Antoine Busnoys, un ‘Homme Armé’ ed un amore impossibile… o forse no


Carissimi Compagni di viaggio,

mi sono imbattuto, nelle mie scorribande su YouTube, in alcuni brani di Antoine Busnoys (o Busnois), figura gigantesca della scuola Borgognona, dalla controversa biografia, di vastissima cultura e che condivide fama di caposcuola assieme ad Ockeghem il quale,  forse anche grazie alla sua lunga vita, ha conservato, ad oggi, più grande (e meritata) fama. Eccovi qualche dettaglio da Wikipedia:

Antoine Busnois (anche Busnoys) (Busnes, vicino Béthune, 14306 novembre 1492) è stato un compositore e poeta francese, appartenente alla Scuola di Borgogna del primo rinascimento. Famoso come compositore di musica sacra, come mottetti, egli fu anche uno dei più rinomati compositori di chanson profane del XV secolo. Egli fu anche la figura preminente della tarda Scuola di Borgogna dopo la morte di Guillaume Dufay.

Blasone di Busnes

I dettagli della sua vita sono puramente da interpretare, ma si presume che nacque a nei pressi di Calais, forse nel villaggio di Busnes (che poi tanto ‘villaggio’ non doveva essere, visto che ha un proprio blasone), a cui il suo cognome sembra riferirsi. Egli può essere nato in una delle famiglie aristocratiche di Busnes; in particolare, Filippo di Busnes, un canonico della Cattedrale di Notre Dame di Lens potrebbe essere stato un suo parente.

Busnois ricevette una eccellente educazione musicale, probabilmente nella scuola del coro di una qualche cattedrale nel nord (perchè non proprio Bethune?) o nel centro della Francia. L’origine aristocratica può spiegare la sua presenza in giovane età presso la Corte francese: sin dal 1450 sembra che vi si trovasse e nel 1461 era già cappellano a Tours. Che non fosse uno stinco di santo è dimostrato da una richiesta di assoluzione, presentata il 28 febbraio 1461, in cui ammette di aver fatto parte di un gruppo di cinque persone che “avevano pestato a sangue” un prete, non una ma ben cinque volte. Mentre era in stato di interdizione dalla messa, ebbe l’ardire di celebrare messa e per questo venne scomunicato; in ogni caso fu poi perdonato da Papa Pio II.

Si spostò quindi nella Chiesa collegiata di san Martino, sempre a Tours, dove divenne suddiacono nel 1465. Johannes Ockeghem era tesoriere in quella chiesa ed i due ebbero modo di conoscersi bene. Alla fine del 1465 Busnois si spostò a Poitiers, dove non soltanto divenne maestro del coro dei ragazzi, ma si adoperò per attrarre dei bravi cantori da tutta la regione; da questo tempo la sua fama di maestro di canto, studioso e compositore si diffuse in tutta la Francia. In ogni caso partì così improvvisamente, come era arrivato, alla fine del 1466; non si conobbe il motivo della sua partenza ma il suo incar

Carlo il Temerario (Carlo l'Audace)

ico venne dato nuovamente al suo predecessore. Lasciata Poitiers, Busnois si trasferì in Borgogna. Dal 1467 Busnois fu alla corte di Borgogna, ed egli iniziò a comporre per Carlo l’Audaceprima che questi assumesse il titolo di Duca il 15 giugno; ciò si desume da uno dei sui mottetti in hydraulis che contiene una dedica dalla quale risulta che era già Conte. Carlo nel divenire Duca di Borgogna, acquisì prest il soprannome di Carlo l’Audace per la sua fierezza e per le sue ambizioni militeri (che lo porteranno alla morte dieci anni più tardi). Assieme alla sua passione per la guerra, Carlo amava la musica e Busnois fu apprezzato e riverito nella Corte di Borgogna.

