Monteverdi e l’alchemica Damigella


Amici Cercatori,

è estate, tempo di riposo ma anche di meditazione e lettura, e perchè no, d’ascolto di buona musica. La nostra passione, però, è sempre in agguato e ci fa vedere tracce del fil rouge in luoghi insospettabili ed insospettati. Ma non è così che dev’essere? E sapete già che io guardo (o meglio, tendo l’orecchio) nella musica.

Non allarmatevi, non posterò ponderose messe fiammimnghe, stavolta, ma, per la temperie estiva,  un’umile ma freschissima canzonetta d’amore: certo, il fatto che la musica di tale canzonetta sia stata composta da Claudio Monteverdi, lo stesso compositore di quel Vespro della Beata Vergine che viene indicato come una monumentale celebrazione della Grande Opera, un po’ ci intriga e ci pone sull’avviso,  e per questo alcune parole, udite ‘per la prima volta’ con il pensiero rivolto alle propensioni alchemiche del suo compositore, ci hanno indotto a commentarla qui.

Vale la pena di ascoltarla in questa bella esecuzione:

La musica è stata edita nel 1607 nel libro Scherzi Musicali a tre voci presso Riccardo Amadino a Venezia, e

d è stata scritta su testo del poeta Gabriello Chiabrera, altra figura interessante.

Gabriello Chiabrera (Savona, 18 giugno 155214 ottobre 1638) è stato un poeta e drammaturgo italiano del Seicento. Di famiglia aristocratica, visse a stretto contatto con la nobiltà del suo tempo e scrisse numerose opere in versi entrate a far parte del patrimonio letterario classico italiano. Cantore della grecità e di quello che verrà poi definito classicismo barocco, fu spesso contrapposto al poeta coevo Giambattista Marino. A Chiabrera sono intitolati un liceo ed un teatro storico di Savona nel quale vengono rappresentate prettamente opere liriche, ma non solo. La sua attività letteraria coincise con le origini dell’opera lirica ed egli stesso ebbe modo di occuparsene in diversi scritti e lettere, fra cui il trattato I musicisti e la lirica. Nato da genitori benestanti, ricevette lo stesso nome del padre, Gabriello, morto pochi giorni prima della sua nascita. Dalla madre, Geronima Murasana, andata a seconde nozze, venne ben presto affidato alla tutela degli zii paterni. Dal 1561 studiò al collegio dei Gesuiti di Roma ma fu cacciato dallo Stato Pontificio nel 1576 per essere entrato in conflitto con un aristocratico e costretto ad un precipitoso rientro nella città natale. Anche a Savona fu al centro di risse e controversie che portarono a contendere con nobiluomini locali. Anche in questo caso fu costretto più volte a lasciare la città, soprattutto negli anni compresi tra il 1579 ed il 1585. Nell’anno 1600 partecipò, a Firenze, alle nozze di Maria de’ Medici; due anni dopo, il 29 luglio 1602, andò sposo a Lelia Pavese. La coppia non ebbe figli, ma ebbe in affidamento il nipote della moglie, Giulio, di cui la coppia fu amministratrice del cospicuo patrimonio ereditato dal giovane alla morte del padre, fratello di Lelia. Da una descrizione che egli stesso diede di sé apprendiamo che egli era di media statura, “di pelo castagno”, affetto da lieve miopia (“vedea poco da lunge, ma altri non se n’avvedeva”), frugale nell’alimentazione e poco propenso a perdere ore di sonno.  Frequenti furono i viaggi di Chiabrera come ospite presso le corti di Genova (città nella quale soggiornò a lungo e nella quale è ricordato con il nome di una strada e un monumento nel parco di Villa Durazzo-Pallavicini di Pegli), Firenze, Mantova (dove nel 1608 partecipò alle nozze di Francesco Gonzaga), Torino.
Dal 1623 poté rinsaldare i contatti anche con Roma, grazie in particolare al suo rapporto di amicizia con Papa Urbano VIII. Per contro, due anni dopo, in occasione della guerra della Valtellina, interruppe i rapporti con il duca Carlo Emanuele I di Savoia, con cui era in amicizia da oltre quarant’anni. Trascorse la vecchiaia prevalentemente nella villa del borgo rurale savonese di Légino, il Musarum opibus, fatta costruire appositamente. Fece in tempo a pronunciare, nel 1629, l’orazione funebre in morte del doge della Repubblica di Genova Andrea Spinola.

