Gratianus – La Grande Opera Alchemica & Marwan – Il Risveglio di Ermete: un incontro a Bergamo

Carissimi amici e carissimi Compagni di Cerca,

abbiamo un’altra occasione di parlare d’Alchimia con chi la conosce bene per le lunghe ore trascorse, negli anni di una vita, accanto al Fuoco. Un’occasione nata da uno scambio di opinioni e subito messa in pratica, ed un’occasione ghiotta: la presentazione di due libri affatto diversi, ma scritti con il comune intento di testimoniare il proprio cammino lungo i sentieri dell’Arte e rivolgere uno sguardo caritatevole ai compagni che muovono i primi passi o che comunque sono000libri più indietro sul Cammino.

L’incontro si svolgerà la prossima settimana a Bergamo, precisamente il 29 novembre alle ore 16:30, presso la Libreria IBS situata in via XX Settembre 93.

L’approccio utilizzato nei due libri (editi da Mimesis) è differente: Marwan, archeologa, ha ‘preso a pretesto’ la vita e le opere dell’illustre chimico francese Marcelin Berthelot il quale, ad un certo punto sente l’esigenza di indagare l’Alchimia, da lui considerata come una protochimica. Berthelot lo fa con il rigore scientifico con cui conduce i suoi esperimenti, andando alla fonte e traducendo o facendo tradurre testi antichissimi di Alchimia provenienti da ogni parte del globo.

Commette qua e là qualche errore, ma compie comunque un gran lavoro e riaccende in ogni caso l’interesse per la Scienza Sacra, ed alla fine comprende che l’Alchimia non è soltanto una tecnologia dei tempi passati ma è anche una disciplina dello Spirito. Marwan ci conduce per mano lungo questo percorso di ricerca di Berthelot, con una fittissima documentazione e precise referenze bibliografiche, e coglie ogni occasione per lasciare, qua e la, piccole perle di saggezza che il Cercatore attento saprà individuare ed apprezzare.

Diverso è il modo, diretto e schietto, di Gratianus per il suo libro: già il titolo ci porta ‘in medias res‘ senza tanti preamboli, ed illustra, con una franchezza sin qui inedita (ma già apprezzabile  nel corso dei precedenti incontri pubblici) le caratteristiche della Via Breve, nei libri dei classici (compresi i cosiddetti ‘moderni’ della scuola di Fulcanelli) soltanto accennata. Lo fa citando, ad uso dei Cercatori, testi di Filalete, Basilio Valentino, Canseliet, ed altri, e prendendo spunto dagli affreschi del Parmigianino commissionatigli dal SanvitalParmigianino,_affreschi_di_fontanellato_03e a Fontanellato.

Con questo libro egli chiarifica (qualora ce ne fosse stato bisogno) quanto già rivelato ne ‘L’Apprendista‘ sull’esistenza di una biforcazione lungo la Via, una delle quali prosegue verso la Pietra Filosofale, l’altra invece verso le ‘infinite possibilità’ care a Lucarelli dopo l’ottenimento del Mercurio Comune.

Su questo punto comunque i due Autori, entrambi discepoli e fedeli seguaci di Paolo Lucarelli, di cui quest’anno ricorre il decimo anniversario della scomparsa da questa Manifestazione, convergono: ecco come ne parla Marwan:

“Altro fraintendimento perpetuatosi nel tempo è la confusione tra il Mercurio Comune, che è appunto l’acqua divina, e il Mercurio dei Filosofi, che questa stessa acqua fissata in una prima forma di specificazione: uno è opera della Natura e l’altro prodotto dell’uomo, sono legati a momenti completamente diversi dell’Opera e soprattutto a intenti totalmente differenti dell’operatore”

L’ottenimento del Mercurio Comune è descritto, nel relativo capitolo, da Gratianus con il titolo ‘L’Ardua salita sulla cima del monte’, mentre la sua specificazione come Mercurio Filosofico è definita ‘La dissennata discesa dalla cima del monte’. Più chiaro di così…

Il libro di Marwan è disponibile da tempo, quello di Gratianus (che lo ha già presentato in molte località italiane) ad oggi non è ancora arrivato nelle librerie: io l’ho letto per la cortesia fattami dall’Autore di inviarmi una copia. In questo, la politica editoriale di Mimesis non brilla né per efficienza né per coerenza: il libro è infatti stampato da settembre e non ancora distribuito. Tuttavia confidiamo che sarà reso disponibile nei prossimi giorni.

