Le Feu du Printemps

Cari Compagni,

ci siamo!  Dice Elemire Zolla, l’Alchimista del Verbo, come lo ha definito Paolo Lucarelli, ovvero colui che ha penetrato con il solo studio dei testi più di un segreto operativo alchemico, che un osservatore posto in un luogo propizio possa sentire un tuono quando il Sole entri in Ariete.

È un’immagine suggestiva, romantica se volete, sicuramente benefica per chi abbia la possibilità di sperimentarla, ma ha – e come dubitarne – dei risvolti ‘filosofici’: è infatti in Primavera che la Natura si risveglia per mezzo del Fuoco (I.N.R.I.), e l’Ariete  (connesso a Marte) è un segno di Fuoco, ed è proprio Marte (in qualche modo) che ci consente di ‘aprire la porta’ e fornire un altro Fuoco, Sulfureo nel miglior intendimento filosofico possibile, alla nostra ‘progenie di Saturno’. Ma – come per tutte le cose nella nostra manifestazione duale – per semplicemente ‘essere’ – ha bisogno di un’Acqua, un Mercurio magari… Ed ecco che il Fuoco che ci necessita ci viene fornito da un’Acqua mirabile, in-formata di Fuoco…

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Più mi addentro in questo meraviglioso garbuglio in cui tutte le cose cambiano di segno, e più con gioia scopro che i segni e le polarità di ogni materia, agente, sostanza o sale, sfuggono alla nostra categorizzazione, e minano ogni nostra certezza. Eppure comincio a vedere, in tutto ciò, una grande bellezza.

E scopro così che, in fondo, ogni acqua (anche quella per fare la pasta) è un fuoco.

Buona Primavera a tutti i Folli, ma proprio a tutti, dalla Sicilia, dalla Campania, dalle mie verdi e martoriate contrade, dalla verde Sardegna e dall’ancor più verde, direi Vitriolica, Umbria, alle campagne dell’Urbinate, alle pianure d’Emilia e di Romagna ed a quelle Mediolanensi, alle acquee contrade Pavesi, alle magiche strade Torinesi e finanche ai monti del Trentino, ovunque ci sia un Cercatore (purchè d’animo sincero e dal cuore affettuoso) che celebri l’Acqua Ignea della Luminosa Rinascita della Natura prodiga e feconda.

Ed ora,  al lavoro…

Chemyst

Adamo ed Eva e L’Arte di Musica

Cari Cercatori,

giorni fa pensavo di aver trascurato per un po’ la rilettura delle Dimore Filosofali di Fulcanelli. Ho dunque ripreso in mano la recente ristampa francese e mi sono messo in cerca, tramite il suo indice analitico, della locuzione ‘Art de Musique‘. Ho trovato tre riferimenti, ma uno mi è parso abbastanza interessante e foriero di riflessioni utili anche in termini pratici.

Si riferisce alla Casa di Adamo ed Eva, a Le Mans, e precisamente alle decorazioni che sono poste sopra ad uno dei finestroni, la cui immagine principale è quella (che appare corrotta nel disegno di Champagne ed oggi invece ha tutto l’aspetto di aver subito un efficace restauro) di Nesso e Deianira.

La Casa di Adamo ed Eva a Le Mans

Poco più in basso, a costituire gli angoli della cornice della ricca finestra, vi sono due riquadri contenenti altrettante figure umane, nude, sedute su un basso seggio cubico, e dotate di strumenti musicali. Quella posta a sinistra, dotata di una lunga chioma agitata dal vento e sembianze giovanili, suona un corno ricurvo, quasi un serpentone; la corrispondente figura di destra mostra invece una figura antropomorfa ma dalla testa di cinghiale nell’atto, a ben vedere, non di suonare ma di accordare una delle corde acute di quella che sembra una chitarra, o forse più propriamente una ‘viola di mano’ (vihuela de man). Di essa intravedo tre o quattro corde, mentre la mano del suonatore non consente di confermare tale dato contando il numero dei piroli poichè li copre.

