Tradizione e Segreto

Cari Cercatori e carissimi Neofiti,

questo post nasce da una discussione (forse è meglio dire da una serie di discussioni) su un social network a proposito dei temi più “misteriosi” dell’arte sacra, ovvero materia prima e fuoco segreto. Resta inteso che, per tradizione appunto, non nominerò la prima, mentre per il secondo non dirò nulla poiché le mie convinzioni conoscenze al riguardo non mi consentono di parlarne in termini di certezza. “Allora non c’è nulla da dire?” mi chiederete. Invece no, c’è molto da dire anche così: in tutti i classici dell’ermetismo si parla di materia prima e fuoco segreto senza mai fornire “ricette“: poiché in confronto ai veri maestri io sono molto meno, il massimo che riuscirò a fare sarà… un post!

È noto che la mia Cerca alchemica si svolge nel milieu di Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli: quest’ultimo, nella sua opera magistrale di commento al Mistero delle Cattedrali, indica grosso modo il procedimento per ottenere la materia prima. Qui, per qualcuno, sta la prima sorpresa. La materia prima va preparata, va ottenuta, non esiste “in natura” o, men che meno, in negozio. Lucarelli comunque, pur spingendo la sincerità a livelli mai visti prima, non nomina “ingredienti“. Il passo è celebre, a pagina 79 della seconda edizione di Mediterranee, in un periodo che inizia così: “Da una reazione iniziale di misti imperfetti…“. Non dice assolutamente quali. Nessuno lo fa: qualcosa, certamente, è trapelato, in epoca digitale, da qualche ambiente soprattutto francese: gira in rete uno schema, di Atorene, il quale, temo, se ne è assunto le conseguenze.

È più utile, però, a mio avviso, ragionare sui termini. E questo è un principio basilare per lo studio dei testi: ne consegue che chi voglia farlo dovrà dotarsi degli strumenti di analisi necessari. Per quanto possa essere considerato un atteggiamento un po’ snobistico, ritengo necessario (se non indispensabile) avere una buona conoscenza del latino ed è utile anche quella del greco, per poter controllare dalle fonti sia il testo originario sia le citazioni. Io stesso ho dovuto mettermi a studiare il francese, data la numerosità dei testi scritti in questa lingua. È del tutto evidente che conoscere il latino metta al sicuro da certe risibili traduzioni dell’acrostico V.I.T.R.I.O.L., ad esempio, ma anche da certe letture “spiritualistiche” o di “alchimia interna” della lettera di Pontano.

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Misti imperfetti“: ricordo che la prima cosa che appuntai sul mio quaderno fu: “sono più di uno“. Dunque la materia prima è il prodotto di un processo (anche) chimico, cui partecipano più sostanze. Queste Lucarelli le definisce “misti”: chiesi allora: “Sono sali? Solfuri?” Mi fu risposto di non pensare in termini chimici, ma di principi alchemici, ovvero ogni sostanza, meglio ogni corpo è composto da un mix di Solfo e Mercurio. Quando questa proporzione non è perfetta (oro) si parla dunque di misti imperfetti. Tuttavia, Non mi tolgo dalla testa che con il termine “misto” Lucarelli abbia voluto sottolineare un aspetto più sottile, nonché fondamentale, per la riuscita di un procedimento che sta all’inizio delle operazioni per questo motivo dette “filosofiche“, per una facile cabala fonetica.

Criticare peraltro la riservatezza di chi segue una certa linea di comportamento (derivato da un impegno condiviso con i compagni più esperti) è direi inutile, in più inopportuno: sembra invece a chi scrive che tali critiche siano solo frutto di irritazione di chi non ha ricevuto “da bocca ad orecchio” un impianto di ricerca (mai un recipe!) sul quale lavorare negli anni per capire dove indirizzare i propri sforzi. Utilizzare poi quale pretesto di esclusione dall’indirizzo di neofiti tutti i testi legati a questo filone (parliamo di testi quali il Mistero delle Cattedrali, le Dimore Filosofali, L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, Alchimia simbolismo ermetico e pratica filosofale, Due luoghi alchemici, e via via “per li rami” tutta la produzione francese di Bernard Chauviere, Severin Batfroi, Jean Laplace per citarne solo alcuni, e tutta quella italiana) mi sembra rientrare in una sorta di voluta “damnatio memoriae“. Ma allora, se utilizzassimo un tale criterio con logica, dovremmo escludere anche i grandi classici citati al loro interno, quali quelli di Nicolas Flamel, Valois, Limojon de Sainct-Disdier, Basilio Valentino, Filalete… In pratica tutta la storia dei trattati di alchimia, ripresi e commentati nel dettaglio degli autori di scuola di Fulcanelli.

