Tradizione e Segreto

Cari Cercatori e carissimi Neofiti,

questo post nasce da una discussione (forse è meglio dire da una serie di discussioni) su un social network a proposito dei temi più “misteriosi” dell’arte sacra, ovvero materia prima e fuoco segreto. Resta inteso che, per tradizione appunto, non nominerò la prima, mentre per il secondo non dirò nulla poiché le mie convinzioni conoscenze al riguardo non mi consentono di parlarne in termini di certezza. “Allora non c’è nulla da dire?” mi chiederete. Invece no, c’è molto da dire anche così: in tutti i classici dell’ermetismo si parla di materia prima e fuoco segreto senza mai fornire “ricette“: poiché in confronto ai veri maestri io sono molto meno, il massimo che riuscirò a fare sarà… un post!

È noto che la mia Cerca alchemica si svolge nel milieu di Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli: quest’ultimo, nella sua opera magistrale di commento al Mistero delle Cattedrali, indica grosso modo il procedimento per ottenere la materia prima. Qui, per qualcuno, sta la prima sorpresa. La materia prima va preparata, va ottenuta, non esiste “in natura” o, men che meno, in negozio. Lucarelli comunque, pur spingendo la sincerità a livelli mai visti prima, non nomina “ingredienti“. Il passo è celebre, a pagina 79 della seconda edizione di Mediterranee, in un periodo che inizia così: “Da una reazione iniziale di misti imperfetti…“. Non dice assolutamente quali. Nessuno lo fa: qualcosa, certamente, è trapelato, in epoca digitale, da qualche ambiente soprattutto francese: gira in rete uno schema, di Atorene, il quale, temo, se ne è assunto le conseguenze.

È più utile, però, a mio avviso, ragionare sui termini. E questo è un principio basilare per lo studio dei testi: ne consegue che chi voglia farlo dovrà dotarsi degli strumenti di analisi necessari. Per quanto possa essere considerato un atteggiamento un po’ snobistico, ritengo necessario (se non indispensabile) avere una buona conoscenza del latino ed è utile anche quella del greco, per poter controllare dalle fonti sia il testo originario sia le citazioni. Io stesso ho dovuto mettermi a studiare il francese, data la numerosità dei testi scritti in questa lingua. È del tutto evidente che conoscere il latino metta al sicuro da certe risibili traduzioni dell’acrostico V.I.T.R.I.O.L., ad esempio, ma anche da certe letture “spiritualistiche” o di “alchimia interna” della lettera di Pontano.

Vitriol-1-stolzius_von_stolzenburg-1614

Misti imperfetti“: ricordo che la prima cosa che appuntai sul mio quaderno fu: “sono più di uno“. Dunque la materia prima è il prodotto di un processo (anche) chimico, cui partecipano più sostanze. Queste Lucarelli le definisce “misti”: chiesi allora: “Sono sali? Solfuri?” Mi fu risposto di non pensare in termini chimici, ma di principi alchemici, ovvero ogni sostanza, meglio ogni corpo è composto da un mix di Solfo e Mercurio. Quando questa proporzione non è perfetta (oro) si parla dunque di misti imperfetti. Tuttavia, Non mi tolgo dalla testa che con il termine “misto” Lucarelli abbia voluto sottolineare un aspetto più sottile, nonché fondamentale, per la riuscita di un procedimento che sta all’inizio delle operazioni per questo motivo dette “filosofiche“, per una facile cabala fonetica.

