Da un ‘Jeu d’Enfants’ all’altro…


Negli anni dell’infanzia si usava, quando possibile, giocare a calcio dove capitava: un cortile, la villa comunale, la spiaggia, un prato, persino dentro un’area archeologica vicino casa sulla quale era cresciuto un comodo manto erboso, comodo per chi, come me, giocava in porta…

A volte, specie se da una parte o dall’altra giocava qualcuno bravo, c’era sproporzione fra una squadra e l’altra ed il risultato poteva essere un ‘cappotto‘ di 7, 9 o anche 10 a 0. In quel caso la squadra vincitrice intonava un ritornello canzonatorio verso gli sconfitti che suonava più o meno così:

eoeo1

(il dialetto delle parole si può tradurre così: ‘Eo eo, vi abbiamo imbottigliato, eo eo vi abbiamo ubriacato‘).

A distanza di molti anni, esplorando il repertorio rinascimentale con il tema del vino, mi sono imbattuto in una nota ‘chanson rustique‘, riportata nel Cancionero de Palacio, che inizia nello stesso modo: La Tricotea.

la-tricotea

Eccone un esempio da YouTube:

(una chicca, un’esecuzione vintage di una delle formazioni più belle dei King Singers).

L’incipit è assolutamente identico, e lo spirito è similmente giocoso: La Tricotea ha infatti un testo costituito da un misto di dialetti franco-ispanici, la cui origine pare sia da ricercare nelle osterie del porto, vero crogiolo linguistico in cui si fondono le ‘parlate ‘ certo non letterarie di marinai provenienti da ogni dove e che danno origine ad un testo in cui si riconoscono temi quali la ragazza ‘facile’, il vino, il cibo e i santi da prendere in giro. Ecco il testo:

La tricotea,
sa Martin la vea.
Abres un poc
al agua y señalea.
La bota senbra tuleta,
la señal d’un chapiré.
(Ce/Ge) que te gus per mundo spesa.
La botilla plena,
Dama, qui mana,
cerrali la vena,
Orli, cerli, (trun/trum), madama,
cerlicer, cerrarli ben,
(votr’/botr’) ami contrari ben.
Niqui, niquidón,
formagidón, formagidón.
Yo soy monarchea
de grande nobrea.
Dama, por amor,
dama, bel sé vea,
dama, yo la vea.

Yo é clavar el (molin/molín)
y untar el batán.
No me des pan
nin torresne de tosín.
La bota senbra tuleta,
la señal d’un chapiré.
(Ce/Ge) que te gus per mundo spesa.
La botilla plena,
Dama, qui mana,
cerrali la vena,
Orli, cerli, (trun/trum), madama,
cerlicer, cerrarli ben,
(votr’/botr’) ami contrari ben.
Niqui, niquidón,
formagidón, formagidón.
De vos haré bisoña
qu’en tota Borgoña
non trobéis otro mí par;
dama bel, sé mea;
dama, yo la vea.

Ora, questo frammento tematico comune fra ‘La tricotea‘ e il giocoso tema della mia infanzia è in comune anche con una chanson, sempre di sapore popolare, attribuita però storicamente a Antonine Busnois, di cui ci siamo già occupati: ‘L’Homme armè’. Con le dovute differenze (il tempo, ternario e non binario, sostanzialmente) nelle battute 12-19 ritroviamo le stesse note:600px-lhommearme-1

Ci piace riportare qui, ad integrazione di quanto già documentato, assieme alle implicazioni alchemiche, il nome dei numerosi compositori che hanno utilizzato come ‘cantus firmus’ questo tema  per comporre delle messe:

Antoine Busnois, Guillaume Dufay, Josquin Desprez, Pierre de la Rue, Loyset Compere, Antoine Brumel, Johannes Regis, Johannes Ockeghem, Guillaume Faugues, Johannes Tinctoris, Firminus Caron, Mathurin Forestier, Jacob Obrecht, Bertrandus Vaqueras, Philippe Basiron, Mambrianus de Orto, Robert Carver, Matthaeus Pipelare, Cristobal de Morales, Francisco de Penalosa, Vitalis Venedier, Francisco Guerrero, Ludwig senfl, Giovanni Pierluigi da Palestrina.

