Ecco la Primavera

Cari Compagni di Cerca,

un po’ in sordina, riecco la Primavera: oggi un cielo sereno lo afferma, dopo giorni ventosi ed umidi. Incurante dei nostri affanni quotidiani, la Natura torna a svelare la sua abbacinante bellezza, ad adoperare la sua sapienza nel risvegliare l’universo mondo e ad offrirci la sua immensa forza segreta, quella forza forte di ogni forza cara al Trismegisto.

Si manifesta apertamente, e poeti e musici, da sempre, ne colgono prontamente i benefici profluvi: ecco come la canta il cieco Francesco Landini, che ci ha ispirato anche il titolo di questo modesto omaggio:

 

Ecco la primavera,
Che’l cor fa rallegrare,
Temp’è d’annamorare
E star con lieta cera.

Noi vegiam l’aria e’l tempo
Che pur chiam’ allegria
In questo vago tempo
Ogni cosa vagheça.

L’erbe con gran frescheça
E fior’ coprono i prati,
E gli albori adornati
Sono in simil manera.

Ecco la primavera
Che’l cor fa rallegrare
Temp’è d’annamorare
E star con lieta cera.

Accade così che, se il Cielo resterà scevro da nubi, questa notte, con una benevola Luna quasi piena, pochi coraggiosi di cuore puro ed ardente torneranno ad accendere il Fuoco. Qualcuno di loro, trepidante d’emozione, lo farà per la prima volta, e soltanto simbolicamente: entrerà così in un Regno Incantato. A loro un augurio particolare, che la Forza di cui sopra sia sempre al loro fianco.

A tutti gli altri, il mio affetto sincero, a tutti, quelli che camminano davanti a me, quelli che si sono fermati e quelli che si sono persi. A tutti loro un pensiero ed un ringraziamento, perché soltanto grazie a loro, alla loro disponibilità generosa e gratuita a farmi salire per un tempo breve o lungo sulle loro spalle, la mia vista ha potuto spaziare verso orizzonti troppo lontani per i miei occhi miopi.

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La strada sui passi di Dama Alchimia è tortuosa e difficile, si percorre di notte e con la fioca luce della Luna e della Lampada, ed anche i grandi ed i sapienti, a volte, inciampano e cadono, magari ad un passo dalla meta, magari per troppo affetto, per la stanchezza degli anni, per un senso di rettitudine degenerato in rigidità di cuore, per un abbaglio, per l’errore di giudizio di un compagno… Alchimia non se ne cura, non può né deve, e non ha figli e figliastri. E lei sola alla fine saprà chi premiare e chi no. Nessun altro.

Dunque animo, c’è da preparare il forno, le materie sono pronte, l’attesa è finita.

Fuoco!

Noldor

E’ ancora Natale…

Cari Cercatori,

Natale è di nuovo qui. Altrove – senza dubbio – troverete mille riferimenti dotti e documentati sul suo significato, sulla Festa della Luce, sul Sole Bambino o sul Sol Invictus, su Santa Lucia e via così.

Tutte cose bellissime: tante di esse anche utili al Cercatore fedele a Dama Alchimia, sulle quali riflettere, in questi giorni in cui si avverte come un tirare il fiato della Natura, con serenità e un pizzico di distacco dall’incalzare della vita quotidiana.

Quello che però sento oggi come importante è un messaggio chiaro, celato nella Traditio natalizia: Cristo è sceso sulla Terra ‘per una nuova ed eterna alleanza‘, dice il rito cristiano. E lo ha fatto – in analogia a quanto auspica il Cercatore nelle sue congiunzioni – per rinsaldare, rinforzare o anche recuperare l’Unione fra l’Uomo e Dio, l’Armonia fra Cielo e Terra.

Un atto d’amore immenso, generoso e gratuito, cui non si può restare indifferenti, non si può coglierne quantomeno la potenza analogica ed esemplificativa di un monito che ogni anno si rinnova, volto al duplice effetto di ottenere ‘Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis‘.

Quella Pax sembra oggi quasi utopia, folli fraintendimenti integralistici inducono al sacrificio della propria vita (un prezioso dono di Dio) al solo scopo di distruggerne altre, altrettanto preziose. Crudeli speculazioni finanziarie riducono interi popoli in una sorta di schiavitù monetaria, spietati mercanti d’armi e di morte creano ad arte conflitti per crearsi un mercato. Nel nostro piccolo, in senso numerico, noi fortunati appartenenti al 10% di popolazione privilegiata consumiamo (e siamo incoraggiati a farlo, per ‘sostenere l’economia’!) la quasi totalità delle risorse del pianeta a scapito del 90%restante…

Certo – mi dirà qualcuno – tutto questo non ha a che vedere con l’Alchimia. Probabilmente no. Tuttavia, e lo sperimento con amarezza ogni giorno di più, anche in quella comunione di spiriti privilegiati che hanno intuito un barlume dell’Antica Scienza, l’acqua corrosiva della competizione, della primogenitura, della propria assoluta e vana certezza di essere depositari della Verità, divide e contribuisce al caos in cui ogni giorno di più questo mondo precipita.