Criticare peraltro la riservatezza di chi segue una certa linea di comportamento (derivato da un impegno condiviso con i compagni più esperti) è direi inutile, in più inopportuno: sembra invece a chi scrive che tali critiche siano solo frutto di irritazione di chi non ha ricevuto “da bocca ad orecchio” un impianto di ricerca (mai un recipe!) sul quale lavorare negli anni per capire dove indirizzare i propri sforzi. Utilizzare poi quale pretesto di esclusione dall’indirizzo di neofiti tutti i testi legati a questo filone (parliamo di testi quali il Mistero delle Cattedrali, le Dimore Filosofali, L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, Alchimia simbolismo ermetico e pratica filosofale, Due luoghi alchemici, e via via “per li rami” tutta la produzione francese di Bernard Chauviere, Severin Batfroi, Jean Laplace per citarne solo alcuni, e tutta quella italiana) mi sembra rientrare in una sorta di voluta “damnatio memoriae“. Ma allora, se utilizzassimo un tale criterio con logica, dovremmo escludere anche i grandi classici citati al loro interno, quali quelli di Nicolas Flamel, Valois, Limojon de Sainct-Disdier, Basilio Valentino, Filalete… In pratica tutta la storia dei trattati di alchimia, ripresi e commentati nel dettaglio degli autori di scuola di Fulcanelli.

Certo, il punto di vista di chi ha, dal 2008, sposato l’idea di Fulcanelli ed epigoni può essere criticato come “di parte“. Lo riconosco. Mi permetto però di criticare a mia volta chi non utilizza le fonti dirette, ma soltanto traduzioni che gli appaiono convenienti (su che base? perché “sembrano” dire cose che fanno comodo?) perché non ha le conoscenze culturali che prima abbiamo indicato come necessarie.

Non voglio dire che sia indispensabile un cursus studiorum letterario, più magari anche una laurea in Fisica… Non è questo che si richiede. Sono altresì convinto che nell’approccio culturale e metodologico di chi si applica a questa Scienza sia necessaria una cultura ad ampio raggio che includa scienze umane, tecnologiche, linguistiche e che, in mancanza di alcune di esse, per quanto difficoltoso, il ricercatore obbligatoriamente debba integrarle per quanto gli sia possibile.

Questo – mi rendo conto – pare in contrasto anche con certe frange nel mio stesso milieu che affermano che lo studio abbia importanza inferiore alla pratica di laboratorio: direi più correttamente che senza una pratica di laboratorio (con buona pace di alchimisti “interni” o “spirituali“) non si va da nessuna parte, ma che per intraprendere un cammino corretto e per poi riconoscere e valutare i risultati bisogna avere un background culturale solido e multidisciplinare. Mi confortano in questo l’immagine e l’epigramma 42 dell’Atalanta Fugiens di Maier, in cui la “lectio” è posta con pari rilievo accanto all’osservazione, all’esperienza e al ragionamento. È anzi indicata come la “lampada“, ovvero ciò che illumina, rende chiaro, ogni risultato di laboratorio.m-maier-_atalanta_fugiens-_1618-_emblem_xlii

Ma eravamo partiti dalla materia prima, che “prima“, come abbiamo visto, non è, poiché bisogna in qualche modo crearla a partire da altre materie, e dal fuoco segreto, indispensabile “artificio“, ovvero anch’esso “fatto con arte” come suggerisce l’etimo, ma che si manifesta quando le opportune condizioni si vengono a realizzare. Ho una mia personale idea del fuoco segreto, che devo primo poi riuscire a verificare, che si basa (non solo, ma anche) su un versetto dell’alchemico “Patrem parit filia” di Pierre de Corbeil (ne parlammo qui):

Artifex in opere“.

Per il resto, abbiate pazienza. La scala dei filosofi, la chiama Valois.

Con affetto,

Chemyst

Preghiera…

Cari Compagni, carissimi Fratelli,

soltanto il tempo per poche righe, per un annuncio ed un augurio: questa notte parte, canonicamente, la rinnovata avventura sulle tracce della Dama.

‘We few, we happy few, we band of brothers’, come diceva Henry V prima della impossibile battaglia di Agincourt, siamo pronti e schierati, e, pochi come siamo pochi noi, ma allegri come sappiamo di poter essere nel nostro cuore di giusti, questa notte, con questa Luna dolce, si accenderanno dei Fuochi.