Insomma, ci si incontrerà tutti a Bergamo per – fondamentalmente – parlare di Alchimia Operativa con due operatori-scrittori d’eccezione, cui va il mio ringraziamento ed il mio affetto per la benevola disponibilità.

A presto,

Chemyst

 

 

 

 

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Arte della Musica, Grande Armonia e Gioco di Bambini…

Cari Compagni di Cerca,

ho promesso ad alcuni di voi di mettere giù alcune considerazioni ‘musicali’ partendo dalla scala della Grand Coction di Canseliet: ebbene, il lavoro si sta rivelando ampio e variegato, per cui avrei pensato di dividerlo in più parti (almeno due).

Il tutto prende le mosse da questa affermazione di Eugene Canseliet nei ‘Due Luoghi Alchemici’, a pag. 244:

Allo stesso modo, Arte della Musica, Grande Armonia, Gioco di Bambini sono tre perifrasi che esprimono più specialmente nella Grande Opera l’ultima cottura, quella dell’uovo interamente estratto dal caput in apparenza sudicio: il guscio, l’embrione e i nutrimenti, bianco e giallo

Non è questa, tuttavia, la prima frase che fa riferimento alla musica nel bel libro di Canseliet (e che già suscita domande, ad esempio: Grande Armonia: ce n’è anche una piccola?): nel capitolo precedente dedicato a “La Fanciulla e la Tartaruga  dalla lunga coda”, infatti, egli commenta brevemente (ma raccomanda agli ‘etudiants’ di analizzarla profondamente) l’incisione che fa da copertina al “Traité de l’Eau de Vieou Anatomie théorique du Vin, divisé en trois livres. Composez autrefois par feu Me. I. Brouart Médecin” stampato a Parigi da Jacques de Senlecques, en l’Hostel de Baviéres, vicino alla porta di S. Michel nel 1646. tale incisione non viene riprodotta ne ‘I due luoghi alchemici’, bensì nei ‘Trois ancient Traités d’Alchimie’.

Di questa bellissima immagine parleremo ancora: vi prego preliminarmente di notare che anche qui vi sono un organo ed una viola. Il primo ha sette canne (numerate…) , mentre la viola ha  4 (o forse 5) corde.  Vi prego di dare un’occhiata anche alla sequenza delle note riportata sopra una delle due partiture.

Dello stesso Senlecque, invece, poco più avanti riproduce un’altra incisione (Tav. XXVIII, pag. 239, riportata sopra) molto interessante.  Essa è divisa in due parti uguali. In quella a sinistra c’è in primo piano Basilio Valentino in abito monacale, definito ‘Filosofo Occidentale’ mentre nell’altra metà, meno in evidenza, c’è Ermete Trismegisto, nei panni del ‘Filosofo Orientale’.  La tartaruga (con il simbolo di Saturno sul dorso) è visibile già nel riquadro in alto a sinistra, sopra e dietro la testa di Basilio, nel quale essa si muove su un terreno collinoso ed arido tranne che per un tralcio di vite con due grappoli d’uva (la vite, in effetti, predilige terreni secchi) sul quale un Leone è nell’atto di divorare un drago alato (?).

Il cielo sovrastante mostra ai due estremi in alto una Luna a sinistra ed un Sole a destra, entrambi dotati di volto, e fra di essi il doppio simbolo della Grande Opera, la stella a sei punte formata dall’intersezione dei due triangoli d’Acqua e di Fuoco, con incastonato al centro il simbolo aureo con il suo nodo. A fianco di questo disegno, a sinistra il simbolo di Venere ed a destra quello di Marte, coerenti nella loro posizione con gli astri maggiori che li sovrastano.

Accanto a questo, vi è un altro riquadro, suddiviso in due sezioni orizzontali, la superiore delle quali contiene una fila di sette Libri di Autori ermetici, di altezza crescente da sinistra a destra, sul cui dorso si legge il rispettivo nome: nell’ordine, Cosmpopolita, Flamel, Basilio Valentino, Artefio, Raimondo Lullo, Geber, Hermes. A titolo dell’immagine in alto vi è la scritta ‘Theoria’.