Certo, il punto di vista di chi ha, dal 2008, sposato l’idea di Fulcanelli ed epigoni può essere criticato come “di parte“. Lo riconosco. Mi permetto però di criticare a mia volta chi non utilizza le fonti dirette, ma soltanto traduzioni che gli appaiono convenienti (su che base? perché “sembrano” dire cose che fanno comodo?) perché non ha le conoscenze culturali che prima abbiamo indicato come necessarie.

Non voglio dire che sia indispensabile un cursus studiorum letterario, più magari anche una laurea in Fisica… Non è questo che si richiede. Sono altresì convinto che nell’approccio culturale e metodologico di chi si applica a questa Scienza sia necessaria una cultura ad ampio raggio che includa scienze umane, tecnologiche, linguistiche e che, in mancanza di alcune di esse, per quanto difficoltoso, il ricercatore obbligatoriamente debba integrarle per quanto gli sia possibile.

Questo – mi rendo conto – pare in contrasto anche con certe frange nel mio stesso milieu che affermano che lo studio abbia importanza inferiore alla pratica di laboratorio: direi più correttamente che senza una pratica di laboratorio (con buona pace di alchimisti “interni” o “spirituali“) non si va da nessuna parte, ma che per intraprendere un cammino corretto e per poi riconoscere e valutare i risultati bisogna avere un background culturale solido e multidisciplinare. Mi confortano in questo l’immagine e l’epigramma 42 dell’Atalanta Fugiens di Maier, in cui la “lectio” è posta con pari rilievo accanto all’osservazione, all’esperienza e al ragionamento. È anzi indicata come la “lampada“, ovvero ciò che illumina, rende chiaro, ogni risultato di laboratorio.m-maier-_atalanta_fugiens-_1618-_emblem_xlii

Ma eravamo partiti dalla materia prima, che “prima“, come abbiamo visto, non è, poiché bisogna in qualche modo crearla a partire da altre materie, e dal fuoco segreto, indispensabile “artificio“, ovvero anch’esso “fatto con arte” come suggerisce l’etimo, ma che si manifesta quando le opportune condizioni si vengono a realizzare. Ho una mia personale idea del fuoco segreto, che devo primo poi riuscire a verificare, che si basa (non solo, ma anche) su un versetto dell’alchemico “Patrem parit filia” di Pierre de Corbeil (ne parlammo qui):

Artifex in opere“.

Per il resto, abbiate pazienza. La scala dei filosofi, la chiama Valois.

Con affetto,

Chemyst

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Il Testamento di Jean Laplace… in una stufa

Cari Cercatori,

giorni fa, scorrendo pigramente le esternazioni del popolo di Facebook, mi soffermai su una delle sempre preziose segnalazioni di Yves Artero: più di una volta questo cortese scrittore francese ha ispirato alcuni acquisti del sottoscritto, fra cui il numero della rivista Atlantis sull’araldica o la versione francese (dovrei dire l’originale) dei Due Luoghi Alchemici di Eugene Canseliet.

Questa volta il nostro buon amico francese richiama la mia attenzione su un’offerta su eBay di un libro di Jean Laplace dal titolo “Le Four Alchimique de Winterthur”, pubblicato per la prima volta nel 1992 dalle edizioni Liber mirabilis di Londra.

Non ho alcun libro di Laplace – pensai – e Lucarelli e lo stesso Gratianus lo stimavano molto“. Così, senza ulteriorilaplace06 esitazioni, lo ordinai. Oggi è arrivato.

Per la verità, on-line ho trovato il suo commento al Mutus Liber con le immagini colorate: le sue note in quel caso erano stringate, seppur foriere comunque – secondo tradizione – di notizie, ammiccamenti, piccole tracce per i cercatori.