A lei, alla Luna d’aprile, ed alle stelle di questo cielo finalmente terso, ci rivolgiamo con fiducia, dedicando loro il verso del più antico Cantico della nostra bella lingua, scritto da San Francesco:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle,

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle“.

Speriamo anche che, di Lassù, o di dove sono ora, ci sorridano benevoli Paolo Lucarelli, Eugene Canseliet e Fulcanelli.

Che dire di più? Nulla, se non:

Fuoco!

Chemyst

 

Alchimia e Verità

Cari Cercatori,

potrà sembrare bizzarro parlare di Verità in Alchimia, un ambito in cui è d’uopo velare i segreti sotto allegorie e ‘cabale fonetiche‘, sotto allusioni e simboli quando non sotto affermazioni o negazioni di significato equivalentemente ambivalente.

Tuttavia, fra i tanti grandi Adepti, ad uno in particolare era a cuore la Verità: se l’è cucita sullo pseudonimo e l’ha riportata nel titolo di una delle sue  opere più significative. Parliamo di Ireneo Filalete, naturalmente, ed il lavoro cui mi riferisco è ovviamente lo Speculum Veritatis. Tuttavia non è di quest’opera che voglio parlare, ma del suo scritto principale, ossia il ‘Secrets Revealed‘, meglio noto come ‘L’entrata aperta al palazzo chiuso del Re‘.

Paolo Lucarelli ne fece una pregevole traduzione dal Latino tratta dal manoscritto di Modena. La lessi anni fa, e fu uno dei libri più rivelatori che abbia mai letto, seppure, nel corso degli anni, abbia avuto modo di comprendere quanto poco avessi capito di quel libro allora… Oggi, a distanza di molti anni e dopo sette anni di profondissimi studi e ricerche esce, in autopubblicazione da Lulu, ‘Philalethe’s Reveal’d‘, uno scritto monumentale ad opera di Captain Nemo e Fra’ Cercone, di ben 1500 pagine, i quali confrontano tre versioni principali, ovvero il citato Manoscritto di Modena, il Secret’s Reveal’d di Londra del 1668 ed il testo francese del 1672.

Il commento, paragrafo per paragrafo, è in forma di note puntigliose a fronte del testo, ed il tutto è arricchito di tavole ad alta risoluzione, in b/n o a colori a seconda dell’edizione, poste in relazione al testo esaminato. E questo è solo il primo volume. Il secondo (dell’edizione a colori) oppure il secondo ed il terzo (dell’edizione in bianco e nero) contengono una documentatissima  contestualizzazione storica, con biografie di alchimisti e/o scienziati contemporanei e la documentata ipotesi che indica in Sir John Winthrop jr.  l’identità dell’Adeptist Filalete.

Accanto a lui, le vite di George Starkey, Child, Maier, scorrono sotto i nostri occhi affiancate dai lori ritratti d’epoca, da brani della loro corrispondenza, da fonti documentali rare e preziose. Anche il sogno dei Rosacroce viene raccontato, ed è esso stesso un romanzo appassionante.

Da tanta accuratezza non può che nascere una Verità, o almeno qualcosa che vi si approssima con scarto infinitesimale.  In questo, la conclusione sull’identità dell’Adepto dei due Autori appare incontrovertibile, laddove alternative tesi di blasonati ricercatori  americani risultano carenti (quando non omissive) in senso documentale nel sostenere l’ipotesi di identificare con Filalete il pur brillante George Starkey.

