È ancora Natale…

Cari Cercatori,

che anno strano il 2017! Volendo, come ogni anno, ritrovarci virtualmente qui per auguri e buoni pensieri, alla luce delle proprie esperienze, quello che posso dirvi è che di questo strano anno l’impressione più forte che ne riporto è la confusione.

“Ti sei perso?“ chiederà qualcuno. Forse, per un po’, i sentieri della Natura sono molteplici, qualcuno fa ampi giri, si avvolge a spirale in dimensioni inconsuete per poi portarti là dove dovresti essere, magari più ricco anche se più confuso.

Sono accadute tante cose, a me ed intorno a me, belle e brutte: i disegni di Natura sono a volte incomprensibili, spietati, al punto che se anche fossi restato fermo sul Cammino, oggi direi di essere fortunato e benvoluto. Allora ecco, il primo pensiero di questo Natale vada ai meno fortunati fra i Cercatori, a coloro che subiscono incomprensibili destini lungo questa Via impervia e perigliosa.

È stato un anno, anche, in cui mi sono prodigato per una maggiore coesione fra di noi, ma con pochi, effimeri risultati. Peccato, tanti uomini buoni e capaci restano divisi da muri di carta risibili eppure efficaci. Chissà, un giorno forse ci si renderà conto del tempo perso e delle gioie che si sarebbero potute condividere. Ad esempio, questo Natale avrebbe potuto essere più ricco e variegato, con più fratelli stretti assieme a darsi forza… Ma va bene così, con Enrico posso dire ancora una volta “We few , we happy few, we band of Brothers”, ovvero che sono contento di essere parte di una piccola ma felice banda di fratelli.

Dunque abbracciamoci ancora, con questa antica Carola inglese dal testo latino, la cui bizzarra scansione ritmica suggerisce di indagare meglio la sua struttura testuale:

Gaudete, christus est natus

Gaudete, gaudete

Christus est natus

Ex Maria Virgine

Gaudete

È proprio la musica che ci guida a sistematizzare questo testo, scandendo le sue nove parole in sette gruppi sillabici di tre: tre “numeri sacri“ dunque sono fissati dalla musica in questo testo apparentemente semplice e pure metricamente zoppicante.

Le strofe recitano invece:

Tempus adest gratiae

Hoc quod optabamus

Carmina laetitiae

Devote reddamus

 

Deus homo factus est

Natura mirante

Mundus renovatus est

A Christo regnante

 

Ezechielis porta

Clausa pertransitur

Unde lux est orta

Salus invenitur

 

Ergo nostra concio

Psallat iam in lustro

Benedicat Domino

Salus Regi nostro

 

Sia il refrain che le strofe sono piccoli scrigni di tesori per il Cercatore attento, o il Sognatore, secondo qualcuno dei nostri fratelli del Nord: ad esempio non sfuggirà che attorno al miracolo del parto virginale di Maria, allegoria del nostro operare alchemico, il “gaudete“ sia triplice.

Suggestiva di un certo modo di operare poi è la prima strofa: “Viene il tempo della grazia, ciò che speravamo, devotamente rendiamo Carmi di Letizia”. È molto consonante la successiva, laddove “Dio è fatto uomo con meraviglia della natura, il mondo si rinnova da Cristo regnante“, dove sia il rinnovamento, specificato nel cartiglio della stessa croce del redentore martire, sia lo “stupore della stessa natura“ sono enunciati cardine della nostra Dottrina.

La strofa successiva contiene un riferimento biblico preciso, ad Ezechiele 44,1-3: “1Mi condusse poi alla porta esterna del santuario dalla parte di oriente, essa era chiusa 2mi disse: “questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno mi passerà, perché c’è passato il Signore, Dio di Israele. Perciò resterà chiusa. 3Ma il principe, il principe siederà in essa per cibarsi davanti al Signore, entrerà dal vestibolo della porta e da essa uscirà“. Dunque in una Carola delle Piae Cantiones del 1582 (ma la raccolta comprende brani molto più antichi di quella data) si accenna alla possibilità di oltrepassare la porta di Ezechiele, da cui “è sorta la luce“ e dove “si trova la salvezza“, avendo però dunque conseguito uno status di “principe“. Dice inoltre che di qui è sorta la luce: oltre ad un non banale riferimento al suo orientamento, sembra quasi di enunciare l’equivalenza fra il Signore e la luce. Ciò aggiunge significati sia al rito Cristiano, sia alle nostre Operazioni.