Naturalmente, non ho letto ancora il libro, ma solo sfogliato. Contiene 21 illustrazioni tratte da una stufa conservata nel museo di Winterthur, che Fulcanelli data al 1702 (Il Mistero delle Cattedrali, II Ed. 2005, Mediterranee, p. 276), citando una delle illustrazioni oggetto del libro, precisamente quella contrassegnata dal numero VIII a pagina 39, la quale cara sareblaplace05be apparsa a Midnight Wanderer per il suo post pregevole su Il Berretto Frigio (qui), dato il suo soggetto.

In questa edizione, a differenza della prima, uscita con le caratteristiche di un libro di pregio, a tiratura limitata e di costo elevato, (come quello che Laplace stringe a sé nella foto), le illustrazioni sono in bianco e nero anziché a colori, e tuttavia ben leggibili; tuttavia sono certo che alcuni valenti cacciatori del web sapranno reperire le immagini originali  😉 . Ho già trovato la V io stesso…

Tuttavia, il motivo del mio post è legato alla vivida sensazione che ha suscitato in me il titolo, più che il contenuto, della formula di commiato dell’autore:

AUX ETUDIANTES ET EN ADIEU

Ebbene, quelle ultime tre parole del titolo mi hanno dato un brivido, o forse, se mi è consentito, le ho riconosciute come un segnale, visto anche che il testo che segue e che conclude il libro, non vi facciano alcun cenno. Un segnale, dicevo, che sembra indicare come Laplace abbia effettivamente (e quanto precocemente!) riconosciuto il termine della sua permanenza in questa manifestazione, avendo, per dirla con le sue parole “la capacità di distinguere i quattro Mercuri” e quindi, come per Lucarelli poco dopo, anche il Mercurio Comune e la Via Segreta che varca i confini di questo mondo.

Ritroverai la collina dei giochi: là tu deponi il tuo cuore

(A. Branduardi, Alla Fiera dell’Est).

Con emozione,

Chemyst

Media vita in morte sumus…

Cari Amici,

quando avvenne il terremoto dell’Aquila, i primi a sincerarsi della mia buona salute (ero sufficientemente lontano…) sono stati i miei cari Compagni di Cerca. L’evento, terribile, fu causa di profonde riflessioni sulla caduca fragilità del nostro vivere. Ci tornarono in mente le apocalittiche parole di Canseliet, nella sua Prefazione alle Dimore Filosofali, parole che suonano tremendamente allarmanti ancora, dopo la tragedia Giapponese. L’allarme anzi si carica d’angoscia, alla notizia che lo Tsunami asiatico abbia spostato l’asse terrestre di ‘ben’ 10 centimetri… Cosa accadrebbe, duunque, nel caso il ‘Bouleversement‘ di cui parla Canseliet (che, lo ricordo, presuppone l’INVERSIONE dell’asse terrestre) non fosse soltanto una metafora alchemica? Se ‘soli’ 10 cm sono stati in grado di mettere in ginocchio il paese più attrezzato e sicuro per i terremoti nel mondo, cosa resterebbe della nostra civiltà se l’asse percorresse le centinaia di migliaia di chilometri che formano l’emicirconferenza del nostro globo terracqueo?

Il tema – ancorchè terrificante – è nondimeno appassionante: ne accennai tempo fa, all’inizio di questo Blog qui e, in una inesauribile fonte di notizie ad ogni rilettura, anche Captain Nemo qui. Esso porta  ad interrogarsi sui grandi perchè della vita, cosa peraltro che ogni Cercatore serio fa, di tanto in tanto, con sereno distacco, accanto al fuoco.

Probabilmente, la tecnologia odierna ha acuito il nostro (ahimè erroneo) senso d’immortalità, e per di più di immortalità terrena: che è poi anche uno degli splendidi specchi per allodole ( e che specchio!) posto davanti ai nostri occhi da Dama Alchimia, e che tanta avidità (e pari incredulità!) ha da sempre scatenato nell’uomo.

Non è sempre stato così: una concezione ben diversa, forse più reale, era nei pensieri dei nostri antenati. Ancora una volta, testimone duratura di ciò è stata ed è la Musica. Ecco le parole di un inno gregoriano dalla storia molto particolare e controversa, e per questo piena di fascino:

Media vita in morte sumus
Quem quærimus adjutorem nisi te, Domine?
Qui pro peccatis nostris juste irasceris
Sancte Deus, Sancte fortis, Sancte et misericors Salvator,
Amaræ morti ne tradas nos.