Il disegno di Julien Champagne pare evidenziare qualche dettaglio in meno e qua e la qualche piccola differenza: il viso del suonatore di vihuela sembra più qiuello di un vecchio che quello di un cinghiale. detto questo, ecco il passo delle Dimore in questione: “… des personnages assis, – l’un soufflant dans un cor, l’autre pinçant une sorte de guitarre, – exécutent un duo musical. C’est la traduction de cet Art de musique, – épithète conventionelle de l’alchimie, – auquel se rapportent les divers sujets sculptés sur la façade.”

Una sua traduzione letterale potrebbe essere la seguente: “… due personaggi seduti – l’uno soffiante dentro un corno, l’altro pizzicante una sorta di chitarra – eseguono un duo musicale. E’ la traduzione di questa Arte di Musica –epiteto convenzionale dell’alchimia – al quale si rapportano i diversi soggetti scolpiti sulla facciata“.

Particolare del disegno di J. Champagne

Presa così, non è un granchè di spiegazione, non descrive neppure con la consueta accuratezza le immagini stesse. Tuttavia, quanto descritto nei paragrafi precedenti sembra in qualche modo potersi correlare a queste due immagini tutto sommato speculari: in essi si parla di opposte nature, maschile e femminile, che devono essere unite. Ecco allora che, a ben guardare, la femmina dai capelli fluttuanti al vento soffia aria all’interno di un corno, che di forma ha un’attribuzione tutta maschile, fallica come tutti gli strumenti a fiato, attribuzione sempre presente dalla letteratura e dall’arte medievale fino alle canzoni di Renzo Arbore, dove, peraltro, la ‘chitarrina‘ ha una chiara valenza femminile. Ed in questo caso lo strumento femminile, la vihuela, è in mano al personaggio maschile. 

Allo stesso modo, il corno (che però nel suo nome rinascimentale di ‘serpente‘ serba un’essenza intimamente mercuriale)  suona una melodia, magari articolata e virtuosistica, ma unica (una monodia), solistica,  laddove lo strumento femminile è in grado invece di eseguire più note contemporaneamente (polifonia), realizzando l’accompagnamento, ovvero armonizzando la melodia del solista.

L’atto posto in essere dal vecchio con testa di cinghiale (altro tema ricorrente  dell’iconografia musicale antica è il cinghiale o il maiale musicante, cui Canseliet riconosce – seppur al femminile – una valenza alchemica importante nei suoi Due Luoghi Alchemici) è in qualche modo preliminare, preparatorio all’esecuzione musicale, ed è un atto indispensabile senza il quale i due strumenti non possono suonare bene insieme.

Ovviamente, poichè il corno ha dimensione fissa mentre la vihuela può variare la tensione  delle proprie corde, è quest’ultima che si adegua a risuonare correttamente in base alle caratteristiche (in questo caso l’altezza, ovvero la frequenza di vibrazione)  del suono dello strumento a fiato.

Dunque possiamo, in queste due immagini, leggere fasi differenti del procedimento filosofico e dei suoi attori, ovvero le materie: aggiungerei un ulteriore dettaglio se pensiamo che il serpente ha un corpo solido, fisso, ma produce un’essenza volatile, aerea e rarefatta, una vibrazione dell’aria che a sua volta è, poi, il suono da esso generato.  Della musica, Claudio Cardella ne ‘La Lupa e i Due Soli‘ dice di essere affascinato perchè raggiunge la nostra sfera emotiva senza passare per l’analisi razionale. Mi pare adeguata metafora di un’essenza che penetri all’interno di una materia che sia accordata su di essa, preparata ad arte perchè sia pronta a riceverla.

Tuttavia, le analogie con il processo alchemico non si esauriscono qui: se non giudicherete troppo fantasiose queste mie note, scritte un po’ di getto, non esitate a condividere vostre riflessioni in merito, soprattutto se diverse da quanto ho immaginato qui.

Un caro saluto ‘armonico

Chemyst

Ma fin est mon commencement, et mon commencement ma fin: l’Ouroboros in Natura, in Alchimia ed in Musica

L’Ouroboros, o serpens qui caudam suam devorat, in più culture, è il simbolo assoluto del Tempo, nell’eterna ripetitività dei suoi cicli, che (in determinati casi) nell’alchimia e nell’ermetismo circoscrive un punto centrale ed è così definito dall’assioma greco: En to pan, ad evidenziare (secondo alcuni) il fatto che ogni cosa è soggetta a Dio, Infinito ed Eterno Signore dei tempi, Centro e Circonferenza dell’intero creato.