La pubblicazione di questa ponderosa ricerca è in lingua inglese: per quanto esso sia un inglese ‘scientifico‘, ovvero lineare e con un fraseggio improntato più alla logica che all’eleganza, può essere di ostacolo  a chi (ancora oggi) non conosce la lingua della bianca Albione. Tuttavia, questa scelta può far sì che questa faticosa ricerca possa essere apprezzata anche oltreoceano o comunque al di fuori dei confini italiani. Di più, essa, praticamente contenendo in gran parte la traduzione in inglese di molte note di Paolo Lucarelli alla sua traduzione dal Latino dell’Introitus, rende fruibile l’opera dell’indimenticato Adepto italiano anche a quell’ampia parte di mondo che non parla la lingua di Dante Alighieri. Forse a lui, ormai dedito al profumo di splendide rose accanto ai grandi Adepti del passato, non importerà molto, né altererà il suo sorriso immutabilmente ironico, ma a noi testimonia l’amore e la riconoscenza di questi Cercatori (con la lettera maiuscola) verso di lui, non così conosciuto negli ambienti anglofoni al pari di quanto lo fosse, non foss’altro che per appartenenza di scuola, in quelli di Francia. E se davvero pensiamo – come in effetti pensiamo – che quanto coraggiosamente ci ha svelato e rivelato l’Adepto torinese sia, parafasando il Trismegisto, ‘vero, verissimo e certo‘, ecco che Captain Nemo e Fra’ Cercone hanno effettuato un’azione di diffusione della Verità nel confuso scenario che oggi viene compreso nel termine ‘Alchimia‘.

*       *       *

A proposito di Verità: ricordo bene quando, nelle lunghe chiacchierate telematiche con Captain Nemo, mi disse che era necessario incontrarsi per ‘guardarsi negli occhi‘. Ora capisco meglio di allora quanto importante sia questo semplice gesto per riconoscere immediatamente un Fratello di Cerca, capisco anche perché Canseliet lo chiami  Amante della Verità (L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, Mediterranee, 1985, p. 11). Più avanti (ibidem, p. 130), egli afferma che ‘La Verità, similmente, è un polo attrattivo che, in un bagno di costante interesse, intrattiene e guida gli sforzi del filosofo, che da quel momento non ne è mai più stanco‘.  Come dire che, in mancanza della Verità, non vi è vero filosofo. E ancora (ibidem, p. 136, il Filosofo di Savignies ci rassicura che ‘… aggredita, la Verità si trovi ad essere persino rinforzata…‘.

Perdonate la digressione, ma, mi si creda o meno, essa non è off topic.

*       *       *

A proposito di Verità: nelle Recreations Hermetiques proprio Captain Nemo mi consultò su due immagini, di cui parlammo qui: nel testo, cui rimandiamo per completezza di studio, la ‘Veritez‘ è contrapposta alla ‘Ingenuitez‘. La differenza fra l’una e l’altra  sta in un particolare del disegno musicale, un’apparente svista che modifica però nella sostanza la sua realizzazione sonora: mancando la giusta posizione, la soluzione è falsa, non vera. Eppure Ingenuo, una volta, significava ‘sincero‘…

Decisamente Ingenuo, mi trovo così a salutarvi, dopo questo post un po’ schizoide, un po’ recensione, un po’ racconto, un po’ riflessione, in ogni caso non unitario anzi, piuttosto sconclusionato. Ma vi saluto sempre con affetto e sincerità.

Chemyst

 

 

L’Alchimia svelata dal Mito

cari Cercatori,

è sempre una gioia vedere uscire un nuovo libro di Alchimia, e tale gioia si moltiplica se si ha la sensazione che sarà comunque una bella avventura leggerlo, poiché si conosce l’Autore.

Tanto più opportuna, questa pubblicazione, in quanto tratta di miti, tanto spesso veicolo di nozioni alchemiche mediante l’immediatezza dell’impatto visivo, se rappresentati in opere d’arte, o semplicemente mediante la loro funzione di parabola: due modi ‘indiretti’ di
trasmettere, di assolvere una funzione di insegnamento.

gratianusAffascinante pensare a quanto indietro nel tempo debba risalire quest’impulso, dato il mezzo – il mito – prescelto: altri tempi, altra visione del mondo.

