Auguri di Buon Anno

Cari Cercatori ed Amici,

un anno volge al termine. E’ stato per me un anno molto importante, in cui dei semi piantati spero diano frutti.  Devo per questo profonda gratitudine a pochi amici cui va il mio affetto imperituro.

Ho conosciuto persone straordinarie, e di tutte conservo il ricordo del loro sorriso. Spero presto di riabbracciarvi tutti e di essere sempre degno della vostra amicizia.

Fra poco andrò a svolgere il mio turno di notte, ma so già che il mio pensiero sarà costantemente rivolto a voi ed al Cammino che ci accomuna.

 

 

Vi auguro, con tutto il cuore, un Anno Nuovo pieno dei frutti che attendete, e spero di poter seguire le vostre orme e quelle della Natura.

B U O N   A N N O !

 

Chemyst

 

 

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Una felice occasione d’incontro

Cari Compagni di Cerca,

come sapete, solitaria è la Cerca nel Bosco. Ma, per quanto grande e pieno di sentieri, capita a volte di incontrare ‘gente’ agli incroci. Un sorriso, un saluto, una breve sosta, e prima di riprendere il Cammino, qualche parola. Ed uno scambiarsi di sguardi.

A volte sembra casuale. Altre volte sembra architettato ad arte. In realtà, l’unica intelligenza in grado di progettare tutto ciò è aliena al genere umano, che può tutt’al più fungere da tramite. E’ quindi rispondendo, un pomeriggio, ad un ‘impulso del cuore‘, che ho pensato di rispondere ad un suggerimento di qualche mese prima di un caro amico ed ho proposto una conferenza di Alchimia.

Dove?? Quando??

Presto… quando un altro appassionato ha saputo le notizia, ha creato questo bel manifesto, destinato a restare visibile solo ai nostri visitatori ‘online’:

A chi ci legge costantemente non occorre dire perché i due relatori usino pseudonimi, né tantomeno spiegare chi essi siano.  Il loro sforzo costante di divulgazione e la loro dedizione alla Dama sono noti a tutti.

Per chi non li dovesse conoscere, beh… è l’occasione, appunto. Una di quelle destinate a farsi rare, in questo crepuscolo della spiritualità dell’uomo.

Vi attendo dunque, per uno scambio di sguardi.

Chemyst

Interludio

Cari Amici,

Nell’attesa di tener fede all’impegno di proseguire le riflessioni sulla Musica della Grande Cottura, ecco un interludio musicale, molto probabilmente non distante comunque dall’argomento, essendo legato alla conclusione del Camino di Santiago, secondo quanto generosamente segnala Gratianus nel suo bel libro “Verso l’Arca d’Argento”.

Re Davide con viola d’arco medievale, Santo Domingo de la Calzada, Catedràl

Nelle ultime pagine egli pone a confronto due statue del Re Davide, la prima posta all’inizio del Camino, a Santo Domingo de la Calzada e la seconda sul Portal de las Platerìas della Catedral di Santiago.

A leggere la didascalia delle riproduzioni fotografiche, per la verità non troppo belle (e sono sicuro che questa è una delle tante colpe della Mimesis), sale un moto di commozione e di felicità: “Il primo viaggio è giunto al termine”, per noi Innamorati dell’Arte non significa certo che Gratianus voglia fare di nuovo il turista sulla via dei Pellegrini, bensì è l’annuncio (discreto, quasi nascosto com’è sul retro di una foto) di un traguardo leggendario, e la conferma della possibilità, seppur remota e non destinata certo a tutti noi, di poter attraversare le barriere della nostra prigione.

Il libro è una straordinaria raccolta di simboli, alcuni dei quali spiegati da Gratianus o dalla sua controfigura Angelo con chiavi di lettura inattese e sorprendenti, ma nella mia ricerca di immagini migliori sul Web (non era poi così difficile…)  mi sono reso conto che non ci ha raccontato tutto, o non ha potuto farlo, per ragioni di spazio o di opportunità: ecco perché, non sembri irriverente, vorrei aggiungere qualche commento iconografico sulle due immagini del Re David musicista segnalateci dal neo Maestro, e chiedo in anticipo perdono se alcune considerazioni che ne deriveranno saranno difformi da quelle dell’Autore, anche se non ne intaccheranno in alcun modo l’insegnamento ermetico: la differenza sarà infatti basata su considerazioni eminentemente musicali ed organografiche, e comunque a maggior gloria dei tanti, anonimi e forse inconsapevoli artisti che hanno tramandato fino a noi i segreti dell’Arte Regia: Non nobis, Domine.

Ma veniamo all’iconografia musicale di queste belle immagini: Gratianus descrive in un certo senso due volte la prima, quella di Santo Domingo de la Calzada: la prima a pagina 117, la seconda a fine libro, quando la confronta con quella del Portal di Santiago. Voglio riportarvi il passo integrale: “Il Re Davide con la corona in capo, scolpito in rilievo su una colonna, sollecita la mia curiosità. La nobile figura ha il capo leggermente inclinato da un lato, il viso barbuto e lo sguardo assorto. Serra nella destra uno strumento a corde che suona con un archetto, tenuto ben saldo nella mano sinistra. E’ sedutRe Davide musicista, Santiago de Compostelao a gambe incrociate su uno scanno in modo da formare una X (Tav.33). 

L’ultimo particolare, così evidente, richiama il segno della croce di sant’Andrea, simbolo dello Spirito universale; questo re che conosce l’arte della musica e tiene le gambe incrociate a X appare come il simbolo della conoscenza ermetica, arte ineffabile e dolce proprio come il suono di uno strumento a corde, e soprattutto sacra e divina perchè favorita e protetta dall’Anima del mondo”. 

Non conosco personalmente Gratianus, anche se mi piacerebbe poterlo incontrare, ma da quel che so è persona attenta e prudente: sono quindi ragionevolmente certo che usi uno stratagemma peraltro non nuovo nella tradizione ermetica che è quello di inserire dei piccoli errori allo scopo di segnalare un punto importante della dottrina. Il precedente più illustre, a me molto familiare, è Michael Maier, che ha disseminato i canoni della sua Atalanta Fugiens di errori musicali, certo emendabili, ma che anche una volta emendati lasciano nel dubbio chi li corregge e lo fanno tornare più e più volte su quel punto, su quella frase, su quella parola.

Qui l’errore più evidente è che Re David suona la sua viola d’arco tenendola con la sinistra ed impugnando l’archetto con la destra, e non come è scritto. Ciò è ben verificabile sia nella fotografia pubblicata nel libro sia in quella trovata sul web (a scanso di un errore mero di riproduzione). Oltre a ciò, è così che si suona la viola da gamba (e la viola d’arco, o la vielle d’arc se preferite, o vihuela de arco)… a meno di essere mancini e di farsela costruire alla rovescia. Forse è proprio qui il punto, forse ci si vuole qui segnalare una specularità, o un’inversione, necessari eventualmente nell’operatività del Laboratorio. Chissà? E’ questo un particolare che potrebbe sfuggire a molti, ma non ad un musicista.

Al di là di questo aspetto, per addentrarci nell’iconografia, notiamo come la viola (oggi molti danno agli strumenti a corde del medioevo come questo il nome di viella, che è una brutta italianizzazione del francese vielle) sia dotata di cinque corde: esse non sono forse perfettamente distinguibili a causa di un certo grado di corruzione del bassorilievo, ma la certezza del numero ce la dà la sommità del manico, da cui spunta il fondo di cinque piroli dai quali le corde sono tese. La posizione dell’arco, inoltre, indica per l’inclinazione che David sta suonando la corda più grave. A conferma di ciò, la mano sinistra tasta la medesima corda a circa un quarto del diapason, tramite il terzo dito: ciò significa che è sì la corda più grave, ma non la nota più grave. Il capo inclinato potrebbe indicare un  musico assorto, concentrato, attento a suonare la nota giusta, o un passaggio particolarmente delicato o difficile: il re David, insomma, è stato fotografato mentre si applica  “magno cum ingegno ” al suo compito.

Abbandono solo un momento l’iconografia per sorridere alla frase “…la corona in capo, scolpito in rilievo su una colonna…”  che richiama alla mente un altro segno che troviamo scolpito in rilievo sopra la colonna, ovvero sotto il capitello.

Vorrei comunque far notare che l’iconografia più comune del Re David musicista è con l’Arpa, e non con la viola: quest’ultima è appannaggio di uno dei quattro Musici che solitamente lo circondano nelle varie raffigurazioni. davidIl violista risponde al nome di Asaph, mentre gli altri tre si chiamano Heman, Ethan e Jeduthun. Tale iconografia si diffonde dopo l’anno 1000, e secondo alcuni il Re David circondato dai quattro musici è una rappresentazione di Gesù Cristo circondato dai Quattro Evangelisti. A noi, i quattro evangelisti fanno pensare ai quattro elementi, e (sperando di non apparire blasfemo a qualcuno) se al posto del Cristo mettiamo la Natura a noi tanto cara, ecco la Lamina XXI dei Tarocchi, detta Il Mondo o La Fortuna Maggiore.

*   *   *   *   * 

Voleva essere un post veloce, stendendolo mi accorgo della sua già notevole lunghezza che per qualcuno si trasforma in prolissità: per questo vi invito all’ascolto del suono della viola d’arco (anche se in un brano più tardo rispetto alla statua), dolce come ce lo descrive lo stesso Gratianus:

Abbiate la pazienza di ascoltare fino in fondo, quando una viola d’arco delle dimensioni simili a quella del Re David accompagna la voce. La canzone è ‘Mas vale trocar‘, di Juan del Encina, uno dei più dolci ‘villancico‘ spagnoli di sempre.

Abbandoniamo ora il primo David per dedicarci al secondo: qui il re biblico suona una ribeca, ovvero uno strumento di famiglia differente da quella della viola, ancor oggi visibile nel suo prototipo popolare suonato sulla sua unica corda in Egitto e in altri paesi Arabi, il cui nome, rebab, è evidentemente radice dell’attuale. La ribeca raffigurata è comunque definitamente occidentale nella fattura: lo dimostra innanzitutto il fatto che monta tre corde e che il manico sia chiaramente demarcato dalla cassa a fondo convesso e piriforme.

Secondo Gratianus qui David non suona, ma “... ha lo sguardo rivolto alla scalinata come a seguire il pellegrino che torna a casa, terminato il lungo viaggio…” .  Dissento: l’arco poggia sulla corda, stavolta (essendo lo strumento da braccio e quindi invertito rispetto al precedente) sulla corda più acuta, sulla quale poggiano anche le quattro dita (tranne il pollice) della mano sinistra, ad innalzarne ancora di più la frequenza. Una nota più acuta sulla corda più acuta, al contrario di prima: si dice correntemente una nota di maggior altezza. Anche nella Grand Coction c’è una progressione verso l’alto delle frequenze emesse dall’uovo,  e, forse, dalla nascita della quintessenza (le cinque corde della viola) all’isolamento dei tre principi (le tre corde della ribeca) c’è anche progressione. In questo forse (mi sono avventurato là dove ho meno certezze) il secondo David è più ‘avanti’ del primo.

Non è vero, infine, che non suona: piuttosto, ormai, non ha più bisogno di guardare con attenzione lo strumento, è più abile (o ha un compito più facile) e può rivolgere la sua attenzione altrove magari proprio verso quel Pellegrino Celeste che, compiuto il lungo viaggio da Lassù fino a noi, se ne torna indietro, testimone l’operatore, verso la Gerusalemme celeste, come dice chi, non a caso, si chiama Angelo.

Un saluto affettuoso a tutti i Cercatori, ed un profondo grazie a Gratianus.

Chemyst

Media vita in morte sumus…

Cari Amici,

quando avvenne il terremoto dell’Aquila, i primi a sincerarsi della mia buona salute (ero sufficientemente lontano…) sono stati i miei cari Compagni di Cerca. L’evento, terribile, fu causa di profonde riflessioni sulla caduca fragilità del nostro vivere. Ci tornarono in mente le apocalittiche parole di Canseliet, nella sua Prefazione alle Dimore Filosofali, parole che suonano tremendamente allarmanti ancora, dopo la tragedia Giapponese. L’allarme anzi si carica d’angoscia, alla notizia che lo Tsunami asiatico abbia spostato l’asse terrestre di ‘ben’ 10 centimetri… Cosa accadrebbe, duunque, nel caso il ‘Bouleversement‘ di cui parla Canseliet (che, lo ricordo, presuppone l’INVERSIONE dell’asse terrestre) non fosse soltanto una metafora alchemica? Se ‘soli’ 10 cm sono stati in grado di mettere in ginocchio il paese più attrezzato e sicuro per i terremoti nel mondo, cosa resterebbe della nostra civiltà se l’asse percorresse le centinaia di migliaia di chilometri che formano l’emicirconferenza del nostro globo terracqueo?

Il tema – ancorchè terrificante – è nondimeno appassionante: ne accennai tempo fa, all’inizio di questo Blog qui e, in una inesauribile fonte di notizie ad ogni rilettura, anche Captain Nemo qui. Esso porta  ad interrogarsi sui grandi perchè della vita, cosa peraltro che ogni Cercatore serio fa, di tanto in tanto, con sereno distacco, accanto al fuoco.

Probabilmente, la tecnologia odierna ha acuito il nostro (ahimè erroneo) senso d’immortalità, e per di più di immortalità terrena: che è poi anche uno degli splendidi specchi per allodole ( e che specchio!) posto davanti ai nostri occhi da Dama Alchimia, e che tanta avidità (e pari incredulità!) ha da sempre scatenato nell’uomo.

Non è sempre stato così: una concezione ben diversa, forse più reale, era nei pensieri dei nostri antenati. Ancora una volta, testimone duratura di ciò è stata ed è la Musica. Ecco le parole di un inno gregoriano dalla storia molto particolare e controversa, e per questo piena di fascino:

Media vita in morte sumus
Quem quærimus adjutorem nisi te, Domine?
Qui pro peccatis nostris juste irasceris
Sancte Deus, Sancte fortis, Sancte et misericors Salvator,
Amaræ morti ne tradas nos.

In Te speraverunt Patres nostri,
speraverunt et liberasti eos.
Ad Te clamaverunt Patres nostri,
clamaverunt et non sunt confusi.

Sancte Deus, Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto:
sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.

Il testo è pieno di drammaticità, con quei vocativi finali, e di sentita contrizione, con la certezza dell’Ira di Dio (“pro peccatis nostris juste irasceris“), laddove oggi tendiamo a negare persino un’intelligenza nel Creato… Per carità, non voglio per questo dire che il sisma nipponico sia dovuto all’Ira di Dio, soltanto che, nel Medio Evo, si aveva quotidiana dimestichezza con carestie, cataclismi, guerre, pestilenze et alia che l’uomo d’allora aveva ben chiara la propria fragilità.

Il Canto, pieno di fascino, e che termina con una cadenza sospesa, è un Canto Ambrosiano su testo attribuito a Nokter Balbulus, X secolo, Monaco di San Gallo (Svizzera), ma sulla cui attribuzione Gustav Reese solleva qualche dubbio.  Qui di fianco è raffigurato in una vetrata non in veste di compositore o biografoo (gli è attribuita anche una biografia di Carlo Magno), bensì di esorcista.

Sull’antifona, abbiamo una più che esauriente trattazione da parte di Giovanni Vianini qui:

Nell’intenzione di Nokter Balbulus o di chi per lui, è un’Antifona Ambrosiana del Quarto Sabato di Quaresima, da cantarsi alle lodi. Tuttavia, Jules Combarieu, nel suo ‘La Musica e la Magia‘ ci racconta che tale inno venne bandito con bolla papale per l’uso improprio che se ne faceva nel Medio Evo: pare infatti che, in quei tempi privi d’anagrafe, venisse utilizzato quasi come un mortifero ‘mantra‘, un incantesimo, commissionando ad un ignaro sacerdote una messa da morto durante la quale venisse cantata quest’antifona, con il dedicatario ancora in vita…

L’inno, tuttavia, come avete potuto ascoltare, è di singolare bellezza, ed ha ispirato, in forma parodica o con lo stile del Cantus Firmus, diversi compositori. Fra essi, per il contenuto spirituale del brano, non potevano mancare due fra i più grandi Fiamminghi, Nicolas Gombert e Roland de Lassus; il primo ha anche composto una Missa Media Vita. Questa è la sua versione polifonica del testo ambrosiano:

Nicolas Gombert è un compositore fiammingo, vissuto fra il 1495 ed il 1560; Wikipedia lo dà verosimilmente allievo di Josquin Desprez fra il 1515 e il 1521, mentre a partire dal 1526 fu cantore e anche compositore  presso la cappella reale di Carlo V. A partire dal 1529 fu Magister puerorum, cioè insegnante delle voci bianche del coro reale; con questo coro ebbe il modo di cantare in tutti i possedimenti dell’impero. Non ricoprì mai la posizione di maestro di cappella (titolo che venne affidato invece poco dopo a Thomas Crecquillon), ma fu compositore e produsse molte composizioni celebrative degli eventi più importanti del regno di Carlo V. A partire dal 1540 non vi sono più testimonianze della sua attività corale: stando ad una testimonianza del matematico Girolamo Cardano, Gombert fu accusato di violenza sessuale nei confronti di un ragazzo e fu condannato ai lavori forzati nelle galee. Ricevette la grazia probabilmente nel 1547, anno in cui scrisse una lettera al Gran Capitano di Carlo V, Ferrante I Gonzaga; secondo la testimonianza del Cardano, fu scrivendo il suo Magnificat e inviandolo all’imperatore (il quale ne restò profondamente commosso) che riuscì a ottenere la grazia.

Non so se l’accusa fosse fondata, fatto sta che ascoltando le sue composizioni si avverte un profondo respiro mistico ed una grandissima padronanza dei mezzicompositivi, oltre ad una conoscenza vasta del repertorio musicale dei suoi contemporanei. La sua versione del Media Vita è basata su piani sonori sovrapposti, con effetti di grande drammaticità e di potente suggestione: l’inizio con il tema che parte dalle voci gravi e si eleva dapprima faticosamente poi via via sempre più in alto descrive con efficacia un’anima strappata alla terra che sale in Cielo.

Perdonate questa mia digressione (“ma non dovevamo perlare d’Alchimia?” già starà pensando qualcuno…), tuttavia ritengo di non essere del tutto ‘off topic‘ ragionando di caducità della vita umana, quella caducità che spinge da sempre l’uomo a trovarvi rimedio; non è off topic neppure porsi interrogativi sul perchè tanti Adepti l’hanno fatto, nei loro scritti: Fulcanelli all’ultimo momento ha deciso di non divulgare il suo Finis Gloriae Mundi (ovviamente quello ‘in vendita’ è una bufala), anche se Canseliet e Laplace ne hanno divulgato dei frammenti, e lo stesso Canseliet, nella citata prefazione alle Dimore, ed anche passim nei suoi due libri L’Alchimia invita a riflettere ed induce il lettore a prendere dimestichezza con la divergenza fra le aspirazioni umane ed il cammino inesorabile nella propria coerenza di Madre Natura, le cui meravigliose manifestazioni possono assumere ai nostri occhi anche aspetti di inaudita violenza  ed indifferente crudeltà.

Una spiegazione alternativa, ancorché neppure di un po’ più consolante, l’abbiamo grazie al beffardo ma appassionato intervento di Paolo Lucarelli ai Colloque Canseliet, la cui rilettura è, al pari di qualsiasi autentico testo ermetico (perchè è un testo ermetico anch’esso), fonte di continue sorprese e scoperte, ma nel quale, nel suo livello palese di lettura, egli parla di Dio in vari modi, o meglio, parla di Dio e del Demiurgo (e non sono certo affatto che secondo lui fossero la medesima persona), ed a proposito di quest’ultimo lo delinea come responsabile della corruzione del nostro universo a causa di errori grossolani, a loro volta fonte delle nostre sofferenze ed imperfezioni.

Anche lì, mentre ironizza sul suo Francese, o censura illustri relatori con battute al… vetriolo, o sorride, o si commuove, l’Ultimo Adepto ci indica una Via di speranza, quella che pochi folli, fra breve, torneranno tutti insieme a coltivare, per il nostro bene, in un modo che mi è ancora oscuro ma che percepisco come vero.

Un saluto dal Bosco.

Chemyst