In una lista del 1467, Busnois assieme a Hayne van Ghizeghem e Adrien Basin, era citato come “cantore e valletto di camera” di Carlo. Assieme alle sue doti di Cantore e compositore dimostrò doti di guerriero (è stato egli stesso, quindi, un Homme armee) accompagnando il Duca nelle sue Campagne militari, così come faceva Hayne van Ghizeghem. Busnois fu all’assedio di Neuss in Germania nel 1475 e sopravvisse, o non vi partecipò, alla disastrosa Battaglia di Nancy del 1477, nella quale Carlo venne ucciso e cominciò a scemare l’espansione della Borgogna. Busnois rimase alla Corte di Borgogna fino al 1482, ma non si conosce dove sia stato e cosa abbia fatto fino al 1492 quando morì. Al tempo della sua morte si trovava alla chiesa di san Saverio a Bruges. In questo periodo egli era conosciuto in tutta Europa ed i suoi manoscritti circolavano largamente nelle cattedrali.

La sua musica è sorprendentemente ‘moderna’ per il periodo, e sicuramente influenzerà la sua evoluzione, considerando che si trasmetterà lungo un ipotetico ‘asse’ che partendo da lui e da Johannes Ockeghem passa agli  allievi di quest’ultimo, fra cui spicca Josquin Desprez, affiancato da Pierre de la Rue, Loyset Compere, Antoine Brumel, solo per ricordare gli allievi indicati nella magistrale ‘Deploration‘ scritta per la morte di Ockeghem dallo stesso Josquin su testo di Jean Molinet.

Fra le tante cose belle, una prima composizione che mi ha colpito, innanzitutto per la scelta del testo, è ‘Anima mea liquefacta est‘, il cui testo è il seguente:

Anima mea liquefacta est, ut dilectus locutus est.  

Quaesivi et non inveni illum; vocavi et non respondit mihi.  

Invenerunt me custodes civitatis,

percusserunt me et vulneraverunt me.

Tulerunt pallium meum custodes murorum.  

Filiae Hierusalem, nuntiate dilecto quia amore langueo.

Anche altri Autori, come Giovanni Croce, si sono cimentati nel musicare questo testo. Eccone la versione inglese, come riportata nella Bibbia di Re Giacomo (testo linkato da Sabine Cassola proprio dalla sua trascrizione della versione di croce di questo mottetto su CPDL.org).

Song of Solomon, 5

1.    I am come into my garden, my sister, [my] spouse: I have gathered my myrrh with my spice; I have eaten my honeycomb with my honey; I have drunk my wine with my milk: eat, O friends; drink, yea, drink abundantly, O beloved.
2.    I sleep, but my heart waketh: [it is] the voice of my beloved that knocketh, [saying], Open to me, my sister, my love, my dove, my undefiled: for my head is filled with dew, [and] my locks with the drops of the night.
3.    I have put off my coat; how shall I put it on? I have washed my feet; how shall I defile them?
4.    My beloved put in his hand by the hole [of the door], and my bowels were moved for him.
5.    I rose up to open to my beloved; and my hands dropped [with] myrrh, and my fingers [with] sweet smelling myrrh, upon the handles of the lock.
6.    I opened to my beloved; but my beloved had withdrawn himself, [and] was gone: my soul failed when he spake: I sought him, but I could not find him; I called him, but he gave me no answer.
7.    The watchmen that went about the city found me, they smote me, they wounded me; the keepers of the walls took away my veil from me.
8.    I charge you, O daughters of Jerusalem, if ye find my beloved, that ye tell him, that I [am] sick of love.
9.    What [is] thy beloved more than [another] beloved, O thou fairest among women? what [is] thy beloved more than [another] beloved, that thou dost so charge us?
10.    My beloved [is] white and ruddy, the chiefest among ten thousand.
11.    His head [is as] the most fine gold, his locks [are] bushy, [and] black as a raven.
12.    His eyes [are] as [the eyes] of doves by the rivers of waters, washed with milk, [and] fitly set.
13.    His cheeks [are] as a bed of spices, [as] sweet flowers: his lips [like] lilies, dropping sweet smelling myrrh.
14.    His hands [are as] gold rings set with the beryl: his belly [is as] bright ivory overlaid [with] sapphires.
15.    His legs [are as] pillars of marble, set upon sockets of fine gold: his countenance [is] as Lebanon, excellent as the cedars.
16.    His mouth [is] most sweet: yea, he [is] altogether lovely. This [is] my beloved, and this [is] my friend, O daughters of Jerusalem.

