E’ ancora Natale…

Cari Cercatori,

Natale è di nuovo qui. Altrove – senza dubbio – troverete mille riferimenti dotti e documentati sul suo significato, sulla Festa della Luce, sul Sole Bambino o sul Sol Invictus, su Santa Lucia e via così.

Tutte cose bellissime: tante di esse anche utili al Cercatore fedele a Dama Alchimia, sulle quali riflettere, in questi giorni in cui si avverte come un tirare il fiato della Natura, con serenità e un pizzico di distacco dall’incalzare della vita quotidiana.

Quello che però sento oggi come importante è un messaggio chiaro, celato nella Traditio natalizia: Cristo è sceso sulla Terra ‘per una nuova ed eterna alleanza‘, dice il rito cristiano. E lo ha fatto – in analogia a quanto auspica il Cercatore nelle sue congiunzioni – per rinsaldare, rinforzare o anche recuperare l’Unione fra l’Uomo e Dio, l’Armonia fra Cielo e Terra.

Un atto d’amore immenso, generoso e gratuito, cui non si può restare indifferenti, non si può coglierne quantomeno la potenza analogica ed esemplificativa di un monito che ogni anno si rinnova, volto al duplice effetto di ottenere ‘Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis‘.

Quella Pax sembra oggi quasi utopia, folli fraintendimenti integralistici inducono al sacrificio della propria vita (un prezioso dono di Dio) al solo scopo di distruggerne altre, altrettanto preziose. Crudeli speculazioni finanziarie riducono interi popoli in una sorta di schiavitù monetaria, spietati mercanti d’armi e di morte creano ad arte conflitti per crearsi un mercato. Nel nostro piccolo, in senso numerico, noi fortunati appartenenti al 10% di popolazione privilegiata consumiamo (e siamo incoraggiati a farlo, per ‘sostenere l’economia’!) la quasi totalità delle risorse del pianeta a scapito del 90%restante…

Certo – mi dirà qualcuno – tutto questo non ha a che vedere con l’Alchimia. Probabilmente no. Tuttavia, e lo sperimento con amarezza ogni giorno di più, anche in quella comunione di spiriti privilegiati che hanno intuito un barlume dell’Antica Scienza, l’acqua corrosiva della competizione, della primogenitura, della propria assoluta e vana certezza di essere depositari della Verità, divide e contribuisce al caos in cui ogni giorno di più questo mondo precipita.

Allora, Fratelli di Cerca, soprattutto coloro che conoscono le gioie e le sorprese del Laboratorio, qualsiasi Via si segua, in questi giorni in cui Natura respira, ed in cui l’Oro nascente torna sulla Terra, tutti, quelli più avanti che intravedono il Secondo Viaggio, così come coloro che aspettano che venga loro aperta la porta stretta per il Primo, e compresi quelli che si sono persi o soltanto fermati, apriamo i nostri cuori al messaggio di Armonia cui abbiamo in fondo dedicato ormai la nostra vita, accogliamolo come ci insegnano i Maestri del passato ed operiamo – anche in noi stessi, con una ‘profonda meditazione‘ – anzi, lasciamo operare quell’Agente – Ille Agens – affinché la nostra Cerca assolva nel giusto modo uno dei suoi scopi.

Un abbraccio sincero a tutti

 Chemyst

Adamo ed Eva e L’Arte di Musica

Cari Cercatori,

giorni fa pensavo di aver trascurato per un po’ la rilettura delle Dimore Filosofali di Fulcanelli. Ho dunque ripreso in mano la recente ristampa francese e mi sono messo in cerca, tramite il suo indice analitico, della locuzione ‘Art de Musique‘. Ho trovato tre riferimenti, ma uno mi è parso abbastanza interessante e foriero di riflessioni utili anche in termini pratici.

Si riferisce alla Casa di Adamo ed Eva, a Le Mans, e precisamente alle decorazioni che sono poste sopra ad uno dei finestroni, la cui immagine principale è quella (che appare corrotta nel disegno di Champagne ed oggi invece ha tutto l’aspetto di aver subito un efficace restauro) di Nesso e Deianira.