Eppure, l’Alchimia, con il suo modello immutabile della realtà, sfidando i secoli, giunge fino a noi. Anche attraverso il mito.

In passato, molti buoni autori di Alchimia si sono affidati ad esso: mi sovvengono immediatamente Michael Maier, con il suo Arcana Arcanissima, nonché con l’Atalanta Fugiens, e Dom Pernethy con il suo Dictionnaire mitho – hermetique (ripreso dallo stesso Maier)… e tuttavia molti altri, di volta in volta, hanno usato immagini mitologiche per descrivere operazioni di Laboratorio, trovando una perfetta aderenza fra fatti e personaggi del mito e dell’operazione che andavano descrivendo: fra questi, ad esempio, Eugene Canseliet.

Oggi Gratianus, da Maestro caritatevole, ci fornisce un testo che vuol essere uno strumento di lavoro per l’etudiant, una chiave che possa aiutarlo nell’interpretare gli insegnamenti del mito insegnandogli un metodo.

Chi potesse, può andare alla presentazione del libro che si terrà, a cura dell’Autore, a Milano mercoledì 15 ottobre alle ore 18.00 in via Ettore Ponti 49.

Buona lettura!

Chemyst

Il Testamento di Jean Laplace… in una stufa

Cari Cercatori,

giorni fa, scorrendo pigramente le esternazioni del popolo di Facebook, mi soffermai su una delle sempre preziose segnalazioni di Yves Artero: più di una volta questo cortese scrittore francese ha ispirato alcuni acquisti del sottoscritto, fra cui il numero della rivista Atlantis sull’araldica o la versione francese (dovrei dire l’originale) dei Due Luoghi Alchemici di Eugene Canseliet.

Questa volta il nostro buon amico francese richiama la mia attenzione su un’offerta su eBay di un libro di Jean Laplace dal titolo “Le Four Alchimique de Winterthur”, pubblicato per la prima volta nel 1992 dalle edizioni Liber mirabilis di Londra.

Non ho alcun libro di Laplace – pensai – e Lucarelli e lo stesso Gratianus lo stimavano molto“. Così, senza ulteriorilaplace06 esitazioni, lo ordinai. Oggi è arrivato.

Per la verità, on-line ho trovato il suo commento al Mutus Liber con le immagini colorate: le sue note in quel caso erano stringate, seppur foriere comunque – secondo tradizione – di notizie, ammiccamenti, piccole tracce per i cercatori.

Naturalmente, non ho letto ancora il libro, ma solo sfogliato. Contiene 21 illustrazioni tratte da una stufa conservata nel museo di Winterthur, che Fulcanelli data al 1702 (Il Mistero delle Cattedrali, II Ed. 2005, Mediterranee, p. 276), citando una delle illustrazioni oggetto del libro, precisamente quella contrassegnata dal numero VIII a pagina 39, la quale cara sareblaplace05be apparsa a Midnight Wanderer per il suo post pregevole su Il Berretto Frigio (qui), dato il suo soggetto.

In questa edizione, a differenza della prima, uscita con le caratteristiche di un libro di pregio, a tiratura limitata e di costo elevato, (come quello che Laplace stringe a sé nella foto), le illustrazioni sono in bianco e nero anziché a colori, e tuttavia ben leggibili; tuttavia sono certo che alcuni valenti cacciatori del web sapranno reperire le immagini originali  😉 . Ho già trovato la V io stesso…

Tuttavia, il motivo del mio post è legato alla vivida sensazione che ha suscitato in me il titolo, più che il contenuto, della formula di commiato dell’autore:

AUX ETUDIANTES ET EN ADIEU

Ebbene, quelle ultime tre parole del titolo mi hanno dato un brivido, o forse, se mi è consentito, le ho riconosciute come un segnale, visto anche che il testo che segue e che conclude il libro, non vi facciano alcun cenno. Un segnale, dicevo, che sembra indicare come Laplace abbia effettivamente (e quanto precocemente!) riconosciuto il termine della sua permanenza in questa manifestazione, avendo, per dirla con le sue parole “la capacità di distinguere i quattro Mercuri” e quindi, come per Lucarelli poco dopo, anche il Mercurio Comune e la Via Segreta che varca i confini di questo mondo.