Il testo della Canzonetta, o Scherzo, musicato da Monteverdi è il seguente:

Damigella tutta bella

versa versa quel bel vino,

fa che cada la rugiada

distillata di rubino.

Ho nel seno rio veneno

che vi sparse Amor profondo

ma gittarlo e lasciarlo

vo’ sommerso in questo fondo.

Damigella tutta bella

di quel vin tu non mi satii

fa che cada la rugiada

distillata da topatii.

Nova fiamma più m’infiamma

arde il cor foco novello

se mia vita non s’aita

ah ch’io vengo un Mongibello!

Ma più fresca ogn’ hor cresca

dentro me sì fatta arsura

consumarmi e disfarmi

per tal modo ho per ventura.

Il testo musicato da Monteverdi però non è completo: ci sono molte più ‘stanze’ nello ‘Scherzo’ del poeta, anch’esse ricche di (possibili) riferimenti alchemici. Ecovi un link al testo completo, purtroppo scaricabile ma non stampabile:

http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_5/t116.pdf

Il testo cita per ben due volte lo stesso Monte, l’Etna ed il  Mongibello (suo antico nome): a questo proposito ecco cosa troviamo su WIKIPEDIA: “Il nome Etna potrebbe risalire alla pronuncia del greco antico[3] del toponimo Aitna (Aἴτνα-ας), nome che fu anche attribuito alle città di Catania e Inessa, che deriva dalla parola greca aitho (bruciare) o dalla parola fenicia attano (fornace)”Attano suona molto simile ad Athanor, non vi pare?

Ma ancora riserva sorprese Wikipedia: “L’Etna era conosciuto nell’età romana come Aetna. Gli Arabi chiamavano la montagna Jabal al-burkān o Jabal Aṭma Ṣiqilliyya (“vulcano” o “montagna somma della Sicilia”); questo nome fu più tardi mutato in Mons Gibel cioè: la montagna due volte (dal latino mons “monte” e dall’arabo Jebel “monte”) proprio per indicarne la sua maestosità. E il termine Mongibello rimase di uso comune praticamente fin quasi ai nostri giorni (ancora oggi qualche anziano chiama l’Etna in questa maniera). Secondo un’altra teoria il nome Mongibello deriva da Mulciber (qui ignem mulcet), uno degli epiteti con cui veniva chiamato, dai latini, il dio Vulcano, che serviva a placare la forza distruttiva dell’Etna. Nel gergo delle popolazioni etnee usano chiamare l’Etna semplicemente ‘a muntagna, nel significato di montagna per antonomasia, mentre per il restante territorio non etneo con l’indicazione generica di chiana; prova tangibile della continuità con l’etimologia araba.

Ci piace molto, inoltre, la ‘rugiada distillata di rubino‘ espressione molto ben descrittiva del vino rosso, che a noi poveri folli però suggerisce l’importanza della rugiada come veicolo per la crescita e per la prosperità delle cose viventi, a qualsiasi regno appartengano. Evidentemente, però, all’avido bevitore il vino rosso non basta, e pretende dalla Damigella anche della ‘rugiada distillata di topatii‘ ovvero d’un colore più chiaro, (che però a me fa pensare ad un ben più nobile Cristallo) ma atto comunque ad incrementare il Fuoco e a far ardere un foco novello atto a consumarlo ma al tempo stesso a trasformarlo in un Vulcano… quante immagini evocative, non vi pare?