La Casa di Adamo ed Eva a Le Mans

Poco più in basso, a costituire gli angoli della cornice della ricca finestra, vi sono due riquadri contenenti altrettante figure umane, nude, sedute su un basso seggio cubico, e dotate di strumenti musicali. Quella posta a sinistra, dotata di una lunga chioma agitata dal vento e sembianze giovanili, suona un corno ricurvo, quasi un serpentone; la corrispondente figura di destra mostra invece una figura antropomorfa ma dalla testa di cinghiale nell’atto, a ben vedere, non di suonare ma di accordare una delle corde acute di quella che sembra una chitarra, o forse più propriamente una ‘viola di mano’ (vihuela de man). Di essa intravedo tre o quattro corde, mentre la mano del suonatore non consente di confermare tale dato contando il numero dei piroli poichè li copre.

Il disegno di Julien Champagne pare evidenziare qualche dettaglio in meno e qua e la qualche piccola differenza: il viso del suonatore di vihuela sembra più qiuello di un vecchio che quello di un cinghiale. detto questo, ecco il passo delle Dimore in questione: “… des personnages assis, – l’un soufflant dans un cor, l’autre pinçant une sorte de guitarre, – exécutent un duo musical. C’est la traduction de cet Art de musique, – épithète conventionelle de l’alchimie, – auquel se rapportent les divers sujets sculptés sur la façade.”

Una sua traduzione letterale potrebbe essere la seguente: “… due personaggi seduti – l’uno soffiante dentro un corno, l’altro pizzicante una sorta di chitarra – eseguono un duo musicale. E’ la traduzione di questa Arte di Musica –epiteto convenzionale dell’alchimia – al quale si rapportano i diversi soggetti scolpiti sulla facciata“.

Particolare del disegno di J. Champagne

Presa così, non è un granchè di spiegazione, non descrive neppure con la consueta accuratezza le immagini stesse. Tuttavia, quanto descritto nei paragrafi precedenti sembra in qualche modo potersi correlare a queste due immagini tutto sommato speculari: in essi si parla di opposte nature, maschile e femminile, che devono essere unite. Ecco allora che, a ben guardare, la femmina dai capelli fluttuanti al vento soffia aria all’interno di un corno, che di forma ha un’attribuzione tutta maschile, fallica come tutti gli strumenti a fiato, attribuzione sempre presente dalla letteratura e dall’arte medievale fino alle canzoni di Renzo Arbore, dove, peraltro, la ‘chitarrina‘ ha una chiara valenza femminile. Ed in questo caso lo strumento femminile, la vihuela, è in mano al personaggio maschile. 

Allo stesso modo, il corno (che però nel suo nome rinascimentale di ‘serpente‘ serba un’essenza intimamente mercuriale)  suona una melodia, magari articolata e virtuosistica, ma unica (una monodia), solistica,  laddove lo strumento femminile è in grado invece di eseguire più note contemporaneamente (polifonia), realizzando l’accompagnamento, ovvero armonizzando la melodia del solista.

L’atto posto in essere dal vecchio con testa di cinghiale (altro tema ricorrente  dell’iconografia musicale antica è il cinghiale o il maiale musicante, cui Canseliet riconosce – seppur al femminile – una valenza alchemica importante nei suoi Due Luoghi Alchemici) è in qualche modo preliminare, preparatorio all’esecuzione musicale, ed è un atto indispensabile senza il quale i due strumenti non possono suonare bene insieme.

Ovviamente, poichè il corno ha dimensione fissa mentre la vihuela può variare la tensione  delle proprie corde, è quest’ultima che si adegua a risuonare correttamente in base alle caratteristiche (in questo caso l’altezza, ovvero la frequenza di vibrazione)  del suono dello strumento a fiato.

Dunque possiamo, in queste due immagini, leggere fasi differenti del procedimento filosofico e dei suoi attori, ovvero le materie: aggiungerei un ulteriore dettaglio se pensiamo che il serpente ha un corpo solido, fisso, ma produce un’essenza volatile, aerea e rarefatta, una vibrazione dell’aria che a sua volta è, poi, il suono da esso generato.  Della musica, Claudio Cardella ne ‘La Lupa e i Due Soli‘ dice di essere affascinato perchè raggiunge la nostra sfera emotiva senza passare per l’analisi razionale. Mi pare adeguata metafora di un’essenza che penetri all’interno di una materia che sia accordata su di essa, preparata ad arte perchè sia pronta a riceverla.