Il riquadro inferiore, con la scritta  ‘Practica’, contiene sette bottiglie, anch’esse di grandezza crescente, ognuna corredata da un’etichetta obliqua con una scritta che ne indica il contenuto e su ognuna delle quali è riprodotto un simbolo alchemico. Purtroppo delle scritte riesco a leggere soltanto le ultime tre a destra, ovvero ‘Agens’, ‘Acetum’ e ‘Aqua vitae’.

Nel riquadro principale, Basilioimbibe’ la stessa tartaruga saturnina con il succo di un grappolo d’uva che spreme in una mano; la tartaruga è poggiata su quello che sembra un piccolo fornello. Altri oggetti sono sul suo tavolo, fra i quali una brocca che tiene con l’altra mano, altri due grappoli d’uva in un piatto. Dietro di lui, su una mensola, dei crogioli di varia dimensione, ed un oggetto che sembra una sorta di gabbia.

Ora mi direte: e la Musica? E’ tutta nell’altra metà del disegno, quella dove il Trismegisto, con una sfera armillare nella destra, con la sinistra regge il collegamento fra due alambicchi poggiati sul piano superiore di un forno, dentro il cui fuoco vivo, visibile in basso, sta per essere posta con una graticola la stessa tartaruga mercuriale. Detto forno ha un tubo di sfogo da cui esce del fumo, ed accanto a detto tubo c’è un ‘pellicano’, colpito dai raggi di un Sole dal volto solenne, concentrati da uno specchio ustorio.

Dietro e in alto rispetto ad Ermete, un riquadro contiene sette canne d’organo, di dimensione crescente, da sinistra a destra, su ognuna delle quali c’è il simbolo di un pianeta o di un metallo, se preferite: da sinistra Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno. Al di sopra delle canne, la scritta:

Psallite Domino in Chordis et Organo

Questo versetto parafrasa quello di un Salmo caro ai musicisti, un po’ meno ai prelati (che oggi ciecamente cercano di espellere la polifonia ed ogni genere di musica colta dalla liturgia), il Salmo CL, che inizia con le parole ‘Laudate Dominum in sanctis eius’ ed in breve esorta alla celebrazione divina con ogni mezzo musicale: a tal proposito devo correggere la traduzione di Canseliet (Cantate per il Signore sui Liuti e sull’Organo), poiché con ‘Organum’ si intende ogni ‘sorte di stromenti’ e non l’organo. In ogni caso, è con l’accezione di Organo che verosimilmente è inserita la citazione nel disegno, così come per le ‘Chordis’ si fa riferimento ad uno strumento a corde, non un liuto ma un lontano cugino, la viola.

Il Salmo intero recita così:

Laudate Dominum in sanctis eius.

Laudate eum in firmamento virtutis eius.

Laudate eum in virtutibus eius.

Laudate eum secundum multitudinemmagnitudinis eius.

Laudate eum in sono tubae.

Laudate eum in psalterio et cithara.

Laudate eum in tympano et choro.

Laudate eum in chordis et organo. 

Laudate eum in cymbalis bene sonantibus.

Laudate eum in cymbalis iubilationis.

Omnis spiritus laudet Dominum!

A chi volesse approfondire, questo Salmo, oltre ai preziosissimi riferimenti musicali, contiene un messaggio ermetico che il Maestro di Savignies definirebbe volentieri ‘trasparente’: pensiamo solo al simbolismo del Firmamento, ed all’insisteza del salmista nel sottolinearne la Virtus

Quanto agli strumenti, essi sono la tromba (tuba), il salterio e l’arpa (cithara), il timpano ed il coro, le corde e gli strumenti (forse a fiato, qualcuno traduce con ‘flauti’), i cembali (piccoli sonagli metallici piatti) ‘che suonano bene’ e ‘nella loro gioia’.