Si tratta di ben 24 compositori, in gran parte appartenenti alla scuola franco – fiamminga o ad essa legati (penso a Morales, o allo stesso Palestrina) e 9 di essi appartengono al duplice elenco di musici citati da Francois Rabelais nel famoso prologo al IV Libro di Pantagruel (1522: questo cut-off in qualche modo aumenta percentualmente il numero dei compositori ‘rabelaisiani‘ perchè consente di escludere quelli più recenti come data di pubblicazione delle loro messe). Questo è solo l’elenco relativo alle messe: ‘L’Homme armè‘ entra peraltro in composizioni diverse come i mottetti e le chanson (penso ad esempio a Robert Morton).

Mi sono letteralmente dannato per conoscere esattamente il significato della parola ‘Tricotea‘: la sua radice è verosimilmente ‘tricot‘, che ha a che fare con il cucito. Il termine tuttavia ricorre in chanson con chiaro significato erotico: cito ad esempio “Je me complains” del grande Josquin Desprez, che finisce così:

tricoton

ma anche un’anonima chanson quattrocentesca politestuale a tre parti, che però fa assumere a questo tema popolaresco nuova importanza, come vedremo. Si tratta di ‘La tricotea / A la tricoton /Maistre Pierre‘. Dunque, nel testo della terza voce ecco comparire ‘Maistre Pierre du Coingnet‘!

Dunque, oltre al tema de ‘Lhomme arme’, come abbiamo visto ricco di connessioni con l’Alchimia, non sfugge  a chi ha letto i due libri di Fulcanelli, la connessione a Maistre Pierre du Coignet. Nel Mistero delle Cattedrali vi si fa riferimento a proposito di una statua, che rappresenta il diavolo in forma di un cane nero, posta un tempo a Notre Dame de Paris e nella Cattedrale di Sens, ribattezzata ‘Maistre Pierre du Coignet’ dal popolo (probabilmente, come vedremo, su istigazione del clero), nella cui bocca aperta i fedeli usavano spegnere i mozziconi delle candele ancora accesi.

Paolo Lucarelli nelle note al Mistero spiega e tenta di tradurre con “Mastro Pietro del Cantuccio“, simbolicamente alludendo alla nostra materia iniziale, fetida, nera e disprezzata che tuttavia è, in potenza, la ‘Pietra maestra angolare’ della Grande Opera (rammento anche nella liturgia pasquale il versetto ‘La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo’ in cui, noto con un sorriso, sopravvive un’indicazione forse involontaria al prodotto al tempo stesso luminoso e oscuro della prima congiunzione), ovvero il Mercurio Comune. Nelle Dimore Filosofali si cita invece un Maistre Pierre du Coingnet nel capitolo sul Grimorio del Castello di Dampierre ed è lo stesso Fulcanelli a dargli la traduzione di ‘pietra maestra di conio‘, ovvero ‘la nostra pietra angolare ed il blocco primitivo sul quale tutta l’opera è edificata‘ (suggerisco vivamente di rifarsi all’originale francese, di recente ripubblicato in anastatica da Martino Publishing, Mansfield, USA, 2012, p. 241, la traduzione italiana di Mediterranee, come sappiamo, è molto carente).catedralsaintetiennedesens

In realtà troviamo un Pierre du Coingnet in Francois Rabelais (proprio così!), che dice essere distorsione del nome Pierre de Cugnieres il quale in una disputa contro dei prelati venne ‘sconfitto‘ e quindi denigrato. “Coingne“, infatti, come risulta poi evidente nel prosieguo della lettura del Prologo al IV Libro di Pantagruel, oltre al significato di ‘scure‘ indica (di nuovo) l’atto sessuale: ‘coingner‘ è usato nel senso di ‘penetrare’ (nella casta traduzione italiana in mio possesso è tradotto ‘incuneare‘) proprio nelle due Chanson oggetto del racconto di Priapo (verrebbe da dire: da che pulpito…) cantate e suonate dai musicisti francesi e fiamminghi che costituiscono uno dei filoni portanti della nostra Cerca. A dispetto, dunque, del suo nome derisorio e dai risvolti volgari, una ‘Pietra maestra della penetrazione‘ non perde affatto valenza alchemica, piuttosto ne acquista: anzi, il gesto inconsapevole del popolo che introduce del fuoco al suo interno aggiunge ancor più valore a questa immagine in termini di operatività di Laboratorio.

