A costoro, con l’affetto di un Fratello, dedico una breve poesia.

Notti di Luna

Amica cornuta,

scende propizia

la tua doppia luce

nera e feconda,

bianca e volatile,

sul mio Fuoco acceso.

Attendo e spero.

Bagliori aranciati

di fiamme ardenti

non bastano.

Marte è più forte

e l’Ariete terrestre

necessita del Fratello del Cielo.

Attendo e spero.

Colo la materia ardente

sento la vampa terribile

del suo calor bianco:

ha lasciato il ragno

il labirinto di Chartres?

Attendo, e spero

Davvero, auguro di cuore a voi pochi che

“Sidera Veneris et Corniculatae Dianae vobis propitiae sunto!”

Chemyst

Hevene Quene…

Cari Amici,

da un po’ questo blog tace. E’ sempre più difficile, per me, scrivervi, e le occasioni per trovare il tempo necessario sono sempre più rare. Di cose da dire ce ne sarebbero, ma è bene non farlo con superficialità, per questo preferisco diradare i post se posso privilegiare qualcosa di valido.

D’altra parte, di Alchimia trovate altrove chi ne sa di più, ed anche chi è convinto di saperne di più. Io da parte mia sono convinto di saperne poco, e più avanzo più scopro una materia delicatamente complessa: come d’altronde potrebbe non essere, se essa descrive l’essenza stessa del mondo, anzi, di questo mondo e quell’altro?

Tuttavia, accontentiamoci delle briciole: esse aiutarono Pollicino, e sono sempre utili.

Il tempo è quello di Natale, ed oltre a fermarci come fa il Sol Invictus a considerare quel che è stato e quel che sarà, ascoltiamo sempre con caldo affetto le musiche del periodo. Fra queste, trovo straordinaria una semplice melodia a due voci del tempo antico, scritta nel lontano XIII secolo nella lontana Inghilterra: si tratta di Edi beo thu, una nenia dal sapore pastorale, che tuttavia ha un’importanza musicale non banale.

Metto un paio di versioni, le migliori che ho trovato, anche se una ‘troppo colta’ (la seconda) e l’altra più fedele, ma con un bordone aggiunto che, in fondo, tradisce la vera spinta innovativa di questo canto, all’apparenza semplice.

Si tratta in realtà di un canto devozionale (non liturgico, forse paraliturgico) dedicato alla Vergine Maria (Hevene quene sta, in Inglese medio, per Heaven’s queen), e quindi non strettamente natalizio: tuttavia il suo carattere pastorale ce lo avvicina alle pive che immaginiamo debbano adornare ogni presepe, ed il suo ritmo dolcemente binario ma su base ternaria (ad ulteriore testimonianza della sua antichità) ci culla amorevolmente.

D’altra parte, molto del miracoloso insito nella Nascita del Redentore sta nel fatto che essa sia avvenuta tramite la Vergine Maria, la Virgo un tempo Paritura, la Figlia che partorì il Padre, la straordinaria creatura che fu la tempo stesso Madre di Dio, Figlia di Dio ed in quanto tale Sorella di Cristo.

Il testo, traslato in inglese moderno, suona così:

Blessed are you, queen of heaven, people’s comfort and angels’ bliss,
Mother unblemished, maiden pure, such in this world none other is.
It is clear for all to see, of all women, you have the prize.
My sweetest lady, hear my prayer, have pity on me if your will it is.

You ascend as the ray of dawn which rises out of the darkest night.
From you springs new illumination, bathing the whole creation in light.
There is no maid of your complexion, fair and beautiful, fresh and bright.
Sweet lady, on me have compassion and have mercy on me, your knight.

Blossom sprung from a single root, the Holy Ghost made you heavenly queen.
That was for the good of all people, for our eternal souls to redeem.
Lady, mild, soft and sweet, I cry for mercy, I am your man,
Both hand and foot and all completely, serving you in all ways that I can.