Alla destra del Filosofo, è disegnata una grande viola da gamba a sette corde, persino numerate fra il ponticello e la cordiera, ed il cui manico è suddiviso da sette capotasti, anch’essi numerati. L’archetto, nella sua tipica forma seicentesca, si incrocia con le corde ad ‘X’, come sottolinea lo stesso Canseliet. Sotto alla viola, la scritta:

HARMONIA

sancta, spirituum

malignorum fuga,

seu (simbolo di Saturno) intemperiei

Medicina est

Il Maestro di Savignies ci ricorda che la successione dei ‘pianeti’ disposti sulle canne dell’organo è quella del sistema Geocentrico Tolemaico, ovvero a distanza crescente, apparente, dei rispettivi ‘cieli’ dalla Terra. Quel che posso aggiungere io è che una disposizione di canne del genere porterebbe a generare una scala discendente, o forse dovrei dire che quella è l’immagine speculare della disposizione reale delle canne di un organo. Riparleremo delle canne d’organo ancora, nel prossimo post.

Avevo cercato  corrispondenze ‘speculari’ anche per i libri, o meglio per una possibile antichità crescente/decrescente dei Filosofi nominati: essa tuttavia non c’è, in quanto, sebbene il più antico sia effettivamente ad un estremo della ‘scala’, ovvero Ermete Trismegisto, seguito da Jabir (Geber), mentre Lullo è più recente di Artefio e Basilio Valentino probabilmente lo è più di Flamel.

Anche per la viola si può dire qualcosa: innanzitutto nell’anno di stampa dell’incisione e del libro che la contiene, ovvero il 1646, non c’erano viole a sette corde, ma fino a sei: la viola a sette corde è un modello tardo, francese, del XVIII secolo, ultimo tentativo di ‘grandeur’ di questo nobilissimo strumento prima di soccombere al più dinamico ed irruento violoncello che la sostituirà. I sette capotasti, invece, erano direi quasi normali. Non a caso, peraltro, credo che tale numero sia stato così chiaramente ed insistentemente indicato. Tuttavia, da violista, osservo: se con sette canne d’organo si generano sette note, con sette capotasti su una corda se ne generano otto… e con sette corde + sette capotasti se ne ottengono 56, per quanto molte delle stesse si sovrappongono (ogni corda è a distanza di una quarta dalla precedente, tranne che fra la quarta e la quinta, dove l’intervallo è di una terza maggiore). L’accordatura di una viola francese a sette corde è: La – Re – Sol – do – mi – la – re … a voi il computo delle note totali.

Anche la sequenza dei pianeti sulle canne d’organo speravo avesse una relazione con la successione dei regimi di Filalete, ma quest’ultima è del tutto differente.

Mi fermo qui, per questa puntata, peraltro già abbastanza densa: aspetto qualche Fratello Maggiore caritatevole per la spiegazione dei simboli sulle bottiglie, e tutti voi per eventuali benevoli contributi alla discussione.

Un caro saluto, e alla prossima puntata…

Chemyst

 

Apostolato Alchemico

Cari Compagni di Cerca,

non per la prima volta, ho pensato brevemente all’Alchimia ed a come essa sia giunta, nei secoli, fino a noi.  Ci sono, è vero, molti libri sull’argomento, e fra questi un gran numero scritti da Adepti dell’Arte che hanno così passato l’insegnamento ed il frutto delle loro fatiche alle generazioni successive.

Una catena lunga ed ininterrotta, si direbbe: certo, dopo il settecento l’Alchimia sembra relegata all’ambito del Mito, soprattutto con lo sviluppo della figlioccia bastarda, la chimica. Tuttavia, ogni tanto, qui e là, un libro, un segno, tengono accesa la fiammella di questa misteriosissima e segretissima Conoscenza.

Attenendoci soltanto alla nostra dimensione temporale monodirezionale, noi poveri attuali errabondi viaggiatori nel Bosco, possiamo risalire indietro per legami più o meno diretti fino a Fulcanelli: egli infatti dichiara di essere allievo di Basilio Valentino, anche se prima di passare ad immaginare fantasiosi viaggi nel tempo o dimensioni atemporali o paratemporali, possiamo intendere le sue parole come una sorta di adesione o di affinità all’insegnamento del Monaco di Erfurt.