Allora, Fratelli di Cerca, soprattutto coloro che conoscono le gioie e le sorprese del Laboratorio, qualsiasi Via si segua, in questi giorni in cui Natura respira, ed in cui l’Oro nascente torna sulla Terra, tutti, quelli più avanti che intravedono il Secondo Viaggio, così come coloro che aspettano che venga loro aperta la porta stretta per il Primo, e compresi quelli che si sono persi o soltanto fermati, apriamo i nostri cuori al messaggio di Armonia cui abbiamo in fondo dedicato ormai la nostra vita, accogliamolo come ci insegnano i Maestri del passato ed operiamo – anche in noi stessi, con una ‘profonda meditazione‘ – anzi, lasciamo operare quell’Agente – Ille Agens – affinché la nostra Cerca assolva nel giusto modo uno dei suoi scopi.

Un abbraccio sincero a tutti

 Chemyst

Le Fughe Musicali dell’Atalanta Fugiens

Cari Compagni di Cerca,

con un po’ di emozione vi annuncio che il 7 agosto si terrà in quel di Rovigo un’interessante (spero) conferenza: eccovi le note di presentazione sul sito di RMA – Rovigo Musica Antica:

Giovedì, 7 agosto h. 21

L’Atalanta Fugiens di Michael Maier, ovvero l’arte della musica

Pescheria Nuova, Corso del Popolo, Rovigo, RO, Italia

Conferenza

Luca Dragani e Captain Nemo, relatori

“L’Atalanta Fugiens di Michael Maier è un trattato di Alchimia operativa del XVII secolo. E’ da considerare un’opera ‘multimediale‘, secondo l’accezione odierna del termine, in quanto utilizza multiple modalità sensoriali (immagine, epigramma, discorso, musica) per suggerire al lettore quello che, secondo tradizione, non può essere esposto in chiaro.

Il contenuto musicale dell’Atalanta Fugiens, che da sempre divide coloro che se ne sono occupati a vario titolo, trova in questo una parziale spiegazione, laddove il risultato musicale appare erroneo o musicalmente povero. A conferma di ciò, accanto a composizioni poco interessanti ve ne sono altre anche molto belle.

L’impianto compositivo si basa su tre ‘personaggi‘ del mito: l’Atalanta (ninfa di grande bellezza e dotata di velocità nella corsa, che ‘fugge‘ ed espone un tema, declinato in canone a differenti intervalli dal suo pretendente, Ippomene, attorno ad un tema fisso, un ‘tenor’, chiamato ‘Pomum morans‘, dai tre pomi d’oro che Ippomene aveva ricevuto da Venere per distrarre Atalanta e ritardarla nella sua corsa, consentendo così al pretendente di averla in sposa. Sotto questi veli mitologici e musicali, tuttavia, l’Atalanta Fugiens resta un manuale operativo di laboratorio nel quale l’Autore fotografa momenti di operazioni secondo la cosiddetta ‘Via Secca‘.

La conferenza, nei limiti del tempo consentito, tende ad inquadrare il lavoro di Maier da un punto di vista sia musicale che alchemico, con l’aiuto, come nelle intenzioni originali, di immagini, discorsi e con la musica mediante l’esecuzione di sei fra le più significative fughe ad opera della classe di Canto del M° W. Testolin. “

Spero che chi si trovi in zona possa intervenire: oltre a reincontrare vecchi amici, l’occasione è ghiotta poiché Walter Testolin è un grande maestro, un notevole cantante e da tempo ci eravamo accorti di una sua particolare attenzione a temi dell’antica polifonia attinenti alla nostra Arte.

Con affetto,

Chemyst

Considerazioni sul parlar d’Alchimia

Cari Cercatori,

in questi stranissimo tempo mi capita di percepire tanti segni contrastanti.

Da un lato, sento vicini tanti amici che condividono il mio amore per l’Alchimia, di gran parte di essi posso dire di percepire inoltre una profonda sincerità di sentimento, di alcuni di essi posso dire che affiderei loro il mio cuore e la mia vita, e che li considero davvero come Fratelli.

Dall’altro, avverto anch’io come una volontà contraria, un costante ostacolo ai miei sforzi di progredire nello studio che non posso attribuire se non in piccola parte agli anni, o alle contingenze della vita quotidiana, o alle responsabilità del lavoro che mi sostenta.

Se è vero che sorgono qui e là nuove iniziative, nuove occasioni di confronto e di conoscenza, come le conferenze e gli incontri di Alchimia, tutti da parte di validissimi Cercatori, è vero anche che si avverte quasi un’ansia di condivisione, quasi un presentimento che questa difficile Arte possa a breve di nuovo sparire dalla Storia e lasciare spenta quella Fiammella ininterrotta che, riaccesa magistralmente da Fulcanelli, è giunta fino a noi neofiti attraverso Canseliet, Lucarelli, Gratianus ed i suoi ultimi fedeli epigoni.

Ancora di recente ho sentito da un lato un Maestro esporsi generosamente, de visu (ovvero ‘mettendoci la faccia‘), ed esporre delicatissimi e fondamentali punti di dottrina, frutto di un’esperienza di svariati decenni in Laboratorio, e sentirlo porre in dubbio, oppure, peggio ancora, vedere incomprese quelle verità che soltanto lui, con la sua autorevolezza, poteva decidere di divulgare, sulla scia del suo Maestro: parlo di Gratianus, che ho avuto il privilegio di conoscere ed ascoltare a Roma.