You are earth’s goodly seed, on you falls the heavenly dew.
From you springs the blessed fruit the Holy Ghost has sown in you.
You bring us out of care and dread that Eve so bitterly for us brewed.
You shall us into heaven lead, so well sweet is that heavenly dew.

Mother, full of noble virtue, maiden so patient, lady so wise.
I am in your love now bonded, and for you is all my desire.
Shield me from the fiend of hell, as you are noble, and may and will
Help me till my life is ended, reconcile me to your son, his will.

E’ un testo accoratamente devoto, che un Cavaliere rivolge alla Vergine Maria. Tuttavia, alcune espressioni ricordano quelle mutuate dal linguaggio alchemico per parlare della materia, dello spirito universale, del figlio celeste… c’è spesso citata la Luce, ‘Tu sorgi come il raggio dell’alba che sortisce dalla notte più nera‘ mi pare ad esempio molto significativo: mi riporta immediatamente in mente il titolo del trattato di Santinelli, Lux obnubilata suapte natura refulgens. E dice ‘dalla notte più nera‘: parla, direte, del Solstizio d’Inverno, e ci sta, siamo a Natale, le notti, soprattutto al nord, sono lunghe… oppure parla del ‘nero nerissimo‘ necessario a che sorga la Lux?

Anche la Rugiada ricorre, ed è ‘heavenly‘, proprio una ‘Rugiada celeste’! E serve a far sbocciare il seme nella terra, così come lo Spirito Santo fa nascere il Figlio benedetto dal suo ventre: ed anche questa metafora la conosciamo bene, Lucarelli ci dice che per fare un Figlio di Dio ci vuole una Vergine Immacolata…

In questi giorni oscuri, dunque, ci sia di conforto la preghiera del fedele Cavaliere che sotto le spoglie di un’ingenua passione ci tramanda, mediante una dolce polifonia arcaica (ma quanto importante! Da musica così nacque, per l’uso sapiente che fece Dunstable delle terze, addirittura la Scuola Fiamminga! Ma questa è un altra storia…) insegnamenti preziosi, piccole briciole per noi perduti Pollicini testardi ed altrettanto devoti alla Bianca Dama dei nostri sogni.

Chemyst

Auguri

Cari Amici e Fratelli,

il tempo corre, la vita non lascia tregua. Il Natale, d’un tratto, è trascorso… resta la possibilità, in attesa della prossima, canonica Epifania, di augurarsi vicendevolmente un Buon Anno, contro ogni timore e contro tutte le oscurità che si addensano.

Vi esorto a coltivare caparbiamente il gusto per il meraviglioso, come diceva Lucarelli: ‘Dovete restare stupefatti!’.

Per questo vi lascio con questo ‘O come, all ye faithful‘ (Adeste fideles) nella grandiosa versione di Sir Vaughan-Williams.

https://youtu.be/WabVoWUWruc

Un abbraccio particolare ai Compagni di Cerca, a quelli veri e sinceri, a ‘noi pochi, noi pochi e felici, noi banda di fratelli, noi sette per sempre uniti in cerca della Luce.

Chemyst

L’ultimo dì de maggio

Carissimi,

di Rugiada di Maggio abbiamo già parlato, ed esplorato brani musicali antichi che contenessero nel loro testo sia l’uno che l’altro termine: chi volesse tornare a darvi un’occhiata (sempre utile) troverà l’articolo qui.

Oggi però sono rimasto colpito da un brano in italiano, di Sebastiano Festa (da non confondere con Costanzo, il ‘Fiammingo’ d’Italia) dal titolo ‘L’ultimo dì de maggio‘, a 4 voci miste, dal sapore giocoso ed amoroso al tempo stesso.