Tuttavia, le analogie con il processo alchemico non si esauriscono qui: se non giudicherete troppo fantasiose queste mie note, scritte un po’ di getto, non esitate a condividere vostre riflessioni in merito, soprattutto se diverse da quanto ho immaginato qui.

Un caro saluto ‘armonico

Chemyst

Arte della Musica, Grande Armonia e Gioco di Bambini…

Cari Compagni di Cerca,

ho promesso ad alcuni di voi di mettere giù alcune considerazioni ‘musicali’ partendo dalla scala della Grand Coction di Canseliet: ebbene, il lavoro si sta rivelando ampio e variegato, per cui avrei pensato di dividerlo in più parti (almeno due).

Il tutto prende le mosse da questa affermazione di Eugene Canseliet nei ‘Due Luoghi Alchemici’, a pag. 244:

Allo stesso modo, Arte della Musica, Grande Armonia, Gioco di Bambini sono tre perifrasi che esprimono più specialmente nella Grande Opera l’ultima cottura, quella dell’uovo interamente estratto dal caput in apparenza sudicio: il guscio, l’embrione e i nutrimenti, bianco e giallo

Non è questa, tuttavia, la prima frase che fa riferimento alla musica nel bel libro di Canseliet (e che già suscita domande, ad esempio: Grande Armonia: ce n’è anche una piccola?): nel capitolo precedente dedicato a “La Fanciulla e la Tartaruga  dalla lunga coda”, infatti, egli commenta brevemente (ma raccomanda agli ‘etudiants’ di analizzarla profondamente) l’incisione che fa da copertina al “Traité de l’Eau de Vieou Anatomie théorique du Vin, divisé en trois livres. Composez autrefois par feu Me. I. Brouart Médecin” stampato a Parigi da Jacques de Senlecques, en l’Hostel de Baviéres, vicino alla porta di S. Michel nel 1646. tale incisione non viene riprodotta ne ‘I due luoghi alchemici’, bensì nei ‘Trois ancient Traités d’Alchimie’.

Di questa bellissima immagine parleremo ancora: vi prego preliminarmente di notare che anche qui vi sono un organo ed una viola. Il primo ha sette canne (numerate…) , mentre la viola ha  4 (o forse 5) corde.  Vi prego di dare un’occhiata anche alla sequenza delle note riportata sopra una delle due partiture.

Dello stesso Senlecque, invece, poco più avanti riproduce un’altra incisione (Tav. XXVIII, pag. 239, riportata sopra) molto interessante.  Essa è divisa in due parti uguali. In quella a sinistra c’è in primo piano Basilio Valentino in abito monacale, definito ‘Filosofo Occidentale’ mentre nell’altra metà, meno in evidenza, c’è Ermete Trismegisto, nei panni del ‘Filosofo Orientale’.  La tartaruga (con il simbolo di Saturno sul dorso) è visibile già nel riquadro in alto a sinistra, sopra e dietro la testa di Basilio, nel quale essa si muove su un terreno collinoso ed arido tranne che per un tralcio di vite con due grappoli d’uva (la vite, in effetti, predilige terreni secchi) sul quale un Leone è nell’atto di divorare un drago alato (?).

Il cielo sovrastante mostra ai due estremi in alto una Luna a sinistra ed un Sole a destra, entrambi dotati di volto, e fra di essi il doppio simbolo della Grande Opera, la stella a sei punte formata dall’intersezione dei due triangoli d’Acqua e di Fuoco, con incastonato al centro il simbolo aureo con il suo nodo. A fianco di questo disegno, a sinistra il simbolo di Venere ed a destra quello di Marte, coerenti nella loro posizione con gli astri maggiori che li sovrastano.

Accanto a questo, vi è un altro riquadro, suddiviso in due sezioni orizzontali, la superiore delle quali contiene una fila di sette Libri di Autori ermetici, di altezza crescente da sinistra a destra, sul cui dorso si legge il rispettivo nome: nell’ordine, Cosmpopolita, Flamel, Basilio Valentino, Artefio, Raimondo Lullo, Geber, Hermes. A titolo dell’immagine in alto vi è la scritta ‘Theoria’.