Perchè ne parlo solo oggi? Non lo so, oggi ne avverto la necessità, ne ho l’occasione e la forza. Ne sento – anche – il dovere, e mi hanno suggerito di ascoltare sempre questi ‘impulsi del cuore‘. Ho assistito (con molta tristezza e sgomento) alla riapertura di luoghi virtuali un tempo scrigno prezioso di conoscenza e condivisione, ed al contemporaneo riaccendersi di livori e rivalità che nulla possono aver a che vedere con un Amore sorridente e pacifico come quello per la Dama: ancor più triste  è vedere quel medesimo luogo di nuovo abbandonato una volta cessate le ‘ostilità’.

Qualche tempo fa lanciai un grido di dolore verso tutto ciò, qui, più o meno per le medesime ragioni: oggi sono in una condizione diversa, so anche di aver fatto qualcosa contro queste avversità e di aver conseguito qualche buon risultato; so anche di aver fatto qualche ulteriore piccolo passo in avanti, a dispetto delle difficoltà, e sono quindi più sereno rispetto allo scorso ottobre.

Tuttavia, sempre più mi trovo ad esercitare cautela ed a sentirmi in allerta vedendo che tanti, ancora, tentano di condurre azioni indegne verso  cercatori inesperti e verso la stessa conoscenza di quest’Arte sublime. Che bizzarria, e che peccato, quando tutta l’attenzione e di chi cammina su questo Sentiero, dovrebbe essere rivolta verso i tesori e le meraviglie che ogni giorno troviamo nei libri e che presto o tardi verificheremo in Laboratorio! ‘Dov’è Alchimia è Senno, Serietà, Benefizio e Giubilo’: così conclude Paolo Lucarelli la sua Introduzione al Mistero delle Cattedrali!

L’Arte si difende da sola, lo so, non ha bisogno di un piccolo alfiere come me: ma è giocoforza di ogni appassionato essere diviso fra la necessità, sempre più pressante, di riservatezza (che deriva dalla consapevolezza di COSA si stia man mano scoprendo) e la volontà affettuosa di condivisione di che è più indietro.

Capita allora – e un po’ sorrido, un po’ me ne rattristo – di passare da una condizione in cui amorevolmente esser stato rimbrottato per aver ‘detto troppo’a quella in cui avrei ‘detto troppo poco’.  Questo accade, curiosamente, con mezzi differenti da parte di persone differenti: ecco allora, di volta in volta,  che appartengo ad una ‘Scuola’  che non vuole condividere, oppure mi si chiede a che pro scrivere e partecipare se non si vuol rivelare cose che non hanno motivo di essere celate (ah no?), e chi più ne ha più ne metta. 

Oggi sorrido, con una sfumatura di tristezza, e penso di aver sempre cercato di dire qualcosa, consapevole di non essere ancora padrone di un corretto modo di esporre, e di cercarlo – con prudenza – ogni giorno: di più non riesco a fare, non voglio andare oltre quel che mi suggerisce il cuore, e d’altronde non posso offrire più di quanto io abbia ricavato dallo studio, senza averlo ancora verificato con la pratica. Comunque cerco, e quando posso lo faccio con l’aiuto delle mie conoscenze di musica, che spesso i Maestri del passato hanno usato come mezzo per dire  non dicendo, come prescrive la fedeltà a quest’Arte, detta spesso ‘di Musica‘, non a caso.

Ebbene, a coloro che hanno frainteso, o che fraintendono, le mie intenzioni, non posso che continuare ad offrire quanto posso dare a mio modo, confermando il mio intento benevolo e ricordando due cose: quello che dice Valois, ovvero ‘La Pazienza è la scala dei Filosofi, e l’umiltà la porta del loro giardino‘, e quello che mi diceva il mio maestro di Solfeggio: ‘Non sono difficili tanto le note, quanto le pause‘.

E sono importanti anche quelle, nell’Arte di Musica.

Chemyst

Arte di Musica, II Parte: appunti sparsi di viaggio

Cari Amici,

ecco, partendo per un congresso senza, per caso o per disegno, portato con me nè libri nè il PC, tutto mi appare un po’ strano, su questo autobus alle 4 del mattino, anche l’ingresso in autostrada che faccio fatica a riconoscere. Tuttavia, eccomi a scrivere nella incerta luce di cortesia, su un taccuino e con una penna fortuitamente (?) trovati nel borsello.

Sento di dover in qualche modo concludere l’articolo sulla Grand Coction, perchè forse il discorso dell’ottava è importante.  Dal mio punto di vista, ancora al di fuori del Laboratorio e lontanissimo quindi dalla Terza Opera, si tratta di mera speculazione. Tuttavia le scale di sette note, per quanto evocative di riferimenti esoterici ed alchemici plurimi (i sette metalli, i sette giorni dell’Hebdomada Hebdomadum, i sette pianeti ecc. ecc.) termina su una nota cosiddetta ‘sensibile‘ che anela, al nostro orecchio occidentale e moderno, a ‘risolvere‘ sulla nota seguente, ovvero sulla nota che sta un’ottava sopra a quella iniziale, detta ‘fondamentale‘ o ‘tonica‘.