In Te speraverunt Patres nostri,
speraverunt et liberasti eos.
Ad Te clamaverunt Patres nostri,
clamaverunt et non sunt confusi.

Sancte Deus, Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto:
sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.

Il testo è pieno di drammaticità, con quei vocativi finali, e di sentita contrizione, con la certezza dell’Ira di Dio (“pro peccatis nostris juste irasceris“), laddove oggi tendiamo a negare persino un’intelligenza nel Creato… Per carità, non voglio per questo dire che il sisma nipponico sia dovuto all’Ira di Dio, soltanto che, nel Medio Evo, si aveva quotidiana dimestichezza con carestie, cataclismi, guerre, pestilenze et alia che l’uomo d’allora aveva ben chiara la propria fragilità.

Il Canto, pieno di fascino, e che termina con una cadenza sospesa, è un Canto Ambrosiano su testo attribuito a Nokter Balbulus, X secolo, Monaco di San Gallo (Svizzera), ma sulla cui attribuzione Gustav Reese solleva qualche dubbio.  Qui di fianco è raffigurato in una vetrata non in veste di compositore o biografoo (gli è attribuita anche una biografia di Carlo Magno), bensì di esorcista.

Sull’antifona, abbiamo una più che esauriente trattazione da parte di Giovanni Vianini qui:

Nell’intenzione di Nokter Balbulus o di chi per lui, è un’Antifona Ambrosiana del Quarto Sabato di Quaresima, da cantarsi alle lodi. Tuttavia, Jules Combarieu, nel suo ‘La Musica e la Magia‘ ci racconta che tale inno venne bandito con bolla papale per l’uso improprio che se ne faceva nel Medio Evo: pare infatti che, in quei tempi privi d’anagrafe, venisse utilizzato quasi come un mortifero ‘mantra‘, un incantesimo, commissionando ad un ignaro sacerdote una messa da morto durante la quale venisse cantata quest’antifona, con il dedicatario ancora in vita…

L’inno, tuttavia, come avete potuto ascoltare, è di singolare bellezza, ed ha ispirato, in forma parodica o con lo stile del Cantus Firmus, diversi compositori. Fra essi, per il contenuto spirituale del brano, non potevano mancare due fra i più grandi Fiamminghi, Nicolas Gombert e Roland de Lassus; il primo ha anche composto una Missa Media Vita. Questa è la sua versione polifonica del testo ambrosiano:

Nicolas Gombert è un compositore fiammingo, vissuto fra il 1495 ed il 1560; Wikipedia lo dà verosimilmente allievo di Josquin Desprez fra il 1515 e il 1521, mentre a partire dal 1526 fu cantore e anche compositore  presso la cappella reale di Carlo V. A partire dal 1529 fu Magister puerorum, cioè insegnante delle voci bianche del coro reale; con questo coro ebbe il modo di cantare in tutti i possedimenti dell’impero. Non ricoprì mai la posizione di maestro di cappella (titolo che venne affidato invece poco dopo a Thomas Crecquillon), ma fu compositore e produsse molte composizioni celebrative degli eventi più importanti del regno di Carlo V. A partire dal 1540 non vi sono più testimonianze della sua attività corale: stando ad una testimonianza del matematico Girolamo Cardano, Gombert fu accusato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzo e fu condannato ai lavori forzati nelle galee. Ricevette la grazia probabilmente nel 1547, anno in cui scrisse una lettera al Gran Capitano di Carlo V, Ferrante I Gonzaga; secondo la testimonianza del Cardano, fu scrivendo il suo Magnificat e inviandolo all’imperatore (il quale ne restò profondamente commosso) che riuscì a ottenere la grazia.

Non so se l’accusa fosse fondata, fatto sta che ascoltando le sue composizioni si avverte un profondo respiro mistico ed una grandissima padronanza dei mezzicompositivi, oltre ad una conoscenza vasta del repertorio musicale dei suoi contemporanei. La sua versione del Media Vita è basata su piani sonori sovrapposti, con effetti di grande drammaticità e di potente suggestione: l’inizio con il tema che parte dalle voci gravi e si eleva dapprima faticosamente poi via via sempre più in alto descrive con efficacia un’anima strappata alla terra che sale in Cielo.