Ogni cosa, sulla terra ed oltre, ha i suoi cicli ed i suoi tempi:
le stagioni, le rivoluzioni dei pianeti e degli astri attorno al sole o ad altri sistemi, i fenomeni chimici e fisici, quelli matematici ed i processi intellettuali; così come gli aspetti psichici, che accompagnano la crescita e lo sviluppo dell’uomo e delle sue facoltà.

Ed infine, il ciclo dell’anima umana, che dai cieli infiniti, una volta precipitata, attraverso numerosi cicli reincarnativi, ritorna nell’Infinito (pur non essendone mai uscita), partecipe della grandezza del Padre.

Infatti, così come tutto, nel creato, rispetta e segue determinate Leggi, anche l’uomo, essendone parte, non esula (per logica) da questo armonico movimento.
Le sostanze di cui è composto, una volta che l’anima ha abbandonato la materia, ritornano al loro stato primario di elementi, per poi riformarsi, una volta che un’anima ritorni nel ciclo reincarnativo terrestre, per divenire nuovamente corpo: ricordate (Prefazione alle Dimore Filosofali) Canseliet che cita lo stupore di Enea che parla con l’ombra di Anchise? “Volete dire – chiede al padre – che quelle sono tutte anime pronte  a ritornare in un corpo vivente?”.

Il dio Saturno, che i Greci chiamavano Chronos, veniva raffigurato come un vecchio, che tiene nella mano destra una falce, e nella sinistra l’Ouroboros: ogni cosa ha un’alba e un tramonto, così come l’ultimo mese dell’anno raggiunge il primo, per poi ripartire nuovamente senza distacco. L’Ouroboros, veniva, nell’antichità, rappresentato diviso in dodici parti, come i mesi dell’anno, per imprimere maggiormente il senso del Tempo (in greco, appunto, Chronos), presente nella materia; non è poi un caso che, anche gli orologi, abbiano forma circolare e siano divisi in dodici quadranti, quasi a mostrare, ancora una volta, la continuità e la ciclicità che il poderoso simbolo indica.

E’ d’altra parte una nostra percezione, quasi una nostra gabbia, quella del tempo che scorre in avanti come su una linea retta: già Feynman, per spiegare l’Antimateria, pensò ad esso come ad una dimensione paritetica alle spaziali, e pertanto invertibile di segno.

Semina e mietitura, sono aspetti senza interruzione di continuità, poiché dalla pianta vengono generati i semi che nuovamente segneranno la nuova rigenerazione. Come avviene ogni anno per la Natura, anche gli Alchimisti, nel loro piccolo mondo, rinnovano dalla Primavera il miracolo della Creazione microcosmica. Per tale similitudine l’Alchimia è detta anche Agricoltura Celeste.

Il fatto che il serpente sia un’animale che di continuo ringiovanisce, grazie alla muta della sua pelle, ne fa maggiormente un simbolo di rinnovamento e cambiamento.

La Natura maestra, come la definiscono gli alchimisti, è perenne esempio di questi fenomeni di ciclicità, che agli attenti osservatori non possono sfuggire né lasciare privi di un senso di stupore e di ammirazione, così come nel racconto Sioux, dove il saggio pellerossa, sulle placide rive del lago, scopre che l’acqua evapora grazie al Sole (immagine del Grande Spirito, Motore di tutto, ma anche di un Mercurio che sublima…), per poi ridiscendere nuovamente sotto forma di pioggia e portare nuova vita; proprio come l’anima dell’uomo nel grandioso ciclo delle sue esperienze.

Ed ecco perché, anche nella cultura degli indiani d’America, il cerchio è simbolo sacro dell’Infinito e di Dio, basti pensare alla “Ruota di Medicina”, perno dell’immenso potenziale spirituale di questo nobile popolo.

Anche il sole, con tutte le sue valenze, appare come un cerchio nel cielo.

