La Rugiada di Jean Richafort

Con il nome di “Richardfort” il fiammingo Jean Richafort, quasi a legittimare la sua appartenenza a quel gruppo di compositori che sempre di più ci paiono vicini ad un certo sentire alchemico, almeno a giudicare dalle scelte testuali adottate e dalle corrispondenze (spesso legate ad affinità di scuola e di stile) con altri autori simili, compare nel primo dei due elenchi di compositori “sognati” da Priapo nel fantastico Pantagruel (libro V) dell’adepto Francois Rabelais.

Allievo del grande Josquin Desprez, del quale ha assorbito lo stile e per cui ha composto un dolcissimo quanto sereno Requiem,

Richafort ha destato la nostra attenzione questa volta non per un testo sacro, come il suo maestro ed altri della sua e delle successive generazioni fiamminghe di compositori hanno fatto, bensì perché ci siamo imbattuti, nel database IMSLP/Petrucci, nel titolo di una sua Chanson a tre voci miste: “La Rousee du mois de May“. Conoscevamo questo titolo ed il relativo, apparentemente banale, testo, da un’anonima chanson rustique del XV secolo che abbiamo in passato anche registrato su CD.

La composizione di Richafort, con ben altra maestria compositiva, riprende tuttavia proprio questa chanson che gli era evidentemente nota (tema e modo coincidono con esattezza) e ne viene fuori una delizioso setting del quale, purtroppo, non ci sono note registrazioni. Ho cercato di rimediare costruendo un file MIDI che, se non rende quanto un’esecuzione dal vero e priva com’è anche delle parole, è comunque in grado di evidenziare la maestria compositiva di Richafort. Musicalmente rispetta sia il tema che l’impianto strofico originari, con uno schema ‘A – B – A’. Utilizza sia l’imitazione sia la parafrasi all’interno di tre voci pari (il tema originale, senza variazioni ritmiche, lo ripropone soltanto dalla battuta 12, affidandolo alla seconda voce). Analogamente all’originale quattrocentesco, egli sceglie di comporre per tre voci, ma a differenza di esso nelle chiavi di Alto, Tenore e Basso: ne risulta una sonorità più grave, e l’impressione che a parlare qui sia un individuo di sesso maschile. Per chi volesse, ecco un link al MIDI:

https://www.dropbox.com/s/6h49mvbwn5q4swe/rousee.mid?dl=0

Il testo è il seguente:

La rousée du mois de may

M’a gasté ma verte cotte. 

Par un matin m’y levay

En un jardin m’en entray;

Dites vous que je suis sotte?

La rousée du mois de may

M’a gasté ma verte cotte. 

Il testo differisce da quello della Chanson originaria soltanto poiché in essa la (il) protagonista entra nel proprio giardino (‘mon jardin‘). Tuttavia, di un giardino si tratta: se può apparire una banale ambientazione (in un giardino di mattina a maggio si può ben trovare della rugiada posata sui fiori e sull’erba), abbiamo in questo breve testo una concentrazione di elementi che sicuramente può far pensare all’Alchimia.

Sappiamo bene infatti che la rugiada di maggio (ros maialis) è espressione ricorrente in vari testi a noi cari, e per di più anche una certa iconografia sembra indicarci questo come un periodo proficuo:

image

Anche il giardino è metafora o allegoria ricorrente, al punto da dare titolo ad alcuni trattati (Rosario dei Filosofi, ad esempio, anche qui il richiamo alla Rugiada attraverso la facile cabala ‘rose – rosee‘ collega strettamente i due concetti), e spesso questo giardino è un luogo appartato, chiuso da chiavi segrete che bisogna possedere e porte da aprire, alcune enunciate in chiaro (‘… e l’umiltà la porta del loro giardino… Valois, XV secolo), ed anch’esse oggetto di specifica iconografia (es. Michael Maier, Atalanta Fugiens, Emblema XXVII):

Il Giardino dei Filosofi, insomma, rappresenta un luogo segreto, separato, discreto, il cui accesso è in fondo lo scopo stesso del Cercare alchemico: forse una differente manifestazione, forse una di quelle dimensioni straordinarie dalle quali toglie per un attimo il velo Paolo Lucarelli nelle sue Lettere Musulmane… Ogni tanto ci penso, con un brivido sottile.