Mentre ascoltate il brano,

se volete, sorridete con me leggendo (voi che conoscete il valore delle parole) il relativo testo:

L’ultimo dì de maggio,
Un bel mattino per la fresca rosata
Se n’andava la bella allo giardino
Da vinti damigelle accompagnata;
Ogni una innamorata,
Gentil, accorta e bella.
Tandaridondella.
Oimè, che l’è pur quella
Che m’ha ligato il cor
Che me l’ha tolto
Con la beltà del suo splendente volto.

Una canzonetta amorosa, mi direte. E’ corretto: anche l’incipit è quello della ‘canzone alla francese’ anche se con valori rapidi. Tuttavia, il testo mi induce a qualche considerazione che, con una buona dose di fantasia, potrebbe avere risvolti dell’altra Arte che mi appassiona, ovvero l’Alchimia.

Le parole chiave sono: maggio, il mattino, la ‘rosata’ ed il giardino.

Di maggio si è scritto tanto: la rugiada di maggio (La rousee du mois de May) è il titolo di tre Chanson di cui parlammo già, la prima anonima del Quattrocento, la seconda che ne riprende il tema è firmata da Richafort e la terza dal grande Jean Mouton.

Più interessante è la ‘rosata‘, translitterazione (più che traduzione) del francese Rosee (o Rousee nel francese rinascimentale), che suggerisce un ipotetico verbo ‘rosare‘, ovvero fare qualcosa con una rosa. Orbene, la Rosa è uno dei simboli della Grande Opera, ed il Rosario dei Filosofi il titolo di un notissimo trattato antico. Rosario è anche il nome del giardino di rose (il Roseto), così come il recitare un certo numero di preghiere per la Vergine Maria (e maggio è il mese della Madonna), simboleggiando la corona di rose che può adornare il capo della Madonna (ma non erano stelle?) ed in ogni caso l’oggetto (una collana di grani utile per contare le relative preghiere). Questa del Rosario è una ramificazione interessante, che potrebbe magari essere spunto di osservazioni e commenti oppure di un filone autonomo di ricerca: noi stavamo peraltro occupandoci della ‘rosata’, definita ‘fresca‘, e che quindi si riferisce ad un abbondante spandimento di rugiada sui campi e naturalmente anche sui giardini.

Ma torniamo al brano musicale: la ‘bella‘, dopo la ‘fresca rosata‘ entra in un giardino. Lo fa accompagnata da venti damigelle, ognuna delle quali è innamorata, ovvero piena d’amore. Eppure lui, l’innamorato, ha occhi solo per lei, la ‘bella‘, che dev’essere di ben più alto lignaggio e forse di gran lunga più bella delle altre venti, che pure sono gentili, accorte  e belle… Lei no, lei è di più, lei gli ha prima ligato e poi tolto il cor ‘con la beltà del suo splendente volto‘.  Par di vederla, mentre gli sfila davanti per recarsi in un luogo, a lui precluso, un giardino, assieme alle damigelle. Precluso forse poiché son tutte donne e lui un uomo. ‘Nature‘ opposte.

Oppure potrebbe essere che il nostro Poeta non possieda, semplicemente, la chiave per accedere all’Hortus Conclusus, al Giardino dei Filosofi: perché l’immagine di una figura femminile la cui bellezza supera quella delle altre, fa pensare alle personificazioni della stessa Alchimia, spesso descritta come una Dama dalla bellezza assoluta, spesso sans merci, altre volte affascinante e caritatevole come la Ninfa Celeste di Cyliani.

Ebbene, questa Dama ha ligato prima e poi tolto il cuore dell’innamorato: se pensiamo che in Alchimia al cuore è associato lo Zolfo (posto nel vero centro del corpo minerale, come il cuore lo è dentro il corpo umano) allora non ci riuscirà difficile leggere questa canzonetta di Festa come un’operazione alchemica, con materie, condizioni esteriori, adiuvanti bellamente velati sotto gradevolissime e raffinate sonorità.

Buoni Lavori a tutti!

Chemyst