Il riquadro inferiore, con la scritta  ‘Practica’, contiene sette bottiglie, anch’esse di grandezza crescente, ognuna corredata da un’etichetta obliqua con una scritta che ne indica il contenuto e su ognuna delle quali è riprodotto un simbolo alchemico. Purtroppo delle scritte riesco a leggere soltanto le ultime tre a destra, ovvero ‘Agens’, ‘Acetum’ e ‘Aqua vitae’.

Nel riquadro principale, Basilioimbibe’ la stessa tartaruga saturnina con il succo di un grappolo d’uva che spreme in una mano; la tartaruga è poggiata su quello che sembra un piccolo fornello. Altri oggetti sono sul suo tavolo, fra i quali una brocca che tiene con l’altra mano, altri due grappoli d’uva in un piatto. Dietro di lui, su una mensola, dei crogioli di varia dimensione, ed un oggetto che sembra una sorta di gabbia.

Ora mi direte: e la Musica? E’ tutta nell’altra metà del disegno, quella dove il Trismegisto, con una sfera armillare nella destra, con la sinistra regge il collegamento fra due alambicchi poggiati sul piano superiore di un forno, dentro il cui fuoco vivo, visibile in basso, sta per essere posta con una graticola la stessa tartaruga mercuriale. Detto forno ha un tubo di sfogo da cui esce del fumo, ed accanto a detto tubo c’è un ‘pellicano’, colpito dai raggi di un Sole dal volto solenne, concentrati da uno specchio ustorio.

Dietro e in alto rispetto ad Ermete, un riquadro contiene sette canne d’organo, di dimensione crescente, da sinistra a destra, su ognuna delle quali c’è il simbolo di un pianeta o di un metallo, se preferite: da sinistra Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno. Al di sopra delle canne, la scritta:

Psallite Domino in Chordis et Organo

Questo versetto parafrasa quello di un Salmo caro ai musicisti, un po’ meno ai prelati (che oggi ciecamente cercano di espellere la polifonia ed ogni genere di musica colta dalla liturgia), il Salmo CL, che inizia con le parole ‘Laudate Dominum in sanctis eius’ ed in breve esorta alla celebrazione divina con ogni mezzo musicale: a tal proposito devo correggere la traduzione di Canseliet (Cantate per il Signore sui Liuti e sull’Organo), poiché con ‘Organum’ si intende ogni ‘sorte di stromenti’ e non l’organo. In ogni caso, è con l’accezione di Organo che verosimilmente è inserita la citazione nel disegno, così come per le ‘Chordis’ si fa riferimento ad uno strumento a corde, non un liuto ma un lontano cugino, la viola.

Il Salmo intero recita così:

Laudate Dominum in sanctis eius.

Laudate eum in firmamento virtutis eius.

Laudate eum in virtutibus eius.

Laudate eum secundum multitudinemmagnitudinis eius.

Laudate eum in sono tubae.

Laudate eum in psalterio et cithara.

Laudate eum in tympano et choro.

Laudate eum in chordis et organo. 

Laudate eum in cymbalis bene sonantibus.

Laudate eum in cymbalis iubilationis.

Omnis spiritus laudet Dominum!

A chi volesse approfondire, questo Salmo, oltre ai preziosissimi riferimenti musicali, contiene un messaggio ermetico che il Maestro di Savignies definirebbe volentieri ‘trasparente’: pensiamo solo al simbolismo del Firmamento, ed all’insisteza del salmista nel sottolinearne la Virtus

Quanto agli strumenti, essi sono la tromba (tuba), il salterio e l’arpa (cithara), il timpano ed il coro, le corde e gli strumenti (forse a fiato, qualcuno traduce con ‘flauti’), i cembali (piccoli sonagli metallici piatti) ‘che suonano bene’ e ‘nella loro gioia’.

Alla destra del Filosofo, è disegnata una grande viola da gamba a sette corde, persino numerate fra il ponticello e la cordiera, ed il cui manico è suddiviso da sette capotasti, anch’essi numerati. L’archetto, nella sua tipica forma seicentesca, si incrocia con le corde ad ‘X’, come sottolinea lo stesso Canseliet. Sotto alla viola, la scritta:

HARMONIA

sancta, spirituum

malignorum fuga,

seu (simbolo di Saturno) intemperiei

Medicina est

Il Maestro di Savignies ci ricorda che la successione dei ‘pianeti’ disposti sulle canne dell’organo è quella del sistema Geocentrico Tolemaico, ovvero a distanza crescente, apparente, dei rispettivi ‘cieli’ dalla Terra. Quel che posso aggiungere io è che una disposizione di canne del genere porterebbe a generare una scala discendente, o forse dovrei dire che quella è l’immagine speculare della disposizione reale delle canne di un organo. Riparleremo delle canne d’organo ancora, nel prossimo post.

Avevo cercato  corrispondenze ‘speculari’ anche per i libri, o meglio per una possibile antichità crescente/decrescente dei Filosofi nominati: essa tuttavia non c’è, in quanto, sebbene il più antico sia effettivamente ad un estremo della ‘scala’, ovvero Ermete Trismegisto, seguito da Jabir (Geber), mentre Lullo è più recente di Artefio e Basilio Valentino probabilmente lo è più di Flamel.

Anche per la viola si può dire qualcosa: innanzitutto nell’anno di stampa dell’incisione e del libro che la contiene, ovvero il 1646, non c’erano viole a sette corde, ma fino a sei: la viola a sette corde è un modello tardo, francese, del XVIII secolo, ultimo tentativo di ‘grandeur’ di questo nobilissimo strumento prima di soccombere al più dinamico ed irruento violoncello che la sostituirà. I sette capotasti, invece, erano direi quasi normali. Non a caso, peraltro, credo che tale numero sia stato così chiaramente ed insistentemente indicato. Tuttavia, da violista, osservo: se con sette canne d’organo si generano sette note, con sette capotasti su una corda se ne generano otto… e con sette corde + sette capotasti se ne ottengono 56, per quanto molte delle stesse si sovrappongono (ogni corda è a distanza di una quarta dalla precedente, tranne che fra la quarta e la quinta, dove l’intervallo è di una terza maggiore). L’accordatura di una viola francese a sette corde è: La – Re – Sol – do – mi – la – re … a voi il computo delle note totali.

Anche la sequenza dei pianeti sulle canne d’organo speravo avesse una relazione con la successione dei regimi di Filalete, ma quest’ultima è del tutto differente.

Mi fermo qui, per questa puntata, peraltro già abbastanza densa: aspetto qualche Fratello Maggiore caritatevole per la spiegazione dei simboli sulle bottiglie, e tutti voi per eventuali benevoli contributi alla discussione.

Un caro saluto, e alla prossima puntata…

Chemyst

 

La Cosmologia Musicale di J.R.R. Tolkien

John Ronald Reuel Tolkien, l’autore de ‘Il Signore degli Anelli‘, uno dei best-seller planetari di questi tempi, ha davvero, egli stesso immaginato (e quindi, in un certo senso, creato) un mondo fantastico.Il complesso scenario della sua opera principale (appunto ‘Il Signore degli Anelli’), che ha come ambientazione un intero continente (la cosiddetta ‘Terra di Mezzo’) ‘multietnico’, dove coabitano con terrena disarmonia Uomini, Elfi, Nani, Orchi ed altre creature fantastiche, è originato da una piccola fiaba compiuta, ‘Lo Hobbit‘, del quale lo scenario appena abbozzato è diventato un gigantesco affresco ricco di particolari. Non contento, Tolkien lo correda di un ‘passato’ e di una vera e propria, originale, Cosmogonia, che troviamo nel suo incompiuto ma pur sempre preziosissimo ‘Silmarillion‘. Curioso, il Silmarillion è la storia dei Silmaril, tre preziosissime Pietre che racchiudono la perduta Luce dei primi Luminari di Arda (la Terra di Tolkien), che erano due Alberi. Dunque, tre Pietre che racchiudono la Luce: ce n’è abbastanza per far drizzare le orecchie ad un aspirante Alchimista, non vi pare?

Ma chi era Tolkien? Ecco una breve nota biografica di Wikipedia (che contiene anche una biografia più estesa, il catalogo delle opere ed altro materiale):

Sir John Ronald Reuel Tolkien (pronuncia /ˈtɒlkiːn/[1]; Bloemfontein, 3 gennaio 1892Bournemouth, 2 settembre 1973) è stato uno scrittore, filologo, glottoteta e linguistabritannico. Il più grande tra tutti gli studiosi di lingua anglosassone, è l’autore de Il Signore degli Anelli e di altre celebri opere riconosciute come pietre miliari del genere fantasy, quali Lo Hobbit e Il Silmarillion.

Tolkien fu Rawlinson and Bosworth Professor di antico inglese presso l’Università di Oxford dal 1925 al 1945, e Merton Professor di lingua e letteratura inglese dal 1945 al 1959. Era un amico intimo di C. S. Lewis, e membro assieme a quest’ultimo di un gruppo informale letterario conosciuto come Inklings. Tolkien ricevette il 28 marzo 1972 il titolo di Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla Regina Elisabetta II del Regno Unito.

Oltre a ciò, era un uomo semplice, che viveva modestamente: aveva un piccolo orto, e in una delle sue lettere al figlio Christopher racconta con orgoglio e soddisfazione di aver installato un piccolo pollaio con poche galline, felice di poter avere delle uova fresche ogni mattina. Eppure conosceva le lingue norrene, incluso l’islandese, e ne inventava di nuove per i suoi personaggi… i quali, fra l’altro, nacquero dalle fiabe che egli inventava la sera per i suoi figli.

Il “Silmarillion” venne dato alle stampe nel 1978 da Allen & Unwin, ma il figlio Christopher trovò dei taccuini del 1917 nei quali il padre tratteggia episodi centrali di questo ‘mito del mito’. Il libro, così com’è stampato, è in realtà un’opera di sintesi di materiali diversi che Tolkien  aveva accumulato in quasi sessant’anni e che il figlio ha tentato di riordinare. Le idee centrali, però, sono ben presenti, e soprattutto i primi capitoli, quelli per ‘noi’ più interessanti, non foss’altro perchè si riferiscono alla Creazione, erano da tempo ben definiti. Il brano d’esordio è affascinante:

“Esisteva Eru, l’Uno, che in Arda è chiamato Ilùvatar; ed egli creò per primi gli Ainur, i Santi, rampolli del suo pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altro fosse creato.  Ed egli parlò loro, proponendo temi msicali; ed essi cantarono al suo cospetto, ed egli ne fu lieto. A lungo cantarono soltanto uno alla volta, o solo pochi insieme, mentre gli altri stavano ad ascoltare; chè ciascuno di essi penetrava soltanto quella parte della mente di Ilùvatar da cui proveniva, e crescevano lentamente nella comprensione dei loro fratelli. Ma già solo ascoltando pervenivano a una comprensione più profonda, e s’accrescevano l’unisono e l’armonia:”

A voler essere puntigliosi musicologi, in una dimensione atemporale, lo svolgersi del canto è un concetto bizzarro… eppure l’uomo è stato in grado di sviluppare (anzi sono le prime forme di musica ‘colta’) sistemi musicali ‘non mensurali’, laddove la ‘misura’ presupponeva una codifica del tempo, del ‘tactus’ che altro non era che il battito del polso dell’esecutore. Quello che però scalda il cuore è che Tolkien abbia fatto nascere l’universo da un canto, da una musica, e che essa si sia sviluppata per gradi (… per gradi?…) fino ad ‘accrescere ‘l’unisono e l’armonia’.

L’armonia è importante in Alchimia: è la moglie di Cadmo, ed i misti imperfetti sono detti tali eprchè al loro interno non v’è armonia fra i tre Principi Mercuriro, Zolfo, Sale. Vi è però qualcosa in Natura che  consente questo riequilibrio, che ponga rimedio ad uno squilibrio  frutto (come dirà  Tolkien) di una dissonanza rispetto al tema originario proposto da Ilùvatar.

La disarmonia, la dissonanza come radice dei mali del mondo è la concezione di Tolkien, e la nostra tormentata esistenza non è dunque frutto di un Demiurgo incapace (come dice Lucarelli) ma di uno dei Demiurghi (Ainur) che si volge al male e perverte alcune creazioni dei suoi fratelli.  Una vera ‘voce fuori dal coro’.

Ma Tolkien non si ferma qui…  “… Ma Ilùvatar diede loro una voce e disse: “Conosco il desiderio delle vostre menti, che ciò che avetevisto sia in effetti e non solo nel vostro pensiero, ma proprio come voi siete, e tuttavia diverso. Perciò io dico Eä! Che queste cose siano! E io invierò nel Vuoto la Fiamma Imperitura, ed essa sarà nel cuore del Mondo, e il Mondo sarà…”

Più avanti chiamerà la Fiamma Imperitura anche Fuoco segreto, tanto per essere chiaro… ma vi assicuro che leggere questo ‘atto di creazione’ mi ha fatto fare più di qualche salto sulla sedia… Per inciso, anche il buon Gandalf, incarazione di uno dei più benevoli dei Maiar nella Terra di Mezzo, nella sua lotta con il Balrog a Moria si dichiara “Servitore della Fiamma di Anor” (Anor è il Sole)…

Mi fermo, o ve lo leggo tutto: non voglio togliervi il piacere di farlo da soli. Aggiungo solo che la morte è il dono di Ilùvatar agli Uomini, i Secondogeniti… il perfido Melkor/Morgoth ne pervertì il significato, ammantandolo di paura, ma esso è noto al solo Ilùvatar…

Chemyst

dedicato a Norma Costantini, che mi regalò il libro, una vita fa…


Il Bianco e Dolce Cigno

Raffigurato nel Firmamento da una delle costellazioni più belle e visibili del cielo, il Cigno è un simbolo antichissimo, tra i più importanti e ricchi di significato in assoluto. Uccello elegante e maestoso, è simbolo di realizzazione completa in quanto in esso si ritrova sia l’essenza maschile (il lungo collo che rimanda ad un simbolo fallico) che quella femminile (il corpo bianco, candido e rotondo). Il Cigno è dunque l’Androgino, il perfetto Uovo del Mondo poichè in esso sono condensate le due nature, il frutto dello sforzo tendente all’equilibrio nella ricerca alchemica. Sono decine e decine le opere d’arte associate a questo simbolo, per tacere dei miti ad esso collegati, tra cui il celebre racconto classico di Giove trasformato in cigno per sedurre Leda. Nell’Antico Egitto il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Iside e Osiride nonché di Neftis e del malvagio Seth. Presente nell’architettura della Piana di Giza, attraverso le altezze delle tre piramidi, Nut partorisce metaforicamente il Disco Solare ogni mattina e costituisce parte dell’Ordine Cosmico.

In Alchimia il Cigno è legato all’Albedo e viene associato alla costanza: il processo di calcinazione rappresenta la seconda fase della Grande Opera.  In Gran Bretagna è inoltre un simbolo di regalità, presente com’è nello stemma dei re britannici. Il Cigno tuttavia è anche un simbolo di morte, rappresentato dal fatto che in Grecia il Cigno era sacro anche ad Apollo, Dio del Sole: di notte era un cigno a trainare il carro solare, invece del diurno cavallo, assumendo così una connessione con il mondo degli Inferi. Ma qui  a noi quel che interessa è il mito che racconta come, prima di morire, l’uccello normalmente fornito di un verso sgraziato si metta a cantare melodiosamente. Il Canto del Cigno così è divenuto sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello “stato perfetto” l’uomo è pronto per tornare “alle stelle”, al Divino, al Duat secondo gli egiziani, al Terzo Grado della Grande Opera. Alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un’evoluzione spirituale. Il Monaco di Erfurt, Basilio Valentino, lo raffigura un po’ discosto, in secondo piano, e nel suo commento Eugene Canseliet sottolinea proprio l’aspetto del Canto, identificandolo con un segnale preciso (Cygne, Signe… stessa pronuncia francese), un avviso sonoro (ed evidentemente ‘armonioso’) della mortificazione del Mercurio e  della sua evoluzione in qualcos’altro…

Conoscete però la mia fissazione, e leggendo il commento del Maestro Francese, mi è tornato alla memoria lo splendido madrigale di Jacob Arcadelt, un capolavoro di eleganza e serenità, dal testo quantomeno bizzarro, o perlomeno suggestivo…

Il bianco e dolce cigno
cantando more, ed io
piangendo giung’ al fin del viver mio.

Stran’ e diversa sorte,
ch’ei more sconsolato
ed io moro beato.

Morte che nel morire

m’empie di gioia tutto e di desire.

Se nel morir, altro dolor non sento,
di mille mort’ il di sarei contento.

L’operatore che assiste al canto del cigno, e che a sua volta muore al suo stato precedente, accedendo ad un ben più elevato stato d’Adeptato, e morendo pieno di “gioia e di desire” a questa vita quotidiana. Ma forse sono solo i sogni di un povero Innamorato alla luce della Luna…

Ecco cosa pone in musica Jacques Arcadelt, apprezzato fiammingo, sul testo di Giovanni Guidiccioni, il quale compì studi umanistici e filosofici a Bologna, Padova e Ferrara, entrando in contatto con Bembo, Trifone Gabriele e altri letterati. Si trasferì a Roma, al servizio del cardinale Alessandro Farnese, poi eletto papa con il nome di Paolo III (in tale occasione Guidiccioni verrà nominato governatore di Roma). Nel 1535 compì una missione diplomatica presso Carlo V, e nel 1538 gli fu affidata dal Papa la presidenza della Romagna, dove realizzò numerose riforme in campo amministrativo. Fu generale di campo nella guerra che Paolo III mosse contro i Colonna. Morì nel 1541. La sua produzione lirica, di impronta strettamente petrarchesca, fu pubblicata in svariate antologie. Un uomo interessante, dunque, non solo un lettrato ma un uomo d’arme, che incarna una figura in un certo senso cavalleresca…
compì studi umanistici e filosofici a Bologna, Padova e Ferrara, entrando in contatto con Bembo, Trifone Gabriele e altri letterati. Si trasferì a Roma, al servizio del cardinale Alessandro Farnese, poi eletto papa con il nome di Paolo III (in tale occasione Guidiccioni verrà nominato governatore di Roma). Nel 1535 compì una missione diplomatica presso Carlo V, e nel 1538 gli fu affidata dal Papa la presidenza della Romagna, dove realizzò numerose riforme in campo amministrativo. Fu generale di campo nella guerra che Paolo III mosse contro i Colonna. Morì nel 1541. La sua produzione lirica, di impronta strettamente petrarchesca, fu pubblicata in svariate antologie.

… simpatico quartetto, vero? Ma eccovi qualche altra notizia: Jacques Arcadelt (anche Jacob Arcadelt o Jakob Arcadelt) (Liegi, 14 ottobre 1504 o 1505Parigi, 4 ottobre 1568) è stato un musicista e compositore fiammingo. Non si conosce molto della sua giovinezza. Egli dovette avere però rapporti con Philippe Verdelot, se all’interno di una medesima pubblicazione compaiono i loro due nomi. Altre fonti riportano che fosse allievo di Jean Mouton, a sua volta appartenente al gruppo dei discepoli di Josquin Desprez. Nel 1532 è a Firenze, ma in conseguenza dell’uccisione di Alessandro de’ Medici, duca di Firenze nel 1537 ripara a Venezia. Nel 1539 è a Roma come membro della Cappella Giulia. Nello stesso anno pubblica quattro libri di madrigali. Ristampati molte volte essi daranno fama europea ad Arcadelt. Poco dopo (nel 1540) viene nominato “magister puerorum” (direttore del coro di fanciulli) e successivamente maestro del coro della Cappella Sistina. Nel 1544 entra al servizio di Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena a Lione, ma solo negli anni Sessanta entra in contatto con Parigi dove l’editore Pierre Attaingnant pubblica sue opere. Nel 1557 pubblica un volume di messe che dedica a Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena. Lo stile di Arcadelt fonde la tradizione franco-fiamminga con le caratteristiche della musica italiana nell’età dell’Umanesimo e Rinascimento ed è melodioso e rotondo, soprattutto nella musica profana (madrigale), cosa che consentì alla sua musica di diffondersi notevolmente in Italia e Francia. La musica di alcuni dei suoi madrigali divenne un modello per la generazione successiva di compositori. Arcadelt compose inoltre molte chanson, soprattutto durante i suoi anni di soggiorno in Francia che si pongono come esempi eccellenti della stagione più alta della chanson francese del Cinquecento. Si ricorda anche la sua musica sacra, in particolare le messe e i mottetti: le prime si collocano nella tradizione di Josquin Des Prez e Andrea Da Silva.