Più contiguo, almeno temporalmente, a Fulcanelli, è Cyliani, che rappresenta quasi una voce solitaria nel suo tempo e che, se prendiamo per veritiere o verosimili (nè vedo come possano esse essere ricondotte a metafore tecniche) le sue ‘lamentazioni’, l’interesse ‘materiale ‘per quest’Arte, con il mito della fabbricazione dell’oro, suscitasse ancora appetiti insani anche alla sua epoca. Questo, nonchè la portata della conoscenza alchemica, ha da sempre imposto (e con ragione) agli Alchimisti il più profondo riserbo, un inviolabile TACET sulle proprie conoscenze.

Tuttavia, questa conoscenza, vera e propria speranza per il mondo (ricordate l’acronimo INRI? Igne Natura Renovata Integra) malato e corrotto, deve in qualche modo essere trasmessa: se l’ultimo Filosofo muore senza aver passato il testimone, da chi e da dove giungerebbe ancora un Cercatore? Chi correggerà i suoi passi incerti?

Bene, una soluzione sono i libri, appunto: testi pieni di allegorie (disposte  in ordine sparso, o meglio, frammentate come in un puzzle nella sua scatola…) che implicano da un lato una variegata cultura con conoscenze di storia, lingue inclusi Latino e possibilmente Greco, necessariamente Francese, mitologia, chimica antiquaria, metallurgia, fisica, araldica, filosofia e religione…  dall’altro una mente vivace, pronta a balzare per assonanza o per intuito da un concetto ad un altro pur lontanissimo, magari semplicemente ‘alluso’ foneticamente, ma anche un’attitudine allo studio costante  e metodico.

Non a caso, si parla di Fatiche d’Ercole.

Dunque, così le possibilità sono ridotte al minimo. Resta la possibilità di imbattersi, per volontà Divina, in un occulto Maestro che ancora percorra il nostro Tempo: consapevoli di questa speranza, molti figuri mossi da senso degli affari propongono scuole, addirittura corsi, stage, al passo con i tempi. A quando un corso online con crediti riscuotibili via voucher elettronico?

Tutto questo scaturisce da una rilettura di Canseliet, che aveva sì un Maestro all’inizio della sua lunga vita, ma che sparì, lasciandolo privo della sua guida e con in più l’onere dell’apostolato molto prima dei trent’anni di età: il passo cui mi riferisco, in “L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici“, pagina 45,  è quando accenna ai suoi 50 anni di attività di laboratorio, e già teme la derisione di coloro che gli potranno rinfacciare di non essere riuscito a ricevere il Donum Dei…

Dunque, già con Canseliet questa linea Maestro – Discepolo potrebbe essere considerata come interrotta, perchè comunque quando Fulcanelli scompare Canseliet ha sì i mezzi (pochi) per continuare a cercare, ma non ancora ha realizzato la Grande Opera, nè lo farà per molti anni ancora: è solo un ‘si dice’, corroborato da un deciso cambio di stile nelle sue ultime pubblicazioni, che egli vi sia finalmente giunto, ultraottantenne, e poco prima di lasciare anche lui questa Manifestazione.

Pur senza rivelarlo apertamente, sembra più certo che uno dei suoi allievi, Paolo Lucarelli, sia ugualmente giunto alla fine del percorso (dei percorsi)  lungo le orme della Dama, ed anch’egli ha sparso in molti libri (prevalentemente edizioni di testi alchemici, con il capolavoro finale delle Note al Mistero delle Cattedrali, autentico libro nel libro), e nessuno più di lui si è spinto così tanto alla chiarezza,seppure (come doveroso) frammista a trappole esiziali per il lettore troppo poco prudente.

Tanti oggi dicono di essere, o essere stati, suoi allievi. Uno forse ne ha ereditato direttamente un qualche mandato. Io non l’ho neppure conosciuto, sono solo restato fulminato dall’intuizione, evocata dai suoi preziosi articoli su Abstracta, in particolare il primo, ‘L’Anima del Mondo‘. Ma anche lui, ormai, da cinque anni è andato via. Molti lo piangono, qualcuno no, altri tentano di screditarlo. Come accadde ed accade con Canseliet.