C’è un ulteriore elemento, tuttavia, che mi incuriosisce da sempre: la presenza di una ‘verte cotte‘, una veste verde, o anche una ‘corazza verde’. Questa locuzione è presente in un’altra Chanson, anch’essa apparentemente innocente, perfettamente aderente allo stile leggero ed al tema erotico che caratterizzano il genere della Chanson Parisienne del Cinquecento. Senonché, intanto scopriamo che l’autore è Clement Janequin, anch’egli presente nel citrato passo di Rabelais, suo contemporaneo e amico, poi notiamo che essa (inusualmente per una chanson di questo tipo) è scritta in tempo ternario, ed infine vi ritroviamo questa famosa ‘verte cotte’ che in questa occasione non viene ‘gastè’ (da chi? da cosa?) ma sfilata via  dall’amante della gioiosa protagonista che ha compiuto tre salti lungo la strada…

Resta quindi la domanda: perché, o in che modo, la rugiada del mese di maggio guasta una veste verde? Mi viene da pensare che la fanciulla (o il giovane) che vada nel giardino all’alba lo faccia per incontrare l’amato, o l’amata, e che nel congiungersi vada in qualche modo alterata questa veste verde con cui essa (o egli?) si introduce nel giardino, semplicemente (figurativamente) per il fatto di giacere in terra.

 

Il tema della rugiada è caro agli alchimisti di ogni tempo, per una ragione evidente e per altre più nascoste: molto si è detto, soprattutto grazie alle immagini del Mutus Liber, sul come raccogliere un importante sale necessario a varie operazioni filosofiche e che ancora oggi può essere così raccolto (sia pure con gran fatica) e questa è la ragione più evidente.

Le altre, sulle quali lascio il cercatore il compito e la gioia di indagare, sono legate al perché quel sale debba essere in qualche modo preparato e raccolto per essere adatto agli scopi cui la natura l’ha destinato. Anche questo, a ben guardare, lo trovate nel Mutus Liber, ed è mostrato in tutta evidenza.

Non vorrei dilungarmi oltre sulla Rugiada, altri Cercatori più documentati e più esperti lo hanno già fatto con maestria, ad esempio qui:

https://nemocap.wordpress.com/2008/12/27/la-rugiada-del-mutus-liber/

Io, al mio solito, ho solo voluto indicare che, forse, in tempi meno bui, qualche Musico allegro ha sentito l’impulso, forse sussurrato da una Dama tanto bella quanto invisibile ai più, a tramandare, forse inconsapevolmente (o forse di proposito), fino a quest’epoca triste, qualche perla di saggezza, rivestendola di meravigliose note musicali.

Dite voi ch’io sono matto? Lo dice anche la chanson:

Dites vous que je suis sotte?

Un saluto ed un sorriso a tutti i Cercatori

Chemyst

 

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Il Testamento di Jean Laplace… in una stufa

Cari Cercatori,

giorni fa, scorrendo pigramente le esternazioni del popolo di Facebook, mi soffermai su una delle sempre preziose segnalazioni di Yves Artero: più di una volta questo cortese scrittore francese ha ispirato alcuni acquisti del sottoscritto, fra cui il numero della rivista Atlantis sull’araldica o la versione francese (dovrei dire l’originale) dei Due Luoghi Alchemici di Eugene Canseliet.

Questa volta il nostro buon amico francese richiama la mia attenzione su un’offerta su eBay di un libro di Jean Laplace dal titolo “Le Four Alchimique de Winterthur”, pubblicato per la prima volta nel 1992 dalle edizioni Liber mirabilis di Londra.

Non ho alcun libro di Laplace – pensai – e Lucarelli e lo stesso Gratianus lo stimavano molto“. Così, senza ulteriorilaplace06 esitazioni, lo ordinai. Oggi è arrivato.

Per la verità, on-line ho trovato il suo commento al Mutus Liber con le immagini colorate: le sue note in quel caso erano stringate, seppur foriere comunque – secondo tradizione – di notizie, ammiccamenti, piccole tracce per i cercatori.