Bene, l’idea di un’anima liquefatta ovvero di un principio fisso, lo zolfo, che si scioglie, mi ha fatto immediatamente ‘drizzare le orecchie’, e la ‘scena’ della fanciulla che ‘ode la voce’ (il suono) dell’amato, che cerca di raggiungerla (perchè ‘ha la testa piena di rugiada‘!) ma scompare, e la loro unione viene successivamente  impedita; il suono della voce  produce comunque all’interno della fanciulla un ‘cambiamento di stato’, quasi per ‘risonanza’, e questo mi ha rimandato alle pagine misteriose e sapide del Filalete su ‘La ricerca del Magistero perfetto‘, alle pene ed alle paure di un’altra fanciulla prigioniera (un mercurio dunque…) di uno zolfo arsenicale che le impedisce di assumere la propria natura.

Non sarà un caso che proprio nei Canti di Salomone, ovvero nel Cantico dei Cantici, ancora una volta si trovano passi che possono contenere o suggerire verità alchemiche? Forse no, e forse neppure lo è il caso che un compositore come Busnois, sufficientemente colto ed ‘eretico‘ al punto giusto da caratterizzare la propria esistenza come originale, stravagante ed accettata dalle personalità dell’epoca solo in virtù della propria abilità musicale, colga un insegnamento parallelo ed occultato sotto le parole della Bibbia per trasmetterlo mediante la propria arte alle generazioni successive. Pensate, Busnois scrisse anche un mottetto dal titolo ‘Anthoni usque limina‘, e forse fino ai ‘limina’ di un’altra conoscenza egli, che si chiamava Antonio come il santo (ma Busnois non era nuovo a simbolismi, acronimi, autoreferenze lasciati qua e là sparsi nei propri manoscritti), si era spinto.

Ma Busnois ‘vanta’ anche di essere accreditato come l’autore del famoso tema de ‘L’Homme Armè’, un tema ‘popolare’ che è stato utilizzato da tutti o quasi i compositori rinascimentali come ‘cantus firmus’ o in parafrasi per comporre delle Messe. Non è detto che ciò corrisponda al vero: hanno infatti musicato ‘L’Homme armè‘ anche Guillaume Dufay, più anziano di lui, e Johannes Ockeghem, e circa nello stesso periodo. Successivamente, tutti gli allievi di Ockeghem citati nella ‘Deploration‘ da Molinet, ovvero Josquin, de la Rue, Compere e Brumel hanno fatto altrettanto, e questo potrebbe essere un’altro fil rouge da percorrere, che si dipana attraverso le varie generazioni fiamminghe nel tempo e si estende anche geograficamente in tutta l’Europa: Palestrina, a Roma, Tinctoris, a Napoli, per restarein Italia (non dobbiamo tralasciare che Brumel stette in Spagna, a Laon, per un periodo, che lo stesso Dufay soggiornò a lungo in Italia, a Milano, eccetera…).

Tema de l'Homme Armee

Un’interessante inquedramento storico del tema ‘L’Homme armé‘, usato come tema di base o come cantus firmus in molte messe, ed anche da Busnois (forse come si è detto ne è stato addirittura l’autore) è qui:

http://markalburgermusichistory.blogspot.com/8408/02/antoine-busnois-c-1430-1492.html

Il tema dell’Homme armè è semplice, rude ed evocativo, così come le parole, di queste figure di guerrieri in armatura che spadroneggiavano con prepotenza nei villaggi. A ben guardare, contiene al suo interno anche un frammento tematico de ‘La tricotea‘, altro tema quattrocentesco interessante per noi Cercatori, ma di cui parleremo un’altra volta… certo, se non è un caso, allora è un segnale, in perfetto stile Busnois.