Fatto il check-in, attendo… Al di là delle considerazioni musicali (che però penso siano importanti: terminare una scala, sia pure scandita ad intervalli di ore o giorni, sulla sensibile lascia un senso di attesa, di incompletezza… ), qualche velata, velatissima indicazione di un ottavo suono qua e là si trova.  I sette capotasti sulle sette corde della viola dell’immagine di Senlecques (vedi Parte I) sono uno di questi indizi: non tanto per le sette corde, che nella figura fanno ‘pendant‘ con le sette canne d’organo, i sette libri, i sette composti, ma i sette capotasti significano inquivocabilmente otto note, in quanto la corda risuona anche ‘a vuoto’; ciò significa che con la corda vuota e poi, via via, apponendo le dita su ogni capotasto si genera un suono più acuto. A questo punto, però, sorge un problema grosso: i capotasti nella viola da gamba innalzano la nota di un semitono, e non di un tono o di un grado di scala. Quella che si otterrebbe, quindi, è una scala cromatica.

Splendor Solis: in basso a destra c'è un organo positivo con tastiera cromatica

E’ curioso che Canseliet nel suo capitolo sulla Grande Cottura in Alchimia 2, nel ricordare il suo precedente, fallace tentativo del gennaio 1938, descrivendo l’accaduto parli di “gamma cromatica” riferendosi ai colori che vide alla rottura del suo Uovo filosofico; tuttavia, in quel discorso, egli sta parlando dei suoni (sibili) che si manifestavano durante la cottura ed ai quali corrispondeva un incremento di peso (massa). Per di più ‘gamma‘ e ‘scala‘ in molte lingue (fra cui il Francese) sono sinonimi in ambito musicale. Per restare a Canseliet, tempo fa ipotizzai una corrispondenza fra i pesi che riportava e le frequenze dei ‘sibili‘ che avvertiva con cadenza circadiana. Ebbene, essi sono molto poco distanti (come piccoli e scarsamente udibili scarti d’intonazione) da una tabella di scala cromatica.  Faccio notare che, nell’edizione italiana del libro è erroneamente riportato, al V stadio, il valore di 369 g mentre nell’edizione originale il valore è 396, ed è più ‘intonato‘ come potrete verificare (corrisponde grosso modo alla nota sol). Come nella sequenza di suoni che si otterrebbero poggiando in successione le dita su ogni tasto della viola di Senlecques, no? E Canseliet, lo ricordiamo, parla di gamma cromatica.

Tuttavia, se si sottrae al valore totale dei pesi la ‘tara’ di crogiolo e mica, ovvero si considera solo il peso incrementale della ‘remora‘, si ottengono ‘suoni’ più gravi, ma in sequenza diatonica, ovvero una successione di sette gradi che realizzanouna scala cosiddetta ‘misolidia’ (con il settimo grado abbassato di un semitono rispetto alla nostra scala maggiore). Nei grafici, la serie 1 è il valore del peso indicato da Canseliet e nella serie 2 il valore in frequenza delle note. Nel fatto che essa si fermi su una settima minore mi pareva di aver individuato il ‘segno’ che l’operazione fosse destinata a non concludersi positivamente.  In sostanza, Canseliet avrebbe dovuto attendersi una ‘sensibile’, ovvero una settima maggiore  per… proseguire? Se la mia intuizione è esatta, bisogna forse attendere un ulteriore ottavo suono per ottenere la Pietra. Questa ‘ottava‘ corrisponderebbe così al raddoppio del peso e così della frequenza, in quella  proporzione di 2:1 che  è costantemente ricorrente in Alchimia.

In questo senso, potrebbe acquistare ulteriore valore l’immagine musicale riportata nelle Veritez Hermetiquez dove con un gioco ‘voluto’ di errori si punta l’attenzione su un’appoggiatura di Si che risolve su un Do, nota al culmine di un arpeggio di OTTAVA: quasi a dire, è lì l’ulteriore gradino verso la realizzazione dello scopo, è lì l’Ultimo Dragone, con un passaggio che, fra l’altro, in musica si chiama (come già accennato) “risoluzione“.

Purtroppo quando l’Autore, Captain Nemo, mi chiese di commentare l’immagine, non ancora avevo pensato a questa possibile interpretazione, che peraltro nulla ci assicura che sia fondata, e mi sono limitato a sottolineare l’apparente errore fatto nelle ‘Ingenuitez‘ ripsetto alle ‘Veritez‘.

In quell’arpeggio, poi, si torna indietro, verso la nota iniziale, in una sorta di Ouroboros ‘aperto’ lungo il rigo musicale (ahimè, soggetto quindi alla legge del Tempo… è curioso pensare che le prime notazioni musicali non erano ‘mensurali’, ovvero non riportavano indicazioni di durata): vorrà dire qualcosa? Anche nel ‘raffreddarsi’ la Pietra emette suoni?  Via via discendenti?