Naturalmente, non ho letto ancora il libro, ma solo sfogliato. Contiene 21 illustrazioni tratte da una stufa conservata nel museo di Winterthur, che Fulcanelli data al 1702 (Il Mistero delle Cattedrali, II Ed. 2005, Mediterranee, p. 276), citando una delle illustrazioni oggetto del libro, precisamente quella contrassegnata dal numero VIII a pagina 39, la quale cara sareblaplace05be apparsa a Midnight Wanderer per il suo post pregevole su Il Berretto Frigio (qui), dato il suo soggetto.

In questa edizione, a differenza della prima, uscita con le caratteristiche di un libro di pregio, a tiratura limitata e di costo elevato, (come quello che Laplace stringe a sé nella foto), le illustrazioni sono in bianco e nero anziché a colori, e tuttavia ben leggibili; tuttavia sono certo che alcuni valenti cacciatori del web sapranno reperire le immagini originali  😉 . Ho già trovato la V io stesso…

Tuttavia, il motivo del mio post è legato alla vivida sensazione che ha suscitato in me il titolo, più che il contenuto, della formula di commiato dell’autore:

AUX ETUDIANTES ET EN ADIEU

Ebbene, quelle ultime tre parole del titolo mi hanno dato un brivido, o forse, se mi è consentito, le ho riconosciute come un segnale, visto anche che il testo che segue e che conclude il libro, non vi facciano alcun cenno. Un segnale, dicevo, che sembra indicare come Laplace abbia effettivamente (e quanto precocemente!) riconosciuto il termine della sua permanenza in questa manifestazione, avendo, per dirla con le sue parole “la capacità di distinguere i quattro Mercuri” e quindi, come per Lucarelli poco dopo, anche il Mercurio Comune e la Via Segreta che varca i confini di questo mondo.

Ritroverai la collina dei giochi: là tu deponi il tuo cuore

(A. Branduardi, Alla Fiera dell’Est).

Con emozione,

Chemyst

Un luogo alchemico?

Cari Compagni di Cerca,

la scorsa estate ho raccolto l’invito di un amico organista e mi sono recato a Gamberale, nella Chiesa di S. Lorenzo costruita nel 1709, dov’è conservato un pregevole organo dei F.lli D’Onofrio, datato circa 1850.

Non ricordo ora il nome dell’organista, un tedesco molto alto ed altrettanto bravo, quello che ricordo è invece che, alzando gli occhi verso l’organo ho visto una statua ignea della Madonna di fattura pregevole  ed un dipinto in una lunetta di mano forse più ingenua e naiive, ma entrambi, diremmo così, interessanti.

La statua lignea della Madonna presenta le caratteristiche iconografiche classiche della Vergine Maria: il colore celeste del manto che copre la bianca veste, la corona di dodici stelle (di cui, per la verità, ne sopravvivono dieci), ed il piede che schiaccia il serpente. Si vede anche uno dei corni del Crescente Lunare, dipinto in giallo, da sotto i suoi piedi…

Manca qui il Mondo, che soggiace anch’esso ai suoi piedi (e sotto anche il serpente e la Luna), sostituito da un piedistallo avvolto in un drappeggio candido, dal quale emergono tre visi di angioletti.  Tutto molto suggestivo, e molto ‘consonante‘ per chi dicendo Vergine pensa alla sua Mater-ia prima, a chi riconosce la natura mercuriale del serpente o financo del Dragone (o della Tarasca?)… ma non finisce qui, le corrispondenze simboliche sono molteplici, a volte anche ingannevoli: mi viene in mente, avendolo letto di recente, che il simbolo che normalmente associamo astrologicamente al Toro (e che in altre raffigurazioni della Vergine viene composto dalla sovrapposizione del Croissant Lunaire al mondo sottostante) in alcune raccolte di simboli alchemici corrisponde al Bismuto.