Tornando al nostro tema, è sorprendente come esso venga elaborato in composizioni raffinate e complesse, tanto da essere appena riconoscibile al loro interno:

Ma perchè l’Homme armè? Beh, dopo il ‘Liquefacta‘, ho ascoltato il bellissimo Credo di Busnois su questo tema, e lasciando libera la fantasia ho pensato a questa immagine

“L’Alchimista protegge l’Atanor contro le influenze esterne” – Fulcanelli, Il Mistero delle Cattedrali

ed a queste parole:

Rivestito dall’armatura, le gambe bardate di gambali e lo scudo in braccio, il nostro cavaliere è posto sulla terrazza di una fortezza, a giudicare dai merletti che lo circondano. Con un gesto difensivo, egli minaccia con il giavellotto una forma imprecisa (qualche raggio? un gruppo di fiamme?), che è sfortunatamente impossibile ad identificarsi… Dietro il combattente, un piccolo edificio bizzarro, formato da un basamento a volta, merlettato e poggiante su quattro pilastri, è ricoperto da una volta segmentata a forma semisferica. Sotto la volta inferiore, una massa aculea e infiammata ne precisa la destinazione”.

Grazie all’accostamento che ne fa Archer sul suo blog (ma avrei dovuto pensarci io…) un altro Homme armè è disegnato da De Bry nell’Atalanta Fugiens di Michael Maier nell’emblema XX.

 Fra le molte cose scritte nel relativo Discorso da Maier c’è questa descrizione (mia traduzione, un po’ più letterale di quella di Cerchio):

Questo è  il cavaliere ornato da collana, armato con gladio e scudo contro il dragone, affinchè dalle fauci di quello strappi la vergine inviolata Albifica, Beia oppure Bianca nel cognome

I corsivi sono miei, punti che ritengo debbano essere frutto di ulteriore riflessione, ad esempio quell’ornato di collana (torquatus) come traduce il Calonghi, ma che se fosse il participio di torquere sarebbe di ben differente significato, forse con un intendimento operativo. La vergine inviolata, per un’innamorato di Desprez come me, non può che ricondurmi ad una delle sue più interessanti e commovente composizioni:

Non vi sfuggirà quella copiosa ed abbondante discesa di note all’inizio del brano…

Infine, il cognome di Beia? credo che sia perchè esso segue il nome, e che Beia la Bianca sarà così dopo che l’inviolata vergine nera sia stata purificata… ma qui mi avventuro ben oltre il confortante ambito della musica, e lascio questo avventuroso peregrinare ai Compagni (cui dedico questa fatica) nella speranza che essi rispondano, come all’invito di Merula: ‘Dica, dica chi vuole, dica chi sa’.

Buona cerca!

Chemyst

 

 

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5 pensieri su “Antoine Busnoys, un ‘Homme Armé’ ed un amore impossibile… o forse no

  1. Caro Chemyst,

    i miei complimenti per questo Post, ricco di storia, musica e fascino alchemico!…trovo che la sua idea sui musicisti Fiamminghi prenda sempre più corpo, animata com’è da una sana passione.

    Certo, si resta stupefatti di fronte alle coincidenze dei testi ed alla celestialità delle musiche e dei canti. Sarebbe bello trovare il bandolo di questa matassa: da dove è partita questa ‘impresa’ musical-alchemica’?…chi ne sarebbe stato l’iniziatore?…qualcuno di questi sapienti Musici, studiava o conosceva Alchimia?

    Nel merito delle sue note alchemiche, le offro qualche mia riflessione:

    Quel ‘torquatus’, scritto da quel burlone di Maier, potrebbe leggersi in due modi: il primo, è quello che lo fa derivare dal “Torq”, il collare di origine Celtica; esso veniva indossato dai guerrieri di rango, come simbolo della protezione degli Dei; talmente importante era quest’oggetto, che gli antichi guerrieri Celti, famosi per andar nudi in battaglia, indossavano solo e sempre il Torq; era generalmente fatto di fili di metallo intrecciato, ‘torti’ per l’appunto; in sostanza, dunque, si trattava di una ‘protezione’, di origine celeste.