Perdonate questa mia digressione (“ma non dovevamo perlare d’Alchimia?” già starà pensando qualcuno…), tuttavia ritengo di non essere del tutto ‘off topic‘ ragionando di caducità della vita umana, quella caducità che spinge da sempre l’uomo a trovarvi rimedio; non è off topic neppure porsi interrogativi sul perchè tanti Adepti l’hanno fatto, nei loro scritti: Fulcanelli all’ultimo momento ha deciso di non divulgare il suo Finis Gloriae Mundi (ovviamente quello ‘in vendita’ è una bufala), anche se Canseliet e Laplace ne hanno divulgato dei frammenti, e lo stesso Canseliet, nella citata prefazione alle Dimore, ed anche passim nei suoi due libri L’Alchimia invita a riflettere ed induce il lettore a prendere dimestichezza con la divergenza fra le aspirazioni umane ed il cammino inesorabile nella propria coerenza di Madre Natura, le cui meravigliose manifestazioni possono assumere ai nostri occhi anche aspetti di inaudita violenza  ed indifferente crudeltà.

Una spiegazione alternativa, ancorché neppure di un po’ più consolante, l’abbiamo grazie al beffardo ma appassionato intervento di Paolo Lucarelli ai Colloque Canseliet, la cui rilettura è, al pari di qualsiasi autentico testo ermetico (perchè è un testo ermetico anch’esso), fonte di continue sorprese e scoperte, ma nel quale, nel suo livello palese di lettura, egli parla di Dio in vari modi, o meglio, parla di Dio e del Demiurgo (e non sono certo affatto che secondo lui fossero la medesima persona), ed a proposito di quest’ultimo lo delinea come responsabile della corruzione del nostro universo a causa di errori grossolani, a loro volta fonte delle nostre sofferenze ed imperfezioni.

Anche lì, mentre ironizza sul suo Francese, o censura illustri relatori con battute al… vetriolo, o sorride, o si commuove, l’Ultimo Adepto ci indica una Via di speranza, quella che pochi folli, fra breve, torneranno tutti insieme a coltivare, per il nostro bene, in un modo che mi è ancora oscuro ma che percepisco come vero.

Un saluto dal Bosco.

Chemyst

 

 

 

Una piacevole lettura

Cari Amici,

la cerca è lunga e difficile, oltre che appassionante ed affascinante.

Non sembri perciò frivolo fermarsi e leggere un bel libro, che parli delle cose a noi care, ma solo come sfondo e pretesto per una trama avvincente.

E’ il caso del libro di Fabio Delizzos, al suo esordio da scrittore di thriller, che con ‘La setta degli Alchimisti’ gioca su due piani temporali lontani e paralleli, ma che alla fine si congiungono, mostra una sorprendente facilità narrativa, senza rinunciare ad una attenta ambientazione storica, descritta con essenzialità ma con precisione: forse ad un Cercatore sulle orme di Ermete non sarebbe dispiaciuto un soffermarsi sul particolare, o su una citazione, ma l’Autore sa di scrivere un libro da leggere, possibilmente d’un fiato, e non se lo può permettere. Non che non potrebbe, almeno questo è il sospetto che mi è venuto, dato che alcune nozioni sono circostanziate e soprattutto alcuni concetti fondamentali (e spesso sottovalutati e accantonati anche da molti studiosi), ovvero il carattere Sacro dell’Alchimia, e la precisa ‘scelta di campo’ dell’ Alchimista quando decide di caricarsi di un così pesante fardello. Tutto questo non è così scontato, come dicevo: persino ai “Colloque Eugene Canseliet” organizzati alla Sorbonne in onore dell’Adepto scomparso, spesso mancava il riferimento al Sacro ed a Dio, e Paolo Lucarelli (altro compianto Innamorato dell’Arte, dalla statura quantomeno paragonabile al suo Maestro) in un intervento apparentemente disincantato, a tratti canzonatorio, ma a leggerlo e rileggerlo invece di profondo valore didattico alchemico, se ne lamentò, e fra una battuta ed un ossequio (a Laplace, per esempio) ripercorre l’intera Grande Opera, concludendo così: “La pazienza è la scala dei Filosofi, e l’umiltà la chiave della porta del loro Giardino. Chi persevererà con pazienza ed umiltà, Dio gli farà misericordia”.  E Delizzos questo l’ha colto, immagino leggendo su ‘buoni libri’, e non si è accontentato: ha affidato il ruolo di protagonista ad un musicista realmente esistito, Gaspar Sanz, della Cappella Reale di Spagna, che ha scritto pregevolissime musiche per chitarra barocca, come questa (per la verità un po’ arricchita, ma eraprassi anche all’epoca…):