Nella simbologia alchemica, l’Ouroboros è anche e soprattutto, l’immagine di un processo (necessario al raffinamento e facente parte dell’Opera) che una volta concluso si ripete, attraverso le 4 fasi (come le stagioni e i punti cardinali) dell’Operazione: riscaldamento, evaporazione, raffreddamento e condensazione: esse sono tutte visibili nelle cosiddette distillazioni per via Umida, ma comunque intuibili anche come movimento all’interno del crogiolo: solve et coagula, la massima che spesso accompagna le raffigurazioni dell’Ouroboros.

Questo spiega anche perché il simbolo è spesso, nei libri di alchimia, raffigurato non con uno bensì con DUE draghi: uno superiore, il drago alato, segno della volatilità ed uno inferiore, segno della fissità. Vengono anche alle volte rappresentati, metà neri e metà bianchi, sinonimi dell’armonia fra gli opposti, così come il sole e la luna, il maschile e femminile segnano due semicerchi nella volta celeste nel corso del loro movimento, Yin–Yang, Zenit e Nadir, ecc.

Negli antichi misteri egizi raffigura l’anello di congiunzione fra le quattro divinità cosmiche: Sithis, Iside, Osiride e Horus.

Il fatto di divorarsi la coda, (oura “coda” e boros “divorante”) sta a significare come la continuità sia conseguenza necessaria del movimento.

L’Ouroboros è stato anche rappresentato, nell’antichità, diviso in dodici parti come i mesi dell’anno, per imprimere maggiormente il senso del Tempo, presente nella materia;
non è poi un caso che anche gli orologi abbiano forma circolare e siano divisi in dodici quadranti, quasi a mostrare, ancora una volta, la continuità e la ciclicità che il poderoso simbolo indica.

Per gli Adepti delle scienze occulte ed alchemiche, il serpente che si morde la coda, diviene allegoria di Conoscenza (che non è mai accessibile a tutti) ed allo stesso tempo il Drago è il “Guardiano” della Grande Opera; nelle cattedrali e nelle chiese spesso compare sui battenti delle porte d’ingresso, quasi a voler sorvegliare quei “libri di pietra” che sono le costruzioni gotiche.

Nel Medioevo era l’emblema del silenzio iniziatico, negli ordini monastici, corporativi, cavallereschi o ermetici: a motivo del suo mordersi la coda, viene meno la facoltà della parola, e così l’indispensabile segreto è mantenuto tale.

Nella sua ciclicità, l’Ouroboros ci ricorda la Legge di Causa ed Effetto, per la quale ogni azione ne ha per conseguenza un’altra. Ad azioni positive seguiranno reazioni ed effetti positivi e viceversa, a cause negative si avranno conseguenze appartenenti allo stesso segno.

Tornando al concetto di ciclicità, riferita al cammino dell’anima, qui si innesta, nella Tradizione Ermetica, il concetto metafisico di ‘Revenant’, applicabile peraltro ai soli Adepti, i quali  grazie alla loro Conoscenza sono in grado di interrompere, parafrasando ancora Canseliet, il cammino temporale prefissato per l’uomo, di prolungarlo, di andare e tornare (‘Revenant’, appunto) da e verso questa Manifestazione.

In tal modo (una ‘consolazione’ diceva molti anni fa Canseliet, probabilmente rimpiangendo il suo Maestro, ma forse usando anche un termine ‘cabalistico’) tale simbolo di ciclicità, eternità e continuità sembra invece suggerire, oltre alla speranza di una morte non ineluttabile, anche la possibilità (una delle infinite riservate agli Adepti) di libertà dai nostri vincoli di spazio, di tempo e di Universo…

… e la Musica? Forse può aiutare per qualche altro passettino sul Sentiero: vorrei prendere spunto dal celebre Canone di Guillaume de Machaut, dal nome emblematico

MA FIN EST MON COMMENCEMENT

Il testo è il seguente:

Ma fin est mon commencement

et mon commencement ma fin

et teneur vraiement

ma fin est mon commencement

Mes tiers chans trois fois soulement

se retrograde et einsi fin

Ma fin est mon commencement

et mon commencement ma fin

La traduzione, per far sì che certe ‘risonanze’ del francese (francese antico, siamo nel XIII secolo) potrà risultare poco elegante, ma sappiamo bene chela lettera uccide già di per sè, senza aggiungervi l’esiziale traduzione ‘a senso’.