* * * * * * *

Come accennavo nella prima parte, questa digressione più che dare risposte pone domande:

  1. Bisogna attendere un ottavo suono?
  2. Bisogna avere una scala diatonica o una scala cromatica?

Non finisce qui: queste osservazioni si basano sul nostro sistema musicale, ma come si regolavano i Cinesi con la loro scala Pentatonica, o Geber con quella Araba? E poi:l’Anonimo delle R. H. ha voluto darci delle indicazioni precise con l’arpeggio di Do maggiore? In caso affermativo,se Canseliet parte da un Mib, è arrivato con un eccesso di peso all’inizio della Cottura (eccesso che non poteva essere che costituito da impurità) e quindi all’apice della sua scala l’apporto delle acque superiori è stato insufficiente? Oppure era semplicemente eccessiva la ‘tara’ di crogiolo e mica?  Considerate che , in ogni caso, sarebbe arrivato comunque ben un semitono più in alto, prima di arrestarsi…

Quindi, alla fine: sette o otto suoni? Cromatica o diatonica? O esistono tutte queste possibilità insieme che conducono a risultati ognuno differente?

Anelo a verificarlo…

Chemyst

Interludio

Cari Amici,

Nell’attesa di tener fede all’impegno di proseguire le riflessioni sulla Musica della Grande Cottura, ecco un interludio musicale, molto probabilmente non distante comunque dall’argomento, essendo legato alla conclusione del Camino di Santiago, secondo quanto generosamente segnala Gratianus nel suo bel libro “Verso l’Arca d’Argento”.

Re Davide con viola d’arco medievale, Santo Domingo de la Calzada, Catedràl

Nelle ultime pagine egli pone a confronto due statue del Re Davide, la prima posta all’inizio del Camino, a Santo Domingo de la Calzada e la seconda sul Portal de las Platerìas della Catedral di Santiago.

A leggere la didascalia delle riproduzioni fotografiche, per la verità non troppo belle (e sono sicuro che questa è una delle tante colpe della Mimesis), sale un moto di commozione e di felicità: “Il primo viaggio è giunto al termine”, per noi Innamorati dell’Arte non significa certo che Gratianus voglia fare di nuovo il turista sulla via dei Pellegrini, bensì è l’annuncio (discreto, quasi nascosto com’è sul retro di una foto) di un traguardo leggendario, e la conferma della possibilità, seppur remota e non destinata certo a tutti noi, di poter attraversare le barriere della nostra prigione.

Il libro è una straordinaria raccolta di simboli, alcuni dei quali spiegati da Gratianus o dalla sua controfigura Angelo con chiavi di lettura inattese e sorprendenti, ma nella mia ricerca di immagini migliori sul Web (non era poi così difficile…)  mi sono reso conto che non ci ha raccontato tutto, o non ha potuto farlo, per ragioni di spazio o di opportunità: ecco perché, non sembri irriverente, vorrei aggiungere qualche commento iconografico sulle due immagini del Re David musicista segnalateci dal neo Maestro, e chiedo in anticipo perdono se alcune considerazioni che ne deriveranno saranno difformi da quelle dell’Autore, anche se non ne intaccheranno in alcun modo l’insegnamento ermetico: la differenza sarà infatti basata su considerazioni eminentemente musicali ed organografiche, e comunque a maggior gloria dei tanti, anonimi e forse inconsapevoli artisti che hanno tramandato fino a noi i segreti dell’Arte Regia: Non nobis, Domine.

Ma veniamo all’iconografia musicale di queste belle immagini: Gratianus descrive in un certo senso due volte la prima, quella di Santo Domingo de la Calzada: la prima a pagina 117, la seconda a fine libro, quando la confronta con quella del Portal di Santiago. Voglio riportarvi il passo integrale: “Il Re Davide con la corona in capo, scolpito in rilievo su una colonna, sollecita la mia curiosità. La nobile figura ha il capo leggermente inclinato da un lato, il viso barbuto e lo sguardo assorto. Serra nella destra uno strumento a corde che suona con un archetto, tenuto ben saldo nella mano sinistra. E’ sedutRe Davide musicista, Santiago de Compostelao a gambe incrociate su uno scanno in modo da formare una X (Tav.33). 

L’ultimo particolare, così evidente, richiama il segno della croce di sant’Andrea, simbolo dello Spirito universale; questo re che conosce l’arte della musica e tiene le gambe incrociate a X appare come il simbolo della conoscenza ermetica, arte ineffabile e dolce proprio come il suono di uno strumento a corde, e soprattutto sacra e divina perchè favorita e protetta dall’Anima del mondo”. 

Non conosco personalmente Gratianus, anche se mi piacerebbe poterlo incontrare, ma da quel che so è persona attenta e prudente: sono quindi ragionevolmente certo che usi uno stratagemma peraltro non nuovo nella tradizione ermetica che è quello di inserire dei piccoli errori allo scopo di segnalare un punto importante della dottrina. Il precedente più illustre, a me molto familiare, è Michael Maier, che ha disseminato i canoni della sua Atalanta Fugiens di errori musicali, certo emendabili, ma che anche una volta emendati lasciano nel dubbio chi li corregge e lo fanno tornare più e più volte su quel punto, su quella frase, su quella parola.

Qui l’errore più evidente è che Re David suona la sua viola d’arco tenendola con la sinistra ed impugnando l’archetto con la destra, e non come è scritto. Ciò è ben verificabile sia nella fotografia pubblicata nel libro sia in quella trovata sul web (a scanso di un errore mero di riproduzione). Oltre a ciò, è così che si suona la viola da gamba (e la viola d’arco, o la vielle d’arc se preferite, o vihuela de arco)… a meno di essere mancini e di farsela costruire alla rovescia. Forse è proprio qui il punto, forse ci si vuole qui segnalare una specularità, o un’inversione, necessari eventualmente nell’operatività del Laboratorio. Chissà? E’ questo un particolare che potrebbe sfuggire a molti, ma non ad un musicista.

Al di là di questo aspetto, per addentrarci nell’iconografia, notiamo come la viola (oggi molti danno agli strumenti a corde del medioevo come questo il nome di viella, che è una brutta italianizzazione del francese vielle) sia dotata di cinque corde: esse non sono forse perfettamente distinguibili a causa di un certo grado di corruzione del bassorilievo, ma la certezza del numero ce la dà la sommità del manico, da cui spunta il fondo di cinque piroli dai quali le corde sono tese. La posizione dell’arco, inoltre, indica per l’inclinazione che David sta suonando la corda più grave. A conferma di ciò, la mano sinistra tasta la medesima corda a circa un quarto del diapason, tramite il terzo dito: ciò significa che è sì la corda più grave, ma non la nota più grave. Il capo inclinato potrebbe indicare un  musico assorto, concentrato, attento a suonare la nota giusta, o un passaggio particolarmente delicato o difficile: il re David, insomma, è stato fotografato mentre si applica  “magno cum ingegno ” al suo compito.

Abbandono solo un momento l’iconografia per sorridere alla frase “…la corona in capo, scolpito in rilievo su una colonna…”  che richiama alla mente un altro segno che troviamo scolpito in rilievo sopra la colonna, ovvero sotto il capitello.

Vorrei comunque far notare che l’iconografia più comune del Re David musicista è con l’Arpa, e non con la viola: quest’ultima è appannaggio di uno dei quattro Musici che solitamente lo circondano nelle varie raffigurazioni. davidIl violista risponde al nome di Asaph, mentre gli altri tre si chiamano Heman, Ethan e Jeduthun. Tale iconografia si diffonde dopo l’anno 1000, e secondo alcuni il Re David circondato dai quattro musici è una rappresentazione di Gesù Cristo circondato dai Quattro Evangelisti. A noi, i quattro evangelisti fanno pensare ai quattro elementi, e (sperando di non apparire blasfemo a qualcuno) se al posto del Cristo mettiamo la Natura a noi tanto cara, ecco la Lamina XXI dei Tarocchi, detta Il Mondo o La Fortuna Maggiore.

*   *   *   *   * 

Voleva essere un post veloce, stendendolo mi accorgo della sua già notevole lunghezza che per qualcuno si trasforma in prolissità: per questo vi invito all’ascolto del suono della viola d’arco (anche se in un brano più tardo rispetto alla statua), dolce come ce lo descrive lo stesso Gratianus:

Abbiate la pazienza di ascoltare fino in fondo, quando una viola d’arco delle dimensioni simili a quella del Re David accompagna la voce. La canzone è ‘Mas vale trocar‘, di Juan del Encina, uno dei più dolci ‘villancico‘ spagnoli di sempre.

Abbandoniamo ora il primo David per dedicarci al secondo: qui il re biblico suona una ribeca, ovvero uno strumento di famiglia differente da quella della viola, ancor oggi visibile nel suo prototipo popolare suonato sulla sua unica corda in Egitto e in altri paesi Arabi, il cui nome, rebab, è evidentemente radice dell’attuale. La ribeca raffigurata è comunque definitamente occidentale nella fattura: lo dimostra innanzitutto il fatto che monta tre corde e che il manico sia chiaramente demarcato dalla cassa a fondo convesso e piriforme.

Secondo Gratianus qui David non suona, ma “... ha lo sguardo rivolto alla scalinata come a seguire il pellegrino che torna a casa, terminato il lungo viaggio…” .  Dissento: l’arco poggia sulla corda, stavolta (essendo lo strumento da braccio e quindi invertito rispetto al precedente) sulla corda più acuta, sulla quale poggiano anche le quattro dita (tranne il pollice) della mano sinistra, ad innalzarne ancora di più la frequenza. Una nota più acuta sulla corda più acuta, al contrario di prima: si dice correntemente una nota di maggior altezza. Anche nella Grand Coction c’è una progressione verso l’alto delle frequenze emesse dall’uovo,  e, forse, dalla nascita della quintessenza (le cinque corde della viola) all’isolamento dei tre principi (le tre corde della ribeca) c’è anche progressione. In questo forse (mi sono avventurato là dove ho meno certezze) il secondo David è più ‘avanti’ del primo.

Non è vero, infine, che non suona: piuttosto, ormai, non ha più bisogno di guardare con attenzione lo strumento, è più abile (o ha un compito più facile) e può rivolgere la sua attenzione altrove magari proprio verso quel Pellegrino Celeste che, compiuto il lungo viaggio da Lassù fino a noi, se ne torna indietro, testimone l’operatore, verso la Gerusalemme celeste, come dice chi, non a caso, si chiama Angelo.

Un saluto affettuoso a tutti i Cercatori, ed un profondo grazie a Gratianus.

Chemyst

Arte della Musica, Grande Armonia e Gioco di Bambini…

Cari Compagni di Cerca,

ho promesso ad alcuni di voi di mettere giù alcune considerazioni ‘musicali’ partendo dalla scala della Grand Coction di Canseliet: ebbene, il lavoro si sta rivelando ampio e variegato, per cui avrei pensato di dividerlo in più parti (almeno due).

Il tutto prende le mosse da questa affermazione di Eugene Canseliet nei ‘Due Luoghi Alchemici’, a pag. 244:

Allo stesso modo, Arte della Musica, Grande Armonia, Gioco di Bambini sono tre perifrasi che esprimono più specialmente nella Grande Opera l’ultima cottura, quella dell’uovo interamente estratto dal caput in apparenza sudicio: il guscio, l’embrione e i nutrimenti, bianco e giallo

Non è questa, tuttavia, la prima frase che fa riferimento alla musica nel bel libro di Canseliet (e che già suscita domande, ad esempio: Grande Armonia: ce n’è anche una piccola?): nel capitolo precedente dedicato a “La Fanciulla e la Tartaruga  dalla lunga coda”, infatti, egli commenta brevemente (ma raccomanda agli ‘etudiants’ di analizzarla profondamente) l’incisione che fa da copertina al “Traité de l’Eau de Vieou Anatomie théorique du Vin, divisé en trois livres. Composez autrefois par feu Me. I. Brouart Médecin” stampato a Parigi da Jacques de Senlecques, en l’Hostel de Baviéres, vicino alla porta di S. Michel nel 1646. tale incisione non viene riprodotta ne ‘I due luoghi alchemici’, bensì nei ‘Trois ancient Traités d’Alchimie’.

Di questa bellissima immagine parleremo ancora: vi prego preliminarmente di notare che anche qui vi sono un organo ed una viola. Il primo ha sette canne (numerate…) , mentre la viola ha  4 (o forse 5) corde.  Vi prego di dare un’occhiata anche alla sequenza delle note riportata sopra una delle due partiture.

Dello stesso Senlecque, invece, poco più avanti riproduce un’altra incisione (Tav. XXVIII, pag. 239, riportata sopra) molto interessante.  Essa è divisa in due parti uguali. In quella a sinistra c’è in primo piano Basilio Valentino in abito monacale, definito ‘Filosofo Occidentale’ mentre nell’altra metà, meno in evidenza, c’è Ermete Trismegisto, nei panni del ‘Filosofo Orientale’.  La tartaruga (con il simbolo di Saturno sul dorso) è visibile già nel riquadro in alto a sinistra, sopra e dietro la testa di Basilio, nel quale essa si muove su un terreno collinoso ed arido tranne che per un tralcio di vite con due grappoli d’uva (la vite, in effetti, predilige terreni secchi) sul quale un Leone è nell’atto di divorare un drago alato (?).

Il cielo sovrastante mostra ai due estremi in alto una Luna a sinistra ed un Sole a destra, entrambi dotati di volto, e fra di essi il doppio simbolo della Grande Opera, la stella a sei punte formata dall’intersezione dei due triangoli d’Acqua e di Fuoco, con incastonato al centro il simbolo aureo con il suo nodo. A fianco di questo disegno, a sinistra il simbolo di Venere ed a destra quello di Marte, coerenti nella loro posizione con gli astri maggiori che li sovrastano.

Accanto a questo, vi è un altro riquadro, suddiviso in due sezioni orizzontali, la superiore delle quali contiene una fila di sette Libri di Autori ermetici, di altezza crescente da sinistra a destra, sul cui dorso si legge il rispettivo nome: nell’ordine, Cosmpopolita, Flamel, Basilio Valentino, Artefio, Raimondo Lullo, Geber, Hermes. A titolo dell’immagine in alto vi è la scritta ‘Theoria’.

Il riquadro inferiore, con la scritta  ‘Practica’, contiene sette bottiglie, anch’esse di grandezza crescente, ognuna corredata da un’etichetta obliqua con una scritta che ne indica il contenuto e su ognuna delle quali è riprodotto un simbolo alchemico. Purtroppo delle scritte riesco a leggere soltanto le ultime tre a destra, ovvero ‘Agens’, ‘Acetum’ e ‘Aqua vitae’.

Nel riquadro principale, Basilioimbibe’ la stessa tartaruga saturnina con il succo di un grappolo d’uva che spreme in una mano; la tartaruga è poggiata su quello che sembra un piccolo fornello. Altri oggetti sono sul suo tavolo, fra i quali una brocca che tiene con l’altra mano, altri due grappoli d’uva in un piatto. Dietro di lui, su una mensola, dei crogioli di varia dimensione, ed un oggetto che sembra una sorta di gabbia.

Ora mi direte: e la Musica? E’ tutta nell’altra metà del disegno, quella dove il Trismegisto, con una sfera armillare nella destra, con la sinistra regge il collegamento fra due alambicchi poggiati sul piano superiore di un forno, dentro il cui fuoco vivo, visibile in basso, sta per essere posta con una graticola la stessa tartaruga mercuriale. Detto forno ha un tubo di sfogo da cui esce del fumo, ed accanto a detto tubo c’è un ‘pellicano’, colpito dai raggi di un Sole dal volto solenne, concentrati da uno specchio ustorio.

Dietro e in alto rispetto ad Ermete, un riquadro contiene sette canne d’organo, di dimensione crescente, da sinistra a destra, su ognuna delle quali c’è il simbolo di un pianeta o di un metallo, se preferite: da sinistra Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno. Al di sopra delle canne, la scritta:

Psallite Domino in Chordis et Organo

Questo versetto parafrasa quello di un Salmo caro ai musicisti, un po’ meno ai prelati (che oggi ciecamente cercano di espellere la polifonia ed ogni genere di musica colta dalla liturgia), il Salmo CL, che inizia con le parole ‘Laudate Dominum in sanctis eius’ ed in breve esorta alla celebrazione divina con ogni mezzo musicale: a tal proposito devo correggere la traduzione di Canseliet (Cantate per il Signore sui Liuti e sull’Organo), poiché con ‘Organum’ si intende ogni ‘sorte di stromenti’ e non l’organo. In ogni caso, è con l’accezione di Organo che verosimilmente è inserita la citazione nel disegno, così come per le ‘Chordis’ si fa riferimento ad uno strumento a corde, non un liuto ma un lontano cugino, la viola.

Il Salmo intero recita così:

Laudate Dominum in sanctis eius.

Laudate eum in firmamento virtutis eius.

Laudate eum in virtutibus eius.

Laudate eum secundum multitudinemmagnitudinis eius.

Laudate eum in sono tubae.

Laudate eum in psalterio et cithara.

Laudate eum in tympano et choro.

Laudate eum in chordis et organo. 

Laudate eum in cymbalis bene sonantibus.

Laudate eum in cymbalis iubilationis.

Omnis spiritus laudet Dominum!

A chi volesse approfondire, questo Salmo, oltre ai preziosissimi riferimenti musicali, contiene un messaggio ermetico che il Maestro di Savignies definirebbe volentieri ‘trasparente’: pensiamo solo al simbolismo del Firmamento, ed all’insisteza del salmista nel sottolinearne la Virtus

Quanto agli strumenti, essi sono la tromba (tuba), il salterio e l’arpa (cithara), il timpano ed il coro, le corde e gli strumenti (forse a fiato, qualcuno traduce con ‘flauti’), i cembali (piccoli sonagli metallici piatti) ‘che suonano bene’ e ‘nella loro gioia’.

Alla destra del Filosofo, è disegnata una grande viola da gamba a sette corde, persino numerate fra il ponticello e la cordiera, ed il cui manico è suddiviso da sette capotasti, anch’essi numerati. L’archetto, nella sua tipica forma seicentesca, si incrocia con le corde ad ‘X’, come sottolinea lo stesso Canseliet. Sotto alla viola, la scritta:

HARMONIA

sancta, spirituum

malignorum fuga,

seu (simbolo di Saturno) intemperiei

Medicina est

Il Maestro di Savignies ci ricorda che la successione dei ‘pianeti’ disposti sulle canne dell’organo è quella del sistema Geocentrico Tolemaico, ovvero a distanza crescente, apparente, dei rispettivi ‘cieli’ dalla Terra. Quel che posso aggiungere io è che una disposizione di canne del genere porterebbe a generare una scala discendente, o forse dovrei dire che quella è l’immagine speculare della disposizione reale delle canne di un organo. Riparleremo delle canne d’organo ancora, nel prossimo post.

Avevo cercato  corrispondenze ‘speculari’ anche per i libri, o meglio per una possibile antichità crescente/decrescente dei Filosofi nominati: essa tuttavia non c’è, in quanto, sebbene il più antico sia effettivamente ad un estremo della ‘scala’, ovvero Ermete Trismegisto, seguito da Jabir (Geber), mentre Lullo è più recente di Artefio e Basilio Valentino probabilmente lo è più di Flamel.

Anche per la viola si può dire qualcosa: innanzitutto nell’anno di stampa dell’incisione e del libro che la contiene, ovvero il 1646, non c’erano viole a sette corde, ma fino a sei: la viola a sette corde è un modello tardo, francese, del XVIII secolo, ultimo tentativo di ‘grandeur’ di questo nobilissimo strumento prima di soccombere al più dinamico ed irruento violoncello che la sostituirà. I sette capotasti, invece, erano direi quasi normali. Non a caso, peraltro, credo che tale numero sia stato così chiaramente ed insistentemente indicato. Tuttavia, da violista, osservo: se con sette canne d’organo si generano sette note, con sette capotasti su una corda se ne generano otto… e con sette corde + sette capotasti se ne ottengono 56, per quanto molte delle stesse si sovrappongono (ogni corda è a distanza di una quarta dalla precedente, tranne che fra la quarta e la quinta, dove l’intervallo è di una terza maggiore). L’accordatura di una viola francese a sette corde è: La – Re – Sol – do – mi – la – re … a voi il computo delle note totali.

Anche la sequenza dei pianeti sulle canne d’organo speravo avesse una relazione con la successione dei regimi di Filalete, ma quest’ultima è del tutto differente.

Mi fermo qui, per questa puntata, peraltro già abbastanza densa: aspetto qualche Fratello Maggiore caritatevole per la spiegazione dei simboli sulle bottiglie, e tutti voi per eventuali benevoli contributi alla discussione.

Un caro saluto, e alla prossima puntata…

Chemyst