In fondo, una volta assodato che proprio la copula sessuale (“coingnee“) costituisce l’elemento comune dei tre testi uniti in una sorta di quodlibet dall’anonimo autore di ‘La tricotea / A la tricoton /Maistre Pierre‘ possiamo ipotizzare che sotto una veste testuale poco edificante  si possa celare un’allegoria della congiunzione alchemica, che in fondo è l’unione mediata dal fuoco (meglio, da più fuochi) di un maschio, uno zolfo, con una femmina, un mercurio. Aggiungerò però, anche se a qualcuno non sarà sfuggito, che, una volta accettata l’ipotesi che questi testi di chanson  (ed a questo punto anche il Prologo di Rabelais) alludano ad operazioni della cosiddetta Prima Opera, ci troviamo di fronte alla trasmissione di un insegnamento segreto che tutti i testi alchemici contemporanei generalmente saltano o tutt’al più spargono in poche parole distribuite lungo tutto il testo, preferendo parlare dall’inizio della Seconda Opera, descrivendo le Sublimazioni o Aquile come Prima Operazione.

D’altra parte, abbiamo già incontrato altri brani musicali ricchi di allegorie alchemiche dissimulate all’interno di un testo più o meno erotico: mi riferisco a ‘Ce moys de May‘ di Clement Janequin, intimo amico di Rabelais e da questi tenuto in gran considerazione, autore anche di ‘Ung mary se vouloit coucher‘, parafrasata da Rabelais come ‘Grand Thibault se vouloit coucher‘, ovvero la prima delle due chanson presenti nel racconto di Priapo presente nel Prologo al IV Libro.

A voler spingere ancor di più – magari forzando un po’ le cose – la ricerca di collegamento fra chanson (tutte ben degne della ‘Gaia scienza’, come vedremo) allegre e goderecce, troviamo che ne esistono due, dal titolo ‘La, la, Maistre Pierre‘, musicate da vecchie conoscenze, quali Jacob Clemens non Papa, lo stesso di cui parlammo a proposito di ‘Pere eternel‘, e Claudin de Sermisy, ovvero ancora una volta uno dei musicisti presenti nel racconto di Priapo, il quale fu una vera star della chanson parisienne al tempo di Francois I de Valois.

Eccone il testo:

La la, maistre piere
la la, buvons don
en revenant de Nanterre
ie m’assis sur une piere
aupres de moy ung flacon
a ce flacon fit la guerre
en mangeant dung gras gambon
la la, maistre piere
la la, buvons don

Tralasciando (ma neanche troppo) la facile cabala fonetica ‘En revenant de Nanterre’ >  ‘En revenant d’une terre‘ ‘La, la, Maistre Pierre’ > ‘La, la  maistre Pierre‘, che invece di tradurre ‘Tornando da Nanterre, la, la Mastro Pietro‘ leggiamo ‘Rinvenendola da una terra la Pietra Maestra‘, il nostro allegro viandante, compagno di viaggio (?) del nostro Maestro Pietro/della nostra Pietra Maestra, si siede su una pietra (che insistenza!) e mangiando un grasso prosciutto fa la guerra “a ce flacon“, a questa bottiglia.  Curioso, questo è anche uno dei tre testi (ricorre questa tecnica) presenti nella notissima chanson dal titolo di ‘Tourdion‘ scritta (o comunque pubblicata)  da Pierre Attaingnant, l’editore parigino di corte: ‘En mangeant d’un gras jambon a ce flacon faison la guerre‘. Pressoché identico. Attaingnant specifica il vino, Chiaretto, mutuandolo da Guillaume le Heurteur (ancora uno dei compositori/cantori della seconda lista menzionata da priapo) che ha composto la meno celebre ‘Quand je bois du vin Clairet‘ a tre voci.