La mia fine è il mio inizio / e il mio inizio la mia fine / e il tenore veramente /la mia fine è il mio inizio / i miei tre canti /tre volte solamente / si retrogradano e così  fine/ la mia fine è il mio inizio / e il mio inizio la mia fine.

Il testo in realtà è anche l’indovinello’, la chiave per risolvere il Canone: è la descrizione di come esso è costruito, ma probabilmente non solo. Una costruzione complessa, a tre voci (“trois chans”), ovvero Cantus, Tenor e  Triplum, disposte in forma di canone cancrizans e retrogrado con tenor a specchio. Che significa? Che il Tenor va dal punto A al punto B poi torna indietro, nel frattempo il Triplum va dal punto B al punto A poi torna indietro, e che l’intera composizione può essere divisa a metà ed invertita. Complicato, eppure se la ascoltate la troverete a suo modo bella, un risultato notevole con tali e tante limitazioni ‘matematiche’ alla libertà compositiva:

Ho volutamente usato le immagini di Ouroboros per questo video di YouTube inciso da noi, in particolare quella dell’Emblema XIV di Michael Maier (Ecce Draco caudam suam devorans) il quale, peraltro, nella Fuga ad esso relativa utilizza un semplice canone all’ottava, per l’evidente ciclicità della composizione stessa. Per trovare una composizione simile a questa in Maier, bisogna invece arrivare fino alla Fuga XLVI, da lui stesso definita ‘reciproca‘ e riferita (ma non solo) alle Aquile. Qui Maier utilizza il consueto tenor del Pomum Morans però disposto in tempo ternario e svolto fino alla fine poi eseguito al contrario, e sopra due melodie speculari come in Machaut.

A titolo di curiosità, aggiungerò che Guillaume de Machaut, raffinatissimo compositore, era stato in contatto con il Papa Alchimista Giovanni XXII, l’Avignonese, e che più di un Compagno di Cerca sussultò, anni fa, quando chiesi ‘Ma uno che scrive un brano chiamato Ma fin est mon commencement et mon commencement ma fin potrebbe essere un Iniziato?” risposero senza tema ‘sicuramente sì’.

Mi piacerebbe però continuare la riflessione sull’Ouroboros, coniugandola con alcuni interrogativi profondi che il Cercatore si pone (e deve porsi) sui perchè del suo Cammino di ricerca. Il fraterno amico Tonneau Rouge, in un gioioso incontro ed anche in qualche suo scritto, si pose una domanda sulla vita ed usò l’espressione ‘chiudere il cerchio‘, espressione che mi colpì molto.  Rifletteva sulla generazione del metalli in seno alla Terra, e sollevò la seguente, semplice, ma importantissima obiezione: quand’anche il Mercurio dello Spirito Universale, disceso sul Centro della Terra e poi risalito lungo le vene metallifere, quand’anche imbroccasse ‘fortunatamente’ tutte le migliori possibilità, giungerebbe a produrre il più perfetto dei metalli, l’Oro… e poi? Egli tornerebbe ‘a casa’, ma non può essere che la cosa sia tutta lì, seppur nella sua splendida ed un po’ inquietante bellezza… Se questo Universo fosse perfetto, cosa che Paolo Lucarelli ci ha dimostrato esserlo tutt’altro, sarebbe composto (nel macro- e nel Microcosmo) da corpi che evolvono tutti insieme fino all’Oro?

Credo di no, i Filosofi in qualche punto lo indicano, molto velatamente, che non è tutto nella pur prodigiosa possibilità di effettuare una Trasmutazione, ovvero di alterare e modificare la struttura stessa della materia, piuttosto questa è una Via che va percorsa, e possibilmente fino in fondo, perchè ci consente (se siamo Benvoluti) di conoscere i più reconditi meccanismi della Natura e poter, dopo, ‘Oculati abire’, come nell’ultima Planche del Mutus Liber

Mi torna in mente un certo discorso sulle particelle atomiche che ‘riconoscono il Creatore’ e  così “risuonano” con Lui. C’era una canzone parrocchiale della mia adolescenza dal titolo “Tutta la Creazione canti”… più grande, cantai in un coro polifonico il più nobile Salmo CL, che elenca tutti i modi (e gli strumenti musicali!) per lodare il Signore, e che conclude, attenzione, con le parole “Ogni spirito (sic!) lodi il Signore”… J.R.R. Tolkien, l’autore della splendida saga del ‘Signore degli Anelli‘ , nel ‘Silmarillion‘ fa originare il mondo dal canto del Creatore…

Ma forse ho intrapreso un volo pindarico… mi succede, da quando studio Alchimia.