Meno ingannevole, forse, è invece proprio l’indicazione astrologica connessa al periodo taurino quale uno dei più propizi alla raccolta della Rugiada Celeste, come raffigurato in molte iconografie alchemiche, fra le quali la notissima IV Planche del Mutus Liber, nella quale sono presenti l’Ariete, il Toro ed una coppia di personaggi che svolgono il lavoro di ‘spremitura’ della Rugiada e che, secondo il parere dell’Anonimo autore delle Recreations Hermetiques, può esprimere anche simbolicamente la costellazione dei Gemelli e confermare così quanto illustrato anche da Limojon de Sainct-Disdier nella sua Lettera ai Veri Discepoli di Ermete, dove questa indicazione appare effettivamente più chiaramente raffigurata.

La digressione si è spinta forse un po’ lontano, ma in fondo non proprio, dato che così (credo) va seguito ogni piccolo fil rouge che questo pazzesco gioco a mosaico offertoci da Dama Alchimia ci propone.

Lo concludo proponendo una ben più gradevole raffigurazione della Vergine e del suo simbolismo (nonchè del suo invocato potere ‘ispiratore‘) ad opera di uno dei primi grandi Maestri Fiamminghi che la storia della Musica ci ha tramandato, con questa bellissima Vergene Bella su testo del Signore della Pietra (traduzione artigianale di Petrarca…):

Ma la chiesetta di S. Lorenzo offre altri spunti di meraviglia: una mano ingenua ma senza dubbio ispirata ha raffigurato un Padre Eterno nell’atto di indicare (o forse di creare?) il Sole e una Falce di Luna mentre Egli stesso fluttua in un Firmamento Stellato che sovrasta una sorta di fascia lattescente  che separala scena sovrannaturale dal mondo e dal cielo nostrani.

Mi interrogo sulla natura di quella sorta di Via Lattea, che in verità potrebbe anche far venire in mente altro, come la scia di una cometa o anche forse un flusso acqueo

Certo, a furia di leggere e rileggere libri d’Alchimia forse si finisce davvero per vedere simboli alchemici dovunque. Mi piace però credere, invece, che questo ci aiuti semplicemente a riconoscerli ed a scoprire quanto siano diffusi in ogni forma d’arte, per quanto ingenua, purchè ispirata: dirò di più, la vera forza di questi simboli probabilmente è tale da costituire un’irresistibile stimolo alla loro raffigurazione anche non intenzionale da parte di un artista.

In alternativa, si potrebbe pensare anche che ai committenti della statua e dell’affresco non fossero estranee certe nozioni dell’Arte a noi cara, e questa sarebbe di per sè una bella notizia, se pensiamo che tutto questo avviene in epoca sicuramente successiva all’edificazione della chiesa, in un periodo nel quale l’Alchimia soffre del tumultuoso avanzare della Tecnologia e dello Scientismo e diventa sotterranea, nascosta fra molto meno nobili pseudoscienze occultiste e bollata come chimerica se non come truffaldina.

Eppure, oggi, qui, ma anche altrove, fra noi pochi Innamorati, se ne parla ancora.

Non Nobis Domine…

Chemyst

In cammino nel Bosco…

Cari Compagni ed Amici,

riflettere sul nostro Cammino è parte della Cerca stessa, che come sappiamo è solitaria e molto, molto impervia, sebbene costellata di sprazzi di gioiosa intuizione sparsi qua e là, in momenti/luoghi inattesi. tuttavia il sentiero nel Bosco è tortuoso, e lascia spazio ai passi di un solo Cercatore alla volta. E’ vero, si interseca abbastanza spesso con altri sentieri, ugualmente stretti, sui quali riconosciamo l’orma di un piede noto, oppure ci imbattiamo in quella di uno sconosciuto. Difficile dire, dall’orma, se quel Cercatore ha cuore sincero, e quanto e cosa abbia compreso.

A volte, per caso (… ma quale caso???), si incontra ‘de visu’ un Cercatore in carne ed ossa. Lì si può guardare negli occhi chi si ha di fronte, e con semplicità e gioia si può condividere il peso e le soddisfazioni della Cerca: direi che la mia esperienza di cercatore è ancora piccola, ma ho imparato che chi ha costantemente a che fare con l’Alchimia (e con tutto quanto questo comporti…) difficilmente ha un cuore  insincero, il più delle volte invece, per quanto possa comunque essere un uomo di carne ed ossa, pieno di contraddizioni e di umanissime debolezze, è un uomo sincero e buono.

Per di più, le difficoltà insite nella Cerca ne sviluppano il senso di solidarietà verso gli altri, soprattutto verso coloro che si trovano più indietro, li investono di un profondo desiderio di condivisione delle proprie conoscenze e dei propri risultati: in fondo è anche una testimonianza della bontà e della veridicità  dell’esperienza Alchemica, che per i neofiti è un incerto atto di Fede…

Ma non si può…


SCIRE, AUDERE, POTERE, TACERE

questa è la regola inviolabile cui sono sottoposti gli Adepti, ed anche coloro che  colgono qualche traccia importante sul Sentiero.

Paolo Lucarelli ha sottolineato l’incongruità del verbo ‘Potere’ in Italiano all’interno di altri tre in Latino, perlomeno nell’enunciazione che ne fa Fulcanelli al termine del Mistero delle Cattedrali, ma questa, forse, è un’altra storia, da considerare con attenzione come ogni singola parola del Maestro.

Resta comunque la sostanza: è fatto divieto a chiunque di divulgare apertamente conoscenze alchemiche che devono restare segrete, e per questa ragione la letteratura alchemica è così… ermetica!

Tuttavia, essa non è altro che la soluzione individuata dagli stessi Adepti fra il divieto di divulgare e la volontà, quando non addirittura la necessità, di passare il ‘verbum dismissum’ agli indispensabili neofiti che potranno forse, un giorno e se i Fati e gli Astri saranno propizi, discernere quanto viene velato, svelato  e rivelato più e più volte in un testo alchemico.

E’ quella sottile linea che passa fra i quadrati bianchi e neri del pavimento a scacchi del Tempio, sempre in bilico fra il Bene ed il Male, fra la colpevole divulgazione agli indegni e la Tradizione della conoscenza ai discepoli. Curioso, a questo proposito,  è il notare che Tradizione e Tradimento hanno come radice etimologica il verbo Tradeo, che significa tramandare, ma anche andare oltre, forse troppo oltre…

Una linea virtuale, ovvero fisicamente inesistente se non per contrasto, ma perfettamente intellegibile, e tuttavia sottile com’è la conoscenza ermetica.

In ogni caso, un passo al di là dell’apparenza della realtà quotidiana, almeno così come ce l’hanno raccontata e rappresentata, i Cercatori l’hanno fatto: per questo essi provano, talvolta per non dire sovente, un senso di smarrimento determinato dalla perdita, o meglio dalla volontaria rimozione dei punti di riferimento consueti e dall’evanescenza, dalla latenza ed ncostanza della percezione di quei nuovi, fra l’altro stupefacenti, riferimenti che vengono da Altrove.

Cosa fare, allora? Fermarsi, riflettere… a volte il confronto con l’evidenza alchemica è abbacinante, a volte è solo la fuggevole impressione di essere prossimi alla comprensione di un mistero, comprensione che beffardamente ci sfugge per non tornare, apparentemente, mai più…

E’ qui che l’aiuto dei Compagni di viaggio è prezioso: ‘Continuate a camminare nel Bosco’ è quanto un amico prezioso ripete ogni tanto, forse quando, grazie ai suoi sensi più acuti, ci penetra nell’animo ed empaticamente ci sente vacillare. E così si riprendono in mano i Libri, quelli buoni, e si torna sui propri passi con umiltà (lege, lege, lege, relege…), e si trovano, sempre, proprio là dove ci si è soffermati a lungo, dove si sono presi appunti, dove si è scavato, nuove gemme e nuova Luce.

Oppure se ne parla assieme, in rari felici incontri segreti, oppure in meno rare e profonde, ma pur sempre giosiose, conversazioni tematiche: qui si pongono domande (alcune delle quali restano senza risposta), si ottengono suggerimenti, indizi, piccole indicazioni, semplici parole che subito (raramente) o in seguito (qualche volta) risuonano nella mente ed aprono nuove porte…

Ma quant’è lungo il Cammino! Eppure ‘Oggi, oggi, oggi sono le Nozze del Re!’

Occorre affrettarsi…

Noldor

Ave Verum Corpus

Cari Curiosi,

non so se il mio presupposto sia fondato, cioè che ad una certa scuola musicale sia stata affidata la Fiammella della Tradizione, fatto sta che la scelta dei testi sacri da porre in musica da parte dei Fiamminghi, di qualsiasi generazione, sembra indicare che una certa conoscenza delle cose ermetiche fosse parte del loro bagaglio. D’altronde, qualche vicinanza culturale fra uno dei più grandi dei Fiamminghi e la corte Estense non impervia al sapere ermetico è stata già posta in luce in un precedente post. Di conseguenza, non è con azzardo che sottoponiamo qui alla vostra curiosità un testo pieno di interesse (perchè pieno di riferimenti alla nostra Arte) che è stato posto in musica da quello stesso Maestro Fiammingo che ha musicato Virgo Salutiferi oggetto di un precedente post. Questo Maestro è Josquin Desprez (nei commenti al post citato c’è anche una sua puntuale biografia tracciata da Captain Nemo) ed il testo da lui musicato è Ave Verum Corpus.

Qualcuno di voi potrebbe anche aver fatto parte di un coro: di conseguenza sicuramente si è imbattuto in un famoso brano di Wolfgang Amadeus Mozart che porta il medesimo titolo, Ave Verum Corpus. Questo fatto, indirettamente, potrebbe confermare il contenuto ‘esoterico’ del testo: Mozart infatti lo compose durante il suo ‘Periodo Massonico’ , quindi sia lui, se fosse avanzato abbastanza nel suo cammino iniziatico al punto da percepirne i significati, sia gli eventuali committenti potrebbero essere stati consapevoli  di alcuni riferimenti inseriti in questo testo.

Il testo è il seguente, ma sia Mozart che Desprez lo hanno musicato solo in parte:

Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine

Vere passum, immolatum in cruce pro homine,

Cujus latus perforatum unda fluxit et sanguine,

Esto nobis praegustatum in mortis examine.

O Jesu dulcis, O Jesu pie, O Jesu, fili Mariae,

Miserere mei. Amen

La traduzione italiana è la seguente:

Ave, o vero corpo,  nato da Maria Vergine,

che veramente patì e fu immolato  sulla croce per l’uomo,

dal cui fianco squarciato  sgorgarono acqua e sangue:

fa’ che noi possiamo gustarti  nella prova suprema della morte.

O Gesù dolce, o Gesù pio,  o Gesù figlio di Maria.

Pietà di me. Amen.

Va subito detto che Mozart non ha musicato la preghiera finale ‘O dulcis, o pie, o Fili Virginae Mariae’, mentre Desprez ha tralasciato ‘Esto nobis praegustatum in mortis examine’.

Ma cominciamo da… capo ! Ave, verum Corpus: si parla di un ‘corpo’ ovvero di un qualcosa di ‘f’isso’, di materiale, tangibile, solido: è di questi giorni la pubblicazione da parte di Captain Nemo, con sorprendente tempismo, di un post su Maria la Profetessa nel corso del quale cita un suo passo in cui si parla, appunto di un ‘verum corpus‘: una ‘coincidenza’ davvero divertente! Per di più, questo ‘corpus’ (curioso, anagrammandolo viene ‘cupros’…) è ‘natum de Maria Virgine’, ovvero da una mater(ia) vergine… e fin qui ci siamo, perfettamente nello schema dell’Opera, quando, parafrasando un’altra composizione musicale, una Lauda a tre voci di Anerio, assistiamo ‘All’apparir del sempiterno Sole’.

Ma il nostro testo riserva ben altre sorprese: chi l’ha redatto sapeva bene che, dopo un cotal titolo “Ave VERUM Corpus’, tutti, per similitudine, avrebbero tradotto il successivo ‘vere passum‘ con ‘veramente patì’, ‘davvero patì’ o anche ‘passò’. Tuttavia, ‘vere’ può sì essere, ed a pieno titolo, l’avverbio ‘veramente’, ma altrettanto correttamente può essere tradotto con ‘in Primavera‘, con un ablativo di tipo temporale da Ver, veris, Primavera, appunto. Ed è in Primavera che lavorano gli Alchimisti, quando copiosa discende la Rugiada Celeste nelle notti d’Ariete e di Toro.  Se poi, una volta accesasi la fiammella della curiosità, si voglia consultare un Dizionario latino di buona qualità (suggerisco vivamente Georges-Calonghi) si potranno scoprire tanti significati meno noti delle parole: è il caso di passum, aggettivo neutro derivato da Patio, da cui ‘paziente’ (… paziente? dove ho letto paziente ed agente?) e che sicuramente significa ‘ha sofferto’… e, aggiungo, essendo morto all’antivigilia della Pasqua di Resurrezione, sicuramente Cristo è ‘passus’ in Primavera, per cui quel ‘vere’ di poco fa è corretto anche temporalmente, ma.. se spulciate  i significati meno usati di Passus vi trovate anche ‘disteso’, addirittura ‘aperto’. E’ divertente, poi, che se riferito ai capelli, passus significa sciolto, mentre se riferito al latte, significa ‘rappreso‘. Un ‘solve et coagula‘ in una sola parola… anche se magari a noi piace la seconda, parlando di un corpo, ma si sa, in Alchimia i cambiamenti di stato sono frequenti ed alterni.

Comunque, il nostro corpo in primavera viene disteso, e successivamente ‘immolatum in cruce pro homine‘ : ora che ci abbiamo preso gusto, accettiamo che ‘pro homine’ significhi esattamente ‘per il bene dell’umanità’ (perchè è anche per questo che si fa Alchimia), e comunque non è notizia da poco. Tuttavia, è interessante la parola ‘immolatum’, che già dal suono ci riporta al ‘Mens agitat molem’ caro a Canseliet (un’intelligenza muove la massa), e potrebbe indicare che qualcosa va in una massa (in molem), ma anche alla mola, a qualcosa che tritura (e quindi apre) il nostro corpo preparandolo alla croce, che Fulcanelli ci rammenta aver etimo comune con crucibulum, crogiolo…

Brevemente, possiamo ricordare che la Croce, per come è costruita, è simbolo di una religio fra le cose superiori e quelle inferiori, fra il piano terreno simbolizzato dalla linea orizzontale e quello celeste cui si connette la linea verticale.  Sulla Croce di Cristo, l’acronimo INRI, tributo alla regalità di Gesù, verrà letto dai Figli d’Ermete con Igni Natura Renovata Integra, ed ecco un’ulteriore piccolo segnale nel bosco, ed in fondo tutta la differenza fra l’Arte e la Chimica. Ecco dunque, a questo punto, si differenziano i testi utilizzati da Mozart e  da desprez: anche quello di Mozart contiene un interessantissimo ‘Unda fluxit et sanguine’ (in altre versioni Unda fluxit cum sanguine), mentre Josquin passa direttamente ad un’altro indispensabile strumento dell’Alchimista, la preghiera finale: “O dulcis, o pie, o Fili Virginis Mariae”.

Ed il cerchio è concluso.

Noldor

Un altro video interessante

E’ sempre bello sentir parlare di Alchimia, anche se in francese… con anche un po’ di musica di contorno. Perciò, rallegrandoci che YouTube ce lo abbia consigliato, visti i nostri ascolti precedenti, non posso esimermi dal segnalare questo video:

Il video lascia scorrere immagini simboliche molto evocative, quelle che riconosco della vastissima iconografia alchemica sono tratte dal Mutus Liber di Altus (la versione colorata che commentò Jean Laplace) e dall’Atalanta  Fugiens di Michael Maier. A parte poi vedere che nella illuminata Parigi c’è una via  intitolata a Nicolas Flamel, è davvero emozionante vedere nel finale il volto e sentire la voce del Maitre Eugene Canseliet

Chemyst

Vidit Jacob scalam

Vidit Jacob scalam è il titolo di un bellissimo mottetto a 5 voci di Thomas Crecquillon (c. 1505 – 1557),  compositore franco-fiammingo del Rinascimento. Il suo luogo di nascita è affatto sconosciuto, probabilmente all’interno delle Fiandre, mentre sembra che morì a Béthune. Molto poco si sa sulla sua giovinezza: fu membro della Cappella dell’Imperatore Carlo V, ma se egli fosse maître de chapelle o semplicemente un cantore è oggetto di controversia. Successivamente egli sembra abbia ricoperto incarichi a Dendermonde, Béthune, Leuven e Namur.

A differenza di molti dei compositori della scuola fiamminga egli sembra non aver lasciato la sua regione d’origine per l’Italia o altre parti d’Europa. Probabilmente morì nel 1557, vittima della grave epidemia di peste in Béthune in quell’anno.

La musica di Crecquillon è stata altamente considerata da suoi contemporanei e mostra una scorrevolezza armonica e melodica che prefigura lo stile polifonico culminante in Palestrina[1]. Scrisse dodici messe, oltre 100 mottetti e quasi 200 chansons. Stilisticamente utilizza punti di imitazione, in uno stile che ricorda le modalità di Josquin des Prez, in quasi tutti i suoi brani sacri (messe e mottetti). A differenza di Josquin, tuttavia, Crecquillon raramente varia la sua trama alla ricerca di effetti drammatici, preferendo ad essi scorrevolezza e coerenza.

Gli editori Pierre Phalèse (di Leuven) e Tielman Susato (di Antwerpen) hanno pubblicato molta più musica scritta da lui che da qualsiasi altro compositore, il che dimostra la portata della sua reputazione dell’epoca; tuttavia oggi la sua musica non è così spesso registrata quanto quella di molti Fiamminghi suoi contemporanei. La composizione ‘Vidit Jacob scalam’ di Crecquillon, è qui esaminata perché pone in musica il versetto del Genesi caro agli Alchimisti in quanto raffigurato sul frontespizio del Mutus Liber di Altus[2].

Nonostante la distanza sia geografica (siamo nelle Fiandre) che cronologica (la produzione di quest’Autore è ben precedente all’affermarsi del Madrigale italiano), Crequillon è già in grado di rendere musicalmente il contenuto testuale con quegli artifici che verranno più in là chiamati appunto ‘madrigalismi’: ad esempio, sull’incipit del mottetto a 5 parti ‘Vidit Jacob scalam’ la musica è costituita da una scala ascendente,e poiché tale scala ascende fino al cielo, sulla sillaba accentata della parola ‘tangebat’ inserita nel versetto ‘Summitas eius coelum tangebat’ il compositore pone la nota più alta del brano. Anche la discesa degli angeli lungo la scala è resa con scale musicali, stavolta discendenti.  Dal punto di vista della resa sonora, l’uso di scale, ovvero di movimento per grado congiunto e spesso parallelo non provoca, come ci si aspetterebbe, un senso di pesantezza e grevità, al contrario Crequillon all’interno di queste inserisce movimenti ed imitazioni fra le parti di notevole gusto; lo stato d’animo di Giacobbe passa dalla contemplazione di questo miracolo, allo stupore ed alla successiva constatazione della santità del luogo (‘Vere locus iste sanctus est’) rese magistralmente con una modulazione alla sottodominante, ed alla successiva gioia conclusiva del variegato ‘Alleluja’ finale. Chi volesse, può ascoltare questo bel brano qui:


[1] “Thomas Crecquillon.” Voce in The New Grove Dictionary of Music and Musicians, ed. Stanley Sadie. . London, Macmillan Publishers Ltd., 1980

[2] Edizione moderna da Arkeios, con note di Eugene Canseliet. Sarebbe interessante indagare anche l’aspetto iconografico – musicale di questa Tavola, per l’identificazione degli strumenti musicali suonati dagli angeli, normalmente considerati delle trombe dritte stilizzate, ma che somigliano più a delle ciaramelle, strumenti ad ancia doppia, antenati del moderno oboe, a volte usate in fanfara in sostituzione delle trombe diritte nei secoli XIII-XVI: non ne verrebbe affatto sminuita l’efficacia rappresentativa, essendo strumenti dalla dinamica sonora equivalente, a significar che Madre Natura puo’ anche suonare fragorose trombe (o bombarde?), non sarà comunque ascoltata da chi non ha orecchie per udirla.

N.B.: Questo post è tratto (con modifiche) da un più vasto articolo dell’Autore pubblicato in ‘Il fuoco che non brucia’, Mimesis. 2008