Fra l’altro, detti musici, secondo il racconto di Priapo, mentre cantano e suonano la chanson di Janequin, fanno ‘la guerra a schidionate di prosciutti e bastioni di bottiglie‘: questo sembrerebbe indicare che il Rabelais conoscesse quantomeno la chanson di Heurteur o comunque avesse ampia conoscenza o possedesse molte delle edizioni di chanson di Pierre Attaingnant. Ma il Tourdion fu pubblicato  nel 1530 e la chanson di Le Heurteur nel 1545, dunque sono i due autori che conoscevano Rabelais ed il suo IV libro, e non (soltanto) viceversa.

Ma ‘La tricotea‘ riserva un’ultima sorpresa.

Nella seconda strofa nomina la Borgogna: forse sembrerà davvero 199px-charles_the_bold_1460un’ulteriore forzatura, ma è lì che stava Antoine Busnois quando ha scritto ‘L’Homme arme‘, che ne contiene l’incipit. Lui, Busnois, era egli stesso un ‘homme arme‘ al servizio del Duca Carlo il Temerario, il quale infranse la propria vita e quella della Borgogna, scrigno di musica e d’alchimia, nell’inseguire, lui stesso Musico, Alchimista e Guerriero insieme, il proprio sogno di ‘grandeur‘ cavalleresca, cingendo al collo il Toson d’Oro, simbolo della fraternità ermetica di cui reggeva il Gran Magistero.

E così, forse, il cerchio si chiude.

E’ tempo di tornare ai nostri ‘Jeux d’enfants‘. Buona cerca a tutti!

Chemyst

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7 pensieri su “Da un ‘Jeu d’Enfants’ all’altro…

  1. Carissimo Chemist,

    che emozione quando dal nostro cuore scaturisce qualcosa che ci riporta alla nostra infanzia!

    Mi permetto di darle una personale impressione sulla parola “Tricotea”.
    Questa infatti mi pare si presti a molti giochi cabalistici.

    Il primo suono che mi è venuto in mente è stato quello della parola “truc” francese, che (per Espagnolle, come riporta una delle prefazioni delle Dimore Filosofali) viene dal greco τρύχω, consumare, esaurire, tormentare. Vocabolo vicino anche al greco τρύξ che si riferisce alla feccia del vino.
    La seconda parte della parola invece mi ricorda molto il greco θεῖον, che può essere riferito sia alla divinità che allo zolfo (si veda la nota 80 a pag.186 di Paolo Lucarelli nel Mistero delle Catedrali).

    Ma volendo continuare coi giochi, il “cote” è la pietra su cui si affila il coltello e “cotes” in latino significa scoglio o roccia. Quindi la tricotea potrebbe essere una roccia su cui far uso per tre volte di un coltello.

    Oppure, per tornare al suo tricot, o tri-cot che, ricordando il gioco di Fulcanelli con la parola argot (art cot – Xo), potrebbe avere a che fare con lo Spirito…

    Spero di averla stuzzicata (tormentata? τρύχω…) a dovere con questi suoni che mi pare si sposino bene con il suo post e confido che vorrà perdonarmi se mi sono divertito a giocare in questa maniera.

    Un caloroso abbraccio,

    EmmEnthAl

  2. Carissimo Chemist,

    che emozione quando dal nostro cuore scaturisce qualcosa che ci riporta alla nostra infanzia!

    Mi permetto di darle una personale impressione sulla parola “Tricotea”.
    Questa infatti mi pare si presti a molti giochi cabalistici.

    Il primo suono che mi è venuto in mente è stato quello della parola “truc” francese, che (per Espagnolle, come riporta una delle prefazioni delle Dimore Filosofali) viene dal greco τρύχω, consumare, esaurire, tormentare. Vocabolo vicino anche al greco τρύξ che si riferisce alla feccia del vino.
    La seconda parte della parola invece mi ricorda molto il greco θεῖον, che può essere riferito sia alla divinità che allo zolfo (si veda la nota 80 a pag.183 di Paolo Lucarelli nel Mistero delle Catedrali).