Per concludere vi è una strofa di commiato:  “La nostra supplice sia già esaltata per un lungo periodo (lustro), sia benedetto il Signore, salute al nostro Re“. Tuttavia, una piccola escursione sulla parola “lustro“non sarà peregrina né inutile: Pianigiani, che nel suo Dizionario ripercorre alle radici dell’etimo ogni termine, ci rammenta che il primo significato di “lustro“ è “lucentezza“, come aggettivo “lucido“, “splendente“. Poi lo connette a “lustrare“ (purificare) facendolo derivare da “luere“ ossia lavare, aspergere, pur citando il diverso parere di Georges che invece la deriva dalla radice LUK, “splendere“ (come lux, aggiungo io). Cita anche Varrone il quale lo riconduce al greco “luein”, che significa, guarda un po’, “sciogliere“, anche nel senso di “pagare il debito“ poiché ogni cinque anni (un lustro) si pagavano i Censi. Il periodo di cinque anni deriva dal periodismo dei censimenti della popolazione che veniva radunata nel Campo Marzio, e dai sacrifici che ogni cinque anni così venivano offerti, con il significato di “purificazione“, onde le “acque lustrali“, care ad ogni Alchimista.

Un ultimo cenno, doveroso, va alle ‘Piae Cantiones‘, una raccolta di 74 Inni latini medievali provenienti da tutta Europa, soprattutto settentrionale e centrale, e dalla Finlandia, raccolte da Teodoricus Petrus Nydolensis e pubblicate a cura di Jacobus Finno, come accennato nel 1582 a Greifswald , oggi in Germania, e destinato agli studenti della cattedrale di Turku in Finlandia, allora sotto il dominio della Svezia. Curiosamente Teodoricus era cattolico e Finno luterano, e quest’ultimo alterò i testi in modo da renderli, secondo gli studiosi, ortodossi alla propria fede. Secondo i medesimi studiosi, a volte il risultato era “incomprensibile“. Questa nota mi fa sorridere: non lo sono anche molti dei nostri amati testi? E se lo scopo fosse stato diverso? Fra le coincidenze temporali, nello stesso anno esce il più bell’esemplare dello Splendor Solis. Esistono le coincidenze? Ci mediterei su.

Non resta, ora, che augurare a tutti, contro ogni divisione o fato avverso, un sereno Natale di pace e speranza, inizio di un cammino di luce per un proficuo anno nuovo.

Chemyst

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Veni, veni Emmanuel

Cari Cercatori,

decisamente fuori stagione (ma ne siamo sicuri?) mi sono imbattuto in questo splendido brano corale e, a causa dell’ormai cronica Follia Chimica che mi pervade, non ho potuto non cogliere più che una traccia isolata di insegnamento dell’Arte di Natura nelle parole che l’assemblatore del video ha sapientemente fatto scorrere su di esso:

Il brano, come si legge dalla breve didascalia del video, è basato su un ampio Antifonario che risale al secolo IX: curioso, non è lo stesso periodo nel quale (ne abbiamo parlato nel precedente post) Rabano di Magonza componeva ‘Veni creator Spiritus’? E non siamo, ancora una volta, prima dell’arrivo in Europa dell’Alchimia?

Certo, non voglio dire che l’estensore dell’Antifonario O e Rabano fossero Filosofi Ermetici praticanti, anche se è indubbio che nel Vicino Oriente ci fossero (e c’erano già stati) molti Maestri dell’Arte.