    Il secondo possibile significato è quello dell’etimo latino ‘torquere’, che è anche ‘girare’, ‘voltare’.
    Ora, se il nostro valente Cavaliere, l’Homme Armé, ha lo scudo come protezione terrena di fronte al fuoco volgare, avrà forse anche una protezione celeste, il Torq al collo; armato di tutto punto, allora, si getta nel fuoco, voltandosi; nell’incisione di De Bry, il Cavaliere ‘volta’ infatti le spalle alla giovane Vergine minacciata dal fuoco…

    Un’altra riflessione si potrebbe fare su Gabritius e Beya, di cui si dice molto, in molti libri. L’origine della storia di questi due fratelli incestuosi è incerta; la più attestata è quella della ‘Visio Arislei’, posta in una versione della ‘Turba Philosophorum’.
    Arisleo, che forse è storicamente identificabile con Archelao, va in visita con alcuni suoi amici filosofi all’Isola del “Rex Marinus”; qui vede che gli alberi non fruttificano e che le messi sono sterili. Interrogato dai colleghi, risponde che il motivo è evidente: in quell’isola si usava unire maschio con maschio! Allora Arisleo comanda al Re di far venire Gabritius e sua sorella Beya; unendosi, il fratello maschio alla sorella femmina, si sarebbe prodotto…il famoso figlio più bello dei genitori.
    Il punto era, però, che gli abitanti dell’isola, per quelle strane abitudini sessuali, non avevano evidentemente, figli; il Re, però, aveva un figlio ed una figlia, che – a seguire il testo – ‘gestavit in cerebrum suum’ !! E Arisleo, allora, dice che va bene, e che bisognava fare come Dio aveva fatto per Adamo ed Eva…

    Gabritius, nel latino della ‘Visio Arislei’, è ‘Thabritium’, che molti vogliono far derivare dall’Arabo “al-kibrit al-ahmar”, che sarebbe traducibile con lo Zolfo, quello rosso; Beya, potrebbe derivare da ‘Bay da’, Bianca. Quanto al fatto che Maier sostenga che ‘Bianca’ sia il cognomen, forse, leggendo Maria la Profetessa, si potrebbe trovare il nomen. Forse.

    Ora, al di là delle possibili etimologie, si sta parlando – in tutta evidenza – dell’unione di una ‘cosa’ rossa con una ‘cosa’ bianca; le due cose, essendo fratello e sorella, hanno evidentemente lo stesso padre o la stessa madre…il fatto è che Gabritius, nell’unione con Beya, muore; ecco un passo che descrive ciò che accade (RP):

    “Est ergo solutio nostra ut tradas Gabricum Beyae et coniugium fiat, et sane cum Beya concumbens statim moritur et in suam transfertur naturam. Deinde transactis diebus multis ascendit super Beyam, transferens eam in corpus suum et quamvis Beya sit femina, Gabricum tamen emendat, eo quod ex ipsa est. Et quamvis Gabricus sit carior Beya, scimus tamen quod non fit generatio absque ea. Idcirco coniunge servum nostrum rubeum sorori suae odoriferae et inter se artem gignent. Positus igitur in suo vase claude diligentissime decoquens continue ad ignem lenem, donec brodium fiant saginatum. ”

    Il ‘brodum saginatum’ è evidentemente quel ‘brodetto’ speziato di cui parla Fulcanelli.

    Conoscendo le sue doti ‘latiniste’, non avrà difficoltà a tradurre; magari traducendo anche l’Epgramma IV di Maier…dove si parla di un ‘liquor’ che occorre dare ai due sposi incestuosi, al fine di assicurarsi che possano generare…quel che debbono generare!