Forse, per un Alchimista, ‘chiudere il cerchio’, realizzare dunque ‘Ouroboros’, significa restituire un qualcosa al Creatore che generosamente, incessantemente, dispensa Spirito Universale a profusione, e che debba per questo  rimandare ‘di là’ un segno, un segnale (un segnale radio? Altrove si era detto così…), che dica “Ti riconosco, Creatore“, ed essere così noi (se chiamati dai Fati), e nel farlo ‘risuonare’ armonicamente con Lui.

Chemyst

Il Bianco e Dolce Cigno

Raffigurato nel Firmamento da una delle costellazioni più belle e visibili del cielo, il Cigno è un simbolo antichissimo, tra i più importanti e ricchi di significato in assoluto. Uccello elegante e maestoso, è simbolo di realizzazione completa in quanto in esso si ritrova sia l’essenza maschile (il lungo collo che rimanda ad un simbolo fallico) che quella femminile (il corpo bianco, candido e rotondo). Il Cigno è dunque l’Androgino, il perfetto Uovo del Mondo poichè in esso sono condensate le due nature, il frutto dello sforzo tendente all’equilibrio nella ricerca alchemica. Sono decine e decine le opere d’arte associate a questo simbolo, per tacere dei miti ad esso collegati, tra cui il celebre racconto classico di Giove trasformato in cigno per sedurre Leda. Nell’Antico Egitto il Cigno era personificazione della Dea del Cielo Nut, madre di Iside e Osiride nonché di Neftis e del malvagio Seth. Presente nell’architettura della Piana di Giza, attraverso le altezze delle tre piramidi, Nut partorisce metaforicamente il Disco Solare ogni mattina e costituisce parte dell’Ordine Cosmico.

In Alchimia il Cigno è legato all’Albedo e viene associato alla costanza: il processo di calcinazione rappresenta la seconda fase della Grande Opera.  In Gran Bretagna è inoltre un simbolo di regalità, presente com’è nello stemma dei re britannici. Il Cigno tuttavia è anche un simbolo di morte, rappresentato dal fatto che in Grecia il Cigno era sacro anche ad Apollo, Dio del Sole: di notte era un cigno a trainare il carro solare, invece del diurno cavallo, assumendo così una connessione con il mondo degli Inferi. Ma qui  a noi quel che interessa è il mito che racconta come, prima di morire, l’uccello normalmente fornito di un verso sgraziato si metta a cantare melodiosamente. Il Canto del Cigno così è divenuto sinonimo di ultimo atto glorioso, della fine onorevole della vita, poichè con il raggiungimento dello “stato perfetto” l’uomo è pronto per tornare “alle stelle”, al Divino, al Duat secondo gli egiziani, al Terzo Grado della Grande Opera. Alcuni autori, come Socrate, associano il canto funebre del Cigno a qualcosa di positivo, a un’evoluzione spirituale. Il Monaco di Erfurt, Basilio Valentino, lo raffigura un po’ discosto, in secondo piano, e nel suo commento Eugene Canseliet sottolinea proprio l’aspetto del Canto, identificandolo con un segnale preciso (Cygne, Signe… stessa pronuncia francese), un avviso sonoro (ed evidentemente ‘armonioso’) della mortificazione del Mercurio e  della sua evoluzione in qualcos’altro…

Conoscete però la mia fissazione, e leggendo il commento del Maestro Francese, mi è tornato alla memoria lo splendido madrigale di Jacob Arcadelt, un capolavoro di eleganza e serenità, dal testo quantomeno bizzarro, o perlomeno suggestivo…

Il bianco e dolce cigno
cantando more, ed io
piangendo giung’ al fin del viver mio.

Stran’ e diversa sorte,
ch’ei more sconsolato
ed io moro beato.

Morte che nel morire

m’empie di gioia tutto e di desire.