Ritroverai la collina dei giochi: là tu deponi il tuo cuore

(A. Branduardi, Alla Fiera dell’Est).

Con emozione,

Chemyst

Incontro con un Maestro

Cari Amici,

partecipare alla presentazione del Libro Paolo Lucarelli – Scritti Alchemici e Massonici è stata una grande esperienza. Una presentazione breve, da parte di Gratianus, supportato, ma con discrezione, un po’ sullo sfondo, da Captain Nemo e da Fra’ Cercone, che ha dato vita ad una discussione animata e partecipe del pimageubblico: alcune domande erano pervase da scetticismo, altre da un po’ di amor proprio risentito per le proprie scelte, ma tutte, a mio avviso, frutto dello sgomento iniziale per le parole estremamente chiare e piene, dense di significato pronunciate da Gratianus.

Ma chi è Gratianus? Per citare lo stesso Lucarelli: “… il Maestro non levita! Non emana luce! Non è apparso avvolto in una lunga tunica...” Infatti, si è presentato un uomo minuto, anziano, dimesso.

Tuttavia l’esposizione al centro MitreoIside di Roma è stata pronta, diretta, brillante, chiara, e le risposte al pubblico altrettanto chiare e comprensibili: l’intelligenza era viva, lo sguardo acuto. Da vicino, emanava simpatia, un sorriso dolce, e quella pace di cui parlava Lucarelli, quando descriveva Canseliet.

Tornando alla presentazione, dicevamo delle nette affermazioni del Filosofo: esse lo sono state per davvero. Per esempio: “L’Alchimia è vittima di molti stereotipi… l’unica degna di questo nome è quella che si fa in Laboratorio, sporcandosi le mani con le materie” e già questo (che a noi non meraviglia) aveva colpito la suscettibilità di spiritualisti e filosofi Junghiani o similia; poi “L’Alchimia non serve a fare l’oro… serve ad andarsene da questo mondo… il mondo della separazione e del dolore“, condensando così in poche frasi il pensiero di Paolo Lucarelli, per un più profondo, duro colpo alle comuni concezioni e Weltanschauung degli intervenuti, messe definitivamente a tappeto poi da: “Ci sono molte Vie, che conducono a conoscenze ed a miglioramenti dell’uomo, ma solo l’Alchimia è la Via che porta fuori dal mondo, mentre tutte le altre fanno restare qua“…

Immagine

Resistevano a questo punti solo quelli che già conoscevano gli scritti di Lucarelli, di Canseliet, di Fulcanelli, ed indietro nel tempo quelli di Filalete e di Basilio Valentino (tutti cari, per sua ammissione, allo stesso Gratianus) e che conoscono per esperienza la difficoltà di lettura di un testo ermetico, anche di quelli dello stesso Lucarelli, molto più chiaro e diretto di autori più antichi, ed eccolo affermare candidamente: “Obiettivo della nostra Arte è l’ottenimento del Mercurio Comune, tutto il resto non serve”.

Qualcuno di noi, forse, aveva consapevolezza di ciò, o forse conservava come preziosa nel proprio cuore una tale verità… ed ecco, Gratianus lo dice apertamente. “Ma come, il segreto ermetico? Nessuno aveva mai parlato di questo…” Ebbene, il Maestro lo ha fatto, evidentemente il Maestro può farlo, è infine possibile che, dati i tempi che viviamo, egli sia stato in qualche modo autorizzato. Da chi?

Non ho risposta. Ma ho ripensato alla conclusione di un altro libro di Gratianus, “Verso l’Arca d’Argento“, dove dice:

E’ ancora lontana

la Gerusalemme celeste

ma già la si vede!