Cosa voglio dire? che a molti che si sono spinti con lo sguardo (e con il Cuore) un po’ più in là sul cammino alchemico sembra venga dato mandato di trasmettere in qualche modo un insegnamento, una traccia, verso coloro che sono più indietro, agli inizi. Anche se sono essi stessi ancora in Cerca: Canseliet lo ammette specificatamente, nel passo che ho citato, tuttavia difende con passione una Verità che non ancora conosce del tutto e si prodiga, con i mezzi adatti e propri di chi sa e non può rivelare, verso coloro che si avvicinano ai segreti di Dama Alchimia. Egli insomma sa come si fa ma non è ancora riuscito: eppure da’ quel che può e che (evidentemente) sa di poter dare. Lucarelli ha fatto forse di più ancora, per noi poveri folli… ma sono andati ‘di là’. Altri, generosamente e con sacrificio, hanno raccolto questo fardello, ma sono pochi, e lontani…

Spero solo, davvero, di non restare come Firiel, l’ultimo elfo, qui nella Terra di Mezzo dopo che l’Ultima Nave è salpata per le perdute sponde di Aman, senza di me…

Chemyst

Il Bianco e Dolce Cigno

Raffigurato nel Firmamento da una delle costellazioni più belle e visibili del cielo, il Cigno è un simbolo antichissimo, tra i più importanti e ricchi di significato in assoluto. Uccello elegante e maestoso, è simbolo di realizzazione completa in quanto in esso si ritrova sia l’essenza maschile (il lungo collo che rimanda ad un simbolo fallico) che quella femminile (il corpo bianco, candido e rotondo). Il Cigno è dunque l’Androgino, il perfetto Uovo del Mondo poichè in esso sono condensate le due nature, il frutto dello sforzo tendente all’equilibrio nella ricerca alchemica. Sono decine e decine le opere d’arte associate a questo simbolo, per tacere dei miti ad esso collegati, tra cui il celebre racconto classico di Giove trasformato in cigno per sedurre Leda. Nell’Antico Egitto il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Iside e Osiride nonché di Neftis e del malvagio Seth. Presente nell’architettura della Piana di Giza, attraverso le altezze delle tre piramidi, Nut partorisce metaforicamente il Disco Solare ogni mattina e costituisce parte dell’Ordine Cosmico.

In Alchimia il Cigno è legato all’Albedo e viene associato alla costanza: il processo di calcinazione rappresenta la seconda fase della Grande Opera.  In Gran Bretagna è inoltre un simbolo di regalità, presente com’è nello stemma dei re britannici. Il Cigno tuttavia è anche un simbolo di morte, rappresentato dal fatto che in Grecia il Cigno era sacro anche ad Apollo, Dio del Sole: di notte era un cigno a trainare il carro solare, invece del diurno cavallo, assumendo così una connessione con il mondo degli Inferi. Ma qui  a noi quel che interessa è il mito che racconta come, prima di morire, l’uccello normalmente fornito di un verso sgraziato si metta a cantare melodiosamente. Il Canto del Cigno così è divenuto sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello “stato perfetto” l’uomo è pronto per tornare “alle stelle”, al Divino, al Duat secondo gli egiziani, al Terzo Grado della Grande Opera. Alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un’evoluzione spirituale. Il Monaco di Erfurt, Basilio Valentino, lo raffigura un po’ discosto, in secondo piano, e nel suo commento Eugene Canseliet sottolinea proprio l’aspetto del Canto, identificandolo con un segnale preciso (Cygne, Signe… stessa pronuncia francese), un avviso sonoro (ed evidentemente ‘armonioso’) della mortificazione del Mercurio e  della sua evoluzione in qualcos’altro…

Conoscete però la mia fissazione, e leggendo il commento del Maestro Francese, mi è tornato alla memoria lo splendido madrigale di Jacob Arcadelt, un capolavoro di eleganza e serenità, dal testo quantomeno bizzarro, o perlomeno suggestivo…

Il bianco e dolce cigno
cantando more, ed io
piangendo giung’ al fin del viver mio.

Stran’ e diversa sorte,
ch’ei more sconsolato
ed io moro beato.

Morte che nel morire

m’empie di gioia tutto e di desire.

Se nel morir, altro dolor non sento,
di mille mort’ il di sarei contento.