Se nel morir, altro dolor non sento,
di mille mort’ il di sarei contento.

L’operatore che assiste al canto del cigno, e che a sua volta muore al suo stato precedente, accedendo ad un ben più elevato stato d’Adeptato, e morendo pieno di “gioia e di desire” a questa vita quotidiana. Ma forse sono solo i sogni di un povero Innamorato alla luce della Luna…

Ecco cosa pone in musica Jacques Arcadelt, apprezzato fiammingo, sul testo di Giovanni Guidiccioni, il quale compì studi umanistici e filosofici a Bologna, Padova e Ferrara, entrando in contatto con Bembo, Trifone Gabriele e altri letterati. Si trasferì a Roma, al servizio del cardinale Alessandro Farnese, poi eletto papa con il nome di Paolo III (in tale occasione Guidiccioni verrà nominato governatore di Roma). Nel 1535 compì una missione diplomatica presso Carlo V, e nel 1538 gli fu affidata dal Papa la presidenza della Romagna, dove realizzò numerose riforme in campo amministrativo. Fu generale di campo nella guerra che Paolo III mosse contro i Colonna. Morì nel 1541. La sua produzione lirica, di impronta strettamente petrarchesca, fu pubblicata in svariate antologie. Un uomo interessante, dunque, non solo un lettrato ma un uomo d’arme, che incarna una figura in un certo senso cavalleresca…
compì studi umanistici e filosofici a Bologna, Padova e Ferrara, entrando in contatto con Bembo, Trifone Gabriele e altri letterati. Si trasferì a Roma, al servizio del cardinale Alessandro Farnese, poi eletto papa con il nome di Paolo III (in tale occasione Guidiccioni verrà nominato governatore di Roma). Nel 1535 compì una missione diplomatica presso Carlo V, e nel 1538 gli fu affidata dal Papa la presidenza della Romagna, dove realizzò numerose riforme in campo amministrativo. Fu generale di campo nella guerra che Paolo III mosse contro i Colonna. Morì nel 1541. La sua produzione lirica, di impronta strettamente petrarchesca, fu pubblicata in svariate antologie.

… simpatico quartetto, vero? Ma eccovi qualche altra notizia: Jacques Arcadelt (anche Jacob Arcadelt o Jakob Arcadelt) (Liegi, 14 ottobre 1504 o 1505Parigi, 4 ottobre 1568) è stato un musicista e compositore fiammingo. Non si conosce molto della sua giovinezza. Egli dovette avere però rapporti con Philippe Verdelot, se all’interno di una medesima pubblicazione compaiono i loro due nomi. Altre fonti riportano che fosse allievo di Jean Mouton, a sua volta appartenente al gruppo dei discepoli di Josquin Desprez. Nel 1532 è a Firenze, ma in conseguenza dell’uccisione di Alessandro de’ Medici, duca di Firenze nel 1537 ripara a Venezia. Nel 1539 è a Roma come membro della Cappella Giulia. Nello stesso anno pubblica quattro libri di madrigali. Ristampati molte volte essi daranno fama europea ad Arcadelt. Poco dopo (nel 1540) viene nominato “magister puerorum” (direttore del coro di fanciulli) e successivamente maestro del coro della Cappella Sistina. Nel 1544 entra al servizio di Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena a Lione, ma solo negli anni Sessanta entra in contatto con Parigi dove l’editore Pierre Attaingnant pubblica sue opere. Nel 1557 pubblica un volume di messe che dedica a Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena. Lo stile di Arcadelt fonde la tradizione franco-fiamminga con le caratteristiche della musica italiana nell’età dell’Umanesimo e Rinascimento ed è melodioso e rotondo, soprattutto nella musica profana (madrigale), cosa che consentì alla sua musica di diffondersi notevolmente in Italia e Francia. La musica di alcuni dei suoi madrigali divenne un modello per la generazione successiva di compositori. Arcadelt compose inoltre molte chanson, soprattutto durante i suoi anni di soggiorno in Francia che si pongono come esempi eccellenti della stagione più alta della chanson francese del Cinquecento. Si ricorda anche la sua musica sacra, in particolare le messe e i mottetti: le prime si collocano nella tradizione di Josquin Des Prez e Andrea Da Silva.