Guarda gli immortali che liberi scorrazzano per il mondo

non più prigione,

mentre raccolgono rose vermiglie

e godono del loro profumo

Ho ancora i brividi per l’impressione, se ho ben compreso cosa ho visto. Ma sono stato fortunato, e vedrò di farne tesoro.

Buona cerca a tutti!

Chemyst

Arte di Musica, II Parte: appunti sparsi di viaggio

Cari Amici,

ecco, partendo per un congresso senza, per caso o per disegno, portato con me nè libri nè il PC, tutto mi appare un po’ strano, su questo autobus alle 4 del mattino, anche l’ingresso in autostrada che faccio fatica a riconoscere. Tuttavia, eccomi a scrivere nella incerta luce di cortesia, su un taccuino e con una penna fortuitamente (?) trovati nel borsello.

Sento di dover in qualche modo concludere l’articolo sulla Grand Coction, perchè forse il discorso dell’ottava è importante.  Dal mio punto di vista, ancora al di fuori del Laboratorio e lontanissimo quindi dalla Terza Opera, si tratta di mera speculazione. Tuttavia le scale di sette note, per quanto evocative di riferimenti esoterici ed alchemici plurimi (i sette metalli, i sette giorni dell’Hebdomada Hebdomadum, i sette pianeti ecc. ecc.) termina su una nota cosiddetta ‘sensibile‘ che anela, al nostro orecchio occidentale e moderno, a ‘risolvere‘ sulla nota seguente, ovvero sulla nota che sta un’ottava sopra a quella iniziale, detta ‘fondamentale‘ o ‘tonica‘.

Fatto il check-in, attendo… Al di là delle considerazioni musicali (che però penso siano importanti: terminare una scala, sia pure scandita ad intervalli di ore o giorni, sulla sensibile lascia un senso di attesa, di incompletezza… ), qualche velata, velatissima indicazione di un ottavo suono qua e là si trova.  I sette capotasti sulle sette corde della viola dell’immagine di Senlecques (vedi Parte I) sono uno di questi indizi: non tanto per le sette corde, che nella figura fanno ‘pendant‘ con le sette canne d’organo, i sette libri, i sette composti, ma i sette capotasti significano inquivocabilmente otto note, in quanto la corda risuona anche ‘a vuoto’; ciò significa che con la corda vuota e poi, via via, apponendo le dita su ogni capotasto si genera un suono più acuto. A questo punto, però, sorge un problema grosso: i capotasti nella viola da gamba innalzano la nota di un semitono, e non di un tono o di un grado di scala. Quella che si otterrebbe, quindi, è una scala cromatica.

Splendor Solis: in basso a destra c'è un organo positivo con tastiera cromatica

E’ curioso che Canseliet nel suo capitolo sulla Grande Cottura in Alchimia 2, nel ricordare il suo precedente, fallace tentativo del gennaio 1938, descrivendo l’accaduto parli di “gamma cromatica” riferendosi ai colori che vide alla rottura del suo Uovo filosofico; tuttavia, in quel discorso, egli sta parlando dei suoni (sibili) che si manifestavano durante la cottura ed ai quali corrispondeva un incremento di peso (massa). Per di più ‘gamma‘ e ‘scala‘ in molte lingue (fra cui il Francese) sono sinonimi in ambito musicale. Per restare a Canseliet, tempo fa ipotizzai una corrispondenza fra i pesi che riportava e le frequenze dei ‘sibili‘ che avvertiva con cadenza circadiana. Ebbene, essi sono molto poco distanti (come piccoli e scarsamente udibili scarti d’intonazione) da una tabella di scala cromatica.  Faccio notare che, nell’edizione italiana del libro è erroneamente riportato, al V stadio, il valore di 369 g mentre nell’edizione originale il valore è 396, ed è più ‘intonato‘ come potrete verificare (corrisponde grosso modo alla nota sol). Come nella sequenza di suoni che si otterrebbero poggiando in successione le dita su ogni tasto della viola di Senlecques, no? E Canseliet, lo ricordiamo, parla di gamma cromatica.