L’operatore che assiste al canto del cigno, e che a sua volta muore al suo stato precedente, accedendo ad un ben più elevato stato d’Adeptato, e morendo pieno di “gioia e di desire” a questa vita quotidiana. Ma forse sono solo i sogni di un povero Innamorato alla luce della Luna…

Ecco cosa pone in musica Jacques Arcadelt, apprezzato fiammingo, sul testo di Giovanni Guidiccioni, il quale compì studi umanistici e filosofici a Bologna, Padova e Ferrara, entrando in contatto con Bembo, Trifone Gabriele e altri letterati. Si trasferì a Roma, al servizio del cardinale Alessandro Farnese, poi eletto papa con il nome di Paolo III (in tale occasione Guidiccioni verrà nominato governatore di Roma). Nel 1535 compì una missione diplomatica presso Carlo V, e nel 1538 gli fu affidata dal Papa la presidenza della Romagna, dove realizzò numerose riforme in campo amministrativo. Fu generale di campo nella guerra che Paolo III mosse contro i Colonna. Morì nel 1541. La sua produzione lirica, di impronta strettamente petrarchesca, fu pubblicata in svariate antologie. Un uomo interessante, dunque, non solo un lettrato ma un uomo d’arme, che incarna una figura in un certo senso cavalleresca…
compì studi umanistici e filosofici a Bologna, Padova e Ferrara, entrando in contatto con Bembo, Trifone Gabriele e altri letterati. Si trasferì a Roma, al servizio del cardinale Alessandro Farnese, poi eletto papa con il nome di Paolo III (in tale occasione Guidiccioni verrà nominato governatore di Roma). Nel 1535 compì una missione diplomatica presso Carlo V, e nel 1538 gli fu affidata dal Papa la presidenza della Romagna, dove realizzò numerose riforme in campo amministrativo. Fu generale di campo nella guerra che Paolo III mosse contro i Colonna. Morì nel 1541. La sua produzione lirica, di impronta strettamente petrarchesca, fu pubblicata in svariate antologie.

… simpatico quartetto, vero? Ma eccovi qualche altra notizia: Jacques Arcadelt (anche Jacob Arcadelt o Jakob Arcadelt) (Liegi, 14 ottobre 1504 o 1505Parigi, 4 ottobre 1568) è stato un musicista e compositore fiammingo. Non si conosce molto della sua giovinezza. Egli dovette avere però rapporti con Philippe Verdelot, se all’interno di una medesima pubblicazione compaiono i loro due nomi. Altre fonti riportano che fosse allievo di Jean Mouton, a sua volta appartenente al gruppo dei discepoli di Josquin Desprez. Nel 1532 è a Firenze, ma in conseguenza dell’uccisione di Alessandro de’ Medici, duca di Firenze nel 1537 ripara a Venezia. Nel 1539 è a Roma come membro della Cappella Giulia. Nello stesso anno pubblica quattro libri di madrigali. Ristampati molte volte essi daranno fama europea ad Arcadelt. Poco dopo (nel 1540) viene nominato “magister puerorum” (direttore del coro di fanciulli) e successivamente maestro del coro della Cappella Sistina. Nel 1544 entra al servizio di Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena a Lione, ma solo negli anni Sessanta entra in contatto con Parigi dove l’editore Pierre Attaingnant pubblica sue opere. Nel 1557 pubblica un volume di messe che dedica a Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena. Lo stile di Arcadelt fonde la tradizione franco-fiamminga con le caratteristiche della musica italiana nell’età dell’Umanesimo e Rinascimento ed è melodioso e rotondo, soprattutto nella musica profana (madrigale), cosa che consentì alla sua musica di diffondersi notevolmente in Italia e Francia. La musica di alcuni dei suoi madrigali divenne un modello per la generazione successiva di compositori. Arcadelt compose inoltre molte chanson, soprattutto durante i suoi anni di soggiorno in Francia che si pongono come esempi eccellenti della stagione più alta della chanson francese del Cinquecento. Si ricorda anche la sua musica sacra, in particolare le messe e i mottetti: le prime si collocano nella tradizione di Josquin Des Prez e Andrea Da Silva.