Chi era Gaspar Sanz? Ecco Wikipedia:

Gaspar Sanz, pseudonimo di Francisco Bartolomé Sanz Celma (Villa de Calanda, 4 aprile 16401710), è stato un presbitero, compositore e chitarrista spagnolo. Laureato in teologia all’Università di Salamanca. Secondo alcuni studiosi è stato il miglior teorico spagnolo del XVII secolo sulla chitarra. Fu maestro di chitarra di Don Juan de Austria al quale dedicò la sua famosa “Instrucción de música sobre la guitarra española” (suddivisa in tre libri), il titolo originale era:

“Instrucción de Música sobre la guitarra española y Método de sus primeros rudimentos, hasta tañerla con destreza, con dos laberintos ingeniosos, variedad de sones y dances de rasgueado y punteado, al estilo español, italiano, frances y inglés, con un breve tratado para acompañar con perfección sobre la parte muy esencial para la guitarra, arpa y organo, resumido en doze reglas y exemplos los mas principales de contrapunto y composición, dedicado al Serenissimo Señor , el Señor Ivan, compuesto por el Lecenciado Gaspar Sanz, aragones, natural de la Villa de Calanda, Bachiller en Teologia por la Insigne Vniversidad de Salamanca”.

Si pensa morì a Madrid nel 1710.”  Ma Delizzos, come leggerete, non concorda con quest’ultima affermazione…

Se a qualcuno questo nome risulterà nuovo, ascoltando bene il video precedente potrebbe forse riconoscervi la melodia, utilizzata da tre grandi del ‘Progressive’ anni ’70 (grazie, Paolo, per la segnalazione):

…oppure, per quelli più legati alla musica italiana, individuare una canzone di un cantautore nostrano, grande ‘riciclatore’ di musica antica:

Sorprendente, inoltre, è stato per me apprendere che Fabio Delizzos è un chitarrista, e possiede anche una chitarra barocca. Questo rende ragione della competenza con la quale parla di musica, come ambienta il concerto con il sopranista, e come immagini un modo di trasmettere un messaggio tramite una partitura criptandolo nell’intavolatura. Cosa non impossibile, certamente: un intero trattato di Alchimia si cela nelle 50 fughe dell’Atalanta Fugiens di Maier, e lo stesso Sans nel frontespizio sopra riprodotto parla di ‘Due labirinti ingegnosi’, ed è un Labirinto quello che accoglie i visitatori a Chartres, quello splendido libro di pietra… sulla Pietra. Ma divago: tornando al libro, vi si possono trovare spunti per riflessioni alchemiche e non, si può sorridere su qualche particolare, come l’idea della Materia Prima, o sulle modalità di assunzione dell’Elisir, ma le idee chiare sulle opzioni della Grande Opera ci sono tutte e tre: l’Elisir o Medicina Universale, la Lampada Perpetua e la Polvere di Proiezione. Anche se, forse, non è tutto qui, ma questa è un’altra storia… Per ora godetevi il libro.

Saluti a tutti…

Chemyst

Un altro video interessante

E’ sempre bello sentir parlare di Alchimia, anche se in francese… con anche un po’ di musica di contorno. Perciò, rallegrandoci che YouTube ce lo abbia consigliato, visti i nostri ascolti precedenti, non posso esimermi dal segnalare questo video:

Il video lascia scorrere immagini simboliche molto evocative, quelle che riconosco della vastissima iconografia alchemica sono tratte dal Mutus Liber di Altus (la versione colorata che commentò Jean Laplace) e dall’Atalanta  Fugiens di Michael Maier. A parte poi vedere che nella illuminata Parigi c’è una via  intitolata a Nicolas Flamel, è davvero emozionante vedere nel finale il volto e sentire la voce del Maitre Eugene Canseliet

Chemyst