Quanto al rapporto fra Còlaudio Monteverdi e Chiabrera, la pubblicazione degli ‘Scherzi Musicali’ presso Amodino è del 1607, e Chiabrera è sicuramente a Mantova nel 1608 per il matrimonio di  Vincenzo con Margherita di Savoia , e in quell’anno  Claudio Monteverdi dovette comporre gran messe di musiche, quasi tutte perdute, perla medesima occasione, da celebrarsi a maggio: la tragedia in musica Arianna, di cui ci è rimasto solo il Lamento, forse la pagina più famosa del compositore, e poi il Ballo delle Ingrate e il prologo all’ Idropica, commedia di Ottavio Rinuccini. E’ plausibile quindi   che Chiabrera vi si sia recato magari anche per incontrare chi ha posto in musica la sua Damigella, ed altri Scherzi, magari, chissà, come rispondendo ad una chiamata, ad un comune sentire o meglio, ad un comune Amore per una Dama, o Damigella, ‘Tota Pulchra’ quanto quella Mater che, sempre ‘Si te fata vocant’, darà origine all’Oro Bambino.

Chemyst

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10 pensieri su “Monteverdi e l’alchemica Damigella

  1. Bravò!!! (come direbbero i nostri amici d’oltralpe)
    D’altra parte non è una novità, oramai ci hai abituato al livello alto!!!
    Bellissima l’immagine rappresentata da Monteverdi. Secondo te cosa rappresenterebbe, alchemicamente intendo, questa breve poesiola? Potrebbe rappresentare forse il “cambiamento” o forse “l’evoluzione” di qualchecosa, no?

    Mi è piaciuta un sacco la tua associazione del Vulcano Lunatico del celebre Libro Muto…. mi chiedevo. Ma ci saranno altre rappresentazioni grafiche di questo Vulcano?

    Saluti Tonneau

    • Caro Tonneau,
      innanzitutto come hai potuto vedere la poesia non è tanto breve, anche se onteverdi ne ha musicato soltanto una parte. Poi ci sono tantissimi spunti, e giochi di parole: per esempio ‘vo’ sommerso in questo fondo’ significa ovviamente ‘voglio sommerso in questo fondo’ (del bicchiere…), ma potrebbe voler dire ‘vado sommerso’ e ‘in questo fondo’ (ma nel senso di ‘fondere’, e qui qualcosa dall’esterno va all’interno…).
      Quanto al Vulcano, magari qualcuno più autorevole potrà aiutarci, intanto ti dico che l’etimologia di Etna ha sorpreso anche me: secondo me nei vocabolari c’è tanta Alchimia nascosta…
      Saluti cari

  2. Eh si caro Noldor, i dizionari, soprattutto quelli un pò più datati, sono davvero molto “pregni”.

    Altra curiosità… sembra che quell’interno, una volta “focosamente” infuocato esploda come un bel vulcano. Chissà che scintille!!!!

    Saluti Tonneau

  3. Caro Bro,
    ma ti riferisci a Monteverdi? Perché delle sue attività di Laboratorio ne avevo parlato anche nel mio articolo pubblicato ne ‘Il Fuoco che non brucia’, sulla base di alcune lettere dello stesso Monteverdi: dunque non è un vero e proprio scoop… anche se magari non è una cosa che viene spesso riportata negli studi musicologici.

    • No, mi riferivo a Chiabrera. Magari ha semplicemente orecchiato qualcosa alla corte dei Gonzaga. C’è un altro scherzo che sembra abbatanza parlante: “Poi ch’al forte cavagliero”.
      Del resto il rischio di vedere alchimia un po’ troppo ovunque è sempre presente….mah.

  4. Beh come puoi leggere nel post Chiabrera e Monteverdi si sono quasi certamente incontrati; i Gonzaga stipendiavano apertamente degli alchimisti, o supposti tali. In ogni caso la Scienza Ermetica era presente e permeava la cultura e la società del tempo, nulla di più facile che Chiabrera non ne fosse digiuno… Proverò a vedere se quello scherzo è stato musicato da qualcuno, non mi sembra esserci nel X Libro di Monteverdi.

    • Nel dubbio, mi metterò un po’ad esaminare, quando ho un po’ di tempo, le fonti sul passaggio di Chiabrera alla corte Gonzaga.. si sa mai che non si trovi qualcosa.

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