Tornando al ‘Veni, veni Emmanuel’, il testo è usato nelle liturgie dell’Avvento (Vieni, vieni Emanuele: Emanuele è il nome proprio di Gesù Cristo, ma significa ‘Dio è con noi’) ma anche nei Vespri: se mi consentite un piccolo volo pindarico nella Cabala Fonetica, Vesper mi porta a pensare a Esperia, alla Stella del Vespro ovvero Venere, l’Astro del quale dobbiamo (anche) aver la ‘benevolenza’ per le nostre operazioni, assieme a Diana Cornuta. D’altra parte Monteverdi ha scelto proprio i Vespri della Beata Vergine per tramandare in un magnifico affresco sonoro le proprie conoscenze alchemiche.

Il testo ha disposizione diversa nelle varie fonti: eccone una, diversa da quella del video, ma molto suggestiva (la strofa iniziale è riportata in fondo):

1. Veni, O Sapientia,
Quae hic disponis omnia,
Veni, viam prudentiae
Ut doceas et gloriae. Refrain

Refrain:
Gaude, gaude, Emmanuel
Nascetur pro te, Israel.

2. Veni, Veni Adonai!
Qui populo in Sinai
Legem dedisti vertice,
In Majestate gloriae. Refrain

3. Veni, O Jesse virgula,
Ex hostis tuos ungula,
De specu tuos tartari
Educ et antro barathri. Refrain

4. Veni, Clavis Davidica,
Regna reclude caelica,
Fac iter tutum superum,
Et claude vias inferum. Refrain

5. Veni, Veni O Oriens!
Solare nos adveniens,
Noctis depelle nebulas,
Dirasque noctis tenebras. Refrain

6. Veni, Veni, Rex gentium,
veni, Redemptor omnium,
Ut salvas tuos famulos
Peccati sibi conscios. Refrain

7. Veni, Veni Emmanuel!
Captivum solve Israel!
Qui gemit in exsilio,
Privatus Dei Filio.

Bella l’invocazione inizale alla Sapienza (Sophia), che venga a disporre tutte le cose, non meno suggestiva è la seguente invocazione alla Prudenza, che dev’esserci maestra. Tralasciamo (non perchè non sia consonante alla nostra Cerca, anzi) il secondo versetto, perchè il successivo è assolutamente risplendente  di significato: la virgula di Jesse, ovvero la piccola verga, che sappiamo essere un bastone di legno che miracolosamente fiorì, è ciò che ci occorre per trarre fuori dall’antro ‘i tuoi’ (il riferimento qui è al popolo di Israele che viene liberato dagli antri infernali e dal baratro), ma che suona molto come un’indicazione operativa per un componente essenziale delle nostre operazioni. C’è poi (subito dopo) un accenno alla chiave che racchiude le cose celesti (o celate) e che rende tutto ‘superno’, escludendo il male e le cose infernali: anche qui, ci si potrebbe addentrare in un’esegesi ulteriore, ma il terreno è infido e dispongo ancora di poca luce per percorrerlo. Che dire poi del solare Oriente, che appare dopo le tenebre che debbono essere dissolte? Maier, sapete, ci parla del Vulture in cima al monte (l’Orografia è la scienza delle montagne), che viene portato dal vento d’Oriente, ed è simile al corvo (nero come la notte di cui vanno dissipate le tenebre, pur necessarie) capace di volare senz’ali.

Molto bella anche questa interpretazione, che avvalora la tesi che la melodia sia antica, se non quanto il testo, per lo meno d’epoca anteriore al XVI secolo: qui è eseguita una prima volta in stile ‘Discanto’, con la creazione di un’altra voce secondo le regole contrappuntistiche medievali (stile Marchetto da Padova, se mi si consente l’esempio), poi in un’armonizzazione con strumenti di sapore Quattrocentesco ed infine in stile polifonico del Cinquecento.

Vi lascio alle vostre riflessioni (che mi auguro vogliate condividere) richiamando l’ultimo (o il primo) versetto