L’Alchimia e il Sacro

Devo assolutamente ringraziare alcuni compagni di Cerca per l’immenso dono che mi hanno fatto, riportando il Sacro vicino a me. Esattamente, attorno a me: già Paolo Lucarelli (ignaro del tutto di ciò) lo aveva fatto, nel 1988, scrivendo ‘L’Anima del Mondo’ su Abstracta. Un articolo illuminante, oggi facilmente reperibile in rete sul sito di Airesis. La vita, il ‘secolo’, poi, ha preso il sopravvento e solo da pochi anni, a causa di alcuni incontri fortunati (non credo fortuiti, a questo punto…) mi sono riavvicinato al Bosco ed ho iniziato, con maggior costanza e profitto, a seguire al suo interno i passi della Dama.

Devo dire grazie a Francesco, per le pazienti chat serali e per la sopportazione delle inevitabili incongruità sparate dal sottoscritto, devo dire grazie a Guido per avermi fatto guardare le foglie degli alberi…

Soprattutto, però, devo dire grazie al Captain Nemo che con profusa generosità ha sacrificato tempo, attenzione, risorse, chilometri per alimentare la stentata fiammella dell’Arte che pian piano ha ricominciato ad ardere in me.

Oggi cammino, poco oltre le pagine dei Libri dei maestri, ma cammino: piano, con passo incerto, nel dedalo dei sentieri del Bosco, pieno di sussurri, false piste, inganni ed enigmi. Cammino con passo leggero ed attento, però, consapevole di sfiorare il mistero della stessa Creazione, della Vita. E la Creazione e la Vita sono qui, tutto intorno, ed è scritto molto in chiaro nei libri di Fulcanelli, di Canseliet, di Sendivogio, di Cyliani, di Limojon… E’ scritto nei glifi dei simboli a noi cari, talmente ‘noti’ che ci passiamo davanti senza riflettere…

E’ scritto nelle Immagini del Libro Muto di Altus, pieno di Angeli: perchè, se non fosse un’Arte Sacra, dovrebbe essere così pieno di Angeli ogni libro d’Alchimia?

Ed ‘Anghelos’ (perdonate, non ho i caratteri Greci…) è letteralmente il Messaggero, come Euanghelos è Evangelos, il Vangelo, che ci hanno sempre tradotto ‘La Buona Novella’ mentre andrebbe tradotto ‘Il buon Messaggero‘. Sarà un caso che il Messaggero degli Dei si chiama Mercurio, ed ha le ali ai piedi e sul cappello, per volare? Per essere ‘volatile’? E dove, dove va? Va e viene, dagli Dei (da Dio, se volete) a noi, e viceversa. E perchè? Perchè Dio, o il Grande Architetto, Allah, Buddha, si ostina a mandarci messaggi? E questo avviene sempre ed incessantemente, e non è da poco anche soltanto interrogarsi sui perchè. Certo, i Libri dei Maestri sono prudentemente… ermetici, e dobbiamo chiederci quale sia la nostra Materia, come ricreare (…sì, ricreare… mi è venuto spontaneo) il Caos, quanto di questo e di quello dobbiamo fondere nel crogiolo, ed insieme a cosa… chissà perchè, però, nessuna Recipe da Speziale ci sarà utile…

Ma, a meno che non vogliamo dire a noi stessi di essere contenti di aver fatto un bel Regolo Marziale Stellato, non dobbiamo dimenticare quei messaggeri, quell’inesauribile, instancabile, incessante ma sfuggente tramite che il Creatore ci suggerisce, sperando che le nostre orecchie (ma soprattutto il nostro Cuore) si aprano, evitando il filtro delle nostre umanissime ragioni.

Ecco perchè, nel mio confuso peregrinare per sentieri (comunque bellissimi) di questaSelva Oscura e aspra e forte‘, sono contento: la stessa cerca, così incerta, a tratti spaventosa, mi infonde serenità. Ascolto, sì, con curiosità, i racconti di quei pochi che si incrociano dopo una svolta, ma cerco l’orma dei passi dei Compagni che conosco bene, tendo l’orecchio per riconoscere le loro voci, e seguo le tenui Luci che sento possano scaldarmi il Cuore e confortare il Cammino.

Noldor