    Ma volendo continuare coi giochi, il “cote” è la pietra su cui si affila il coltello e “cotes” in latino significa scoglio o roccia. Quindi la tricotea potrebbe essere una roccia su cui far uso per tre volte di un coltello.

    Oppure, per tornare al suo tricot, o tri-cot che, ricordando il gioco di Fulcanelli con la parola argot (art cot – Xo), potrebbe avere a che fare con lo Spirito…

    Spero di averla stuzzicata (tormentata? τρύχω…) a dovere con questi suoni che mi pare si sposino bene con il suo post e confido che vorrà perdonarmi se mi sono divertito a giocare in questa maniera.

    Un caloroso abbraccio,

    EmmEnthAl

    • Caro Chemyst

      Secondo me la tricotea è uno scherzo della Natura, che ama ogni tanto e in certi periodi sfoderare un imprevisto Terzo elemento sconosciuto, e se il destinatario non è preparato ,si sa ci rimane male e potrebbe offendersi (si ricordi l’immagine di Fulcanelli, dove l’alchimista si difende dalle nubi).
      Ebbene la Natura è scherzona e se la ride.
      Ad esempio il primo Aprile , si diverte attaccando un pesce nelle spalle al malcapitato o ben capitato.
      Del vino si dice che tira brutti scherzi a chi non è abituato a berlo…

      Ad ogni modo la si prenda…
      Buona Tricotea a tutti

      Saluti
      Gianni

      • Carissimo gianni,
        ben ritrovato, ed in forma brillante. Grazie per il ricco e gustoso commento. Vedrà, la Tricotea ci riserverà ancora sorprese.
        Buona Primavera!

    • Allora, Canseliet nella II Prefazione alle Dimore traduce  τρύξ con tartaro. E’ esatto, il mio fido Rocci porta anche questo significato, come secondo. Il primo è, sorprendentemente, vino novello o anche mosto. Il terzo è acquerello.
      Ne aggiunge anche un altro, che mi pare interessante: scoria di metallo.
      Rocci collega il termine al verbo τρυγαω, vendemmio, mentre τρυγω nella sua forma contratta come ‘essiccare’ non esiste nel Rocci: tuttavia ho trovato τρυγη’ che significa, coerentemente, siccità. Interessante, inoltre, il vicino termine τρυγητος, tempo della vendemmia, ma anche torchio.

      In buona sostanza Canseliet indica insistentemente un’azione ignea nascosta e sottile, ovvero il Fuoco Segreto. Lo fa avvicinando questi termini greci al francese truc. In Greco c’è τρυχω, che vuol dire colpire secondo la fonte francese da te citata (Espagnolle). Ma c’è anche ‘trucco da giocoliere’, consumare per sfregamento, stancare, spossare, perseguitare, tormentare.

      Rocci è concorde: porta estenuare, snervare, tormentare, logorare, guastare (toh, m’a gaste ma verte cotte… chi se lo ricorda?), consumare… collega inoltre il termine a τρυω, che è l’equivalente del latino terere 😉

      Interessante, vero? Credo di poter dire con certezza che gli Alchimisti amassero i vocabolari delle lingue antiche…

  3. Carissimo Chemyst,
    ricordo il mio stupore anni fa quando in un dizionario di greco/inglese era proprio citato il trucco e si faceva riferimento, oltre ad altre cose, anche alla scoria del metallo. Il mio interesse era stato destato dal commento di Canseliet alle Dodici Chiavi di Basilio Valentino (pagina 45 introduzione – edizione italiana delle Mediterranee). Un passo interessante, oltretutto viene citato, come saprai benissimo, anche Rebelais.
    Un abbraccio.

    • Caro Offerus,
      grazie per il prezioso commento e per avermi rammentato quel passo di Canseliet. Finora né io né Emmenthal abbiamo sfiorato ‘la parola TRINC… celebrata ed intesa da tutte le nazioni‘, ed il passo della Divina Bottiglia. Dovremmo farlo, prima o poi: anche perché le ‘bottiglie‘ (o i ‘flacons‘) popolano in gran numero le pagine di Rabelais ed anche le nostre chanson.

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