    Sempre di buon cuore

    Captain NEMO

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    • Caro Capitano,

      grazie per il proficuo commento. Certo, siamo noi oggi che troviamo ‘strano’ che nozioni, riferimenti, insegnamenti di Alchimia possano essere stati inseriti dentro composizioni musicali, ma dimentichiamo due cose: intanto che Alchimia, nel periodo di Busnois, non era cosa tanto segreta nè tanto bizzarra (a Ferrara il Duca aveva alchimisti a stipendio…), poi molte di queste stesse nozioni sono state disseminate nelle arti figurative e nell’architettura, dunque perchè non nella musica?

      Qualcuno dei compositori era anche Alchimista? Non lo so, si sa per certo di Monteverdi, ma quasi 200 anni dopo…

      Composizioni con testi di possibile senso alchemico appaiono anche prima, ma da questo periodo esse si intensificano, ed è in questo ambito che, anche grazie ad una straordinaria e secondo me ineguagliata capacità tecnica, i compositori fiamminghi si ‘passano’ brani, testi, riferimenti, si imitano fra loro, usano a piacimento e con abilità proporzioni metrico-musicali, schemi numerici, artifici d’ogni genere. Se questo avviene intensamente fra Josquin e Lasso, è dal periododi Ockeghem e Busnois che secondo me potrebbe aver inizio un consapevole uso della musica allo scopo di tramandare insegnamenti alchemici.

      Scriverò una possibile traduzione del brano che ha proposto al più presto, assieme all’Epigramma 4 (che ricordo bene…).

      A presto!

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  2. Eccoci caro Noldor,
    grazie mille per lo splendido post, davvero “ispirato”. Bellissime musiche e bellissimi i collegamenti Alchemici.

    Devo dire che leggere il testo in cui si dice “anima liquefatta” ha fatto suonare una serie di camapanelli. Ora il discorso si fa molto interessante e mi viene in mente un commento fatto da Canseliet sulla settima figura delle Dodici Chiavi de Filosofia di Basilio Valentino. mi permetto di riportare il pezzo che ci interessa: “Il sale dissolve l’anima metallica, LE serve da CORPO e la tiene abbracciata così strettamente che ormai le è impossibile sfuggire, a meno che non si sia commesso qualche errore nell’applicazione del fuoco secondo il RITMO delle stagioni, considerata una delle più grandi difficoltà operative dell’Opera” .
    l’immagine di detta Chiave la si può guaradare quì: http://www.crystalinks.com/keyv7.gif

    Altra cosa, che sicuramente non ti sarà sfuggita, è che il vocabolo “torquatus” ha qualche assonanza con “torchiato”, ma questa è ovviamente una mia interpretazione!!! Se leggiamo l’etimo di “torchio” ne deduciamo che deriva da “girare, volgere”.
    A proposito di torchio, non lo abbiamo visto in una delle vetrate che abbiamo commentato insieme quì sul tuo blog?

    Trovo molto bello l’accostamento dell’uomo armato con il medaglione della Cattedrale.

    Per ora ti saluto
    Tonneau il Rouge.

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    • caro Tonneau,
      è giusto il riferimento alla vetrata, d’altra parte ti ha colpito particolarmente quell’immagine, visto il tuo nickname… ci avevo pensato anch’io.
      Ma grazie soprattutto per il rimando alla VII Clef di Basilio: hai ragione, ora si riesce a leggere Basilio con altri occhi. E grazie per aver confermato la giustezza della mia sensazione… Fra l’altro, hai notato che nell’immagine che hai linkato l’acqua è inscritta nel triangolo igneo? E’ un’acqua che brucia, dunque? E’ quell’acqua che sta all’interno del Chaos, come ci conferma l’immagine, e che deve sgorgare limpida da esso, e che coincide, quindi, con la ‘Lux obnubilata’, e quindi con un fuoco, segreto perchè nascosto all’interno del Chaos, e secreto perchè esso lo ‘secernerà’ all’esterno, sempre se i fati lo vorranno… Ah com’è bella l’Alchimia, ed è bello sapere che un ‘Homme armè’ coperto di Ferro sappia scrivere di musica e d’alchimia…

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