Tuttavia, se si sottrae al valore totale dei pesi la ‘tara’ di crogiolo e mica, ovvero si considera solo il peso incrementale della ‘remora‘, si ottengono ‘suoni’ più gravi, ma in sequenza diatonica, ovvero una successione di sette gradi che realizzanouna scala cosiddetta ‘misolidia’ (con il settimo grado abbassato di un semitono rispetto alla nostra scala maggiore). Nei grafici, la serie 1 è il valore del peso indicato da Canseliet e nella serie 2 il valore in frequenza delle note. Nel fatto che essa si fermi su una settima minore mi pareva di aver individuato il ‘segno’ che l’operazione fosse destinata a non concludersi positivamente.  In sostanza, Canseliet avrebbe dovuto attendersi una ‘sensibile’, ovvero una settima maggiore  per… proseguire? Se la mia intuizione è esatta, bisogna forse attendere un ulteriore ottavo suono per ottenere la Pietra. Questa ‘ottava‘ corrisponderebbe così al raddoppio del peso e così della frequenza, in quella  proporzione di 2:1 che  è costantemente ricorrente in Alchimia.

In questo senso, potrebbe acquistare ulteriore valore l’immagine musicale riportata nelle Veritez Hermetiquez dove con un gioco ‘voluto’ di errori si punta l’attenzione su un’appoggiatura di Si che risolve su un Do, nota al culmine di un arpeggio di OTTAVA: quasi a dire, è lì l’ulteriore gradino verso la realizzazione dello scopo, è lì l’Ultimo Dragone, con un passaggio che, fra l’altro, in musica si chiama (come già accennato) “risoluzione“.

Purtroppo quando l’Autore, Captain Nemo, mi chiese di commentare l’immagine, non ancora avevo pensato a questa possibile interpretazione, che peraltro nulla ci assicura che sia fondata, e mi sono limitato a sottolineare l’apparente errore fatto nelle ‘Ingenuitez‘ ripsetto alle ‘Veritez‘.

In quell’arpeggio, poi, si torna indietro, verso la nota iniziale, in una sorta di Ouroboros ‘aperto’ lungo il rigo musicale (ahimè, soggetto quindi alla legge del Tempo… è curioso pensare che le prime notazioni musicali non erano ‘mensurali’, ovvero non riportavano indicazioni di durata): vorrà dire qualcosa? Anche nel ‘raffreddarsi’ la Pietra emette suoni?  Via via discendenti?

* * * * * * *

Come accennavo nella prima parte, questa digressione più che dare risposte pone domande:

  1. Bisogna attendere un ottavo suono?
  2. Bisogna avere una scala diatonica o una scala cromatica?

Non finisce qui: queste osservazioni si basano sul nostro sistema musicale, ma come si regolavano i Cinesi con la loro scala Pentatonica, o Geber con quella Araba? E poi:l’Anonimo delle R. H. ha voluto darci delle indicazioni precise con l’arpeggio di Do maggiore? In caso affermativo,se Canseliet parte da un Mib, è arrivato con un eccesso di peso all’inizio della Cottura (eccesso che non poteva essere che costituito da impurità) e quindi all’apice della sua scala l’apporto delle acque superiori è stato insufficiente? Oppure era semplicemente eccessiva la ‘tara’ di crogiolo e mica?  Considerate che , in ogni caso, sarebbe arrivato comunque ben un semitono più in alto, prima di arrestarsi…

Quindi, alla fine: sette o otto suoni? Cromatica o diatonica? O esistono tutte queste possibilità insieme che conducono a risultati ognuno differente?

Anelo a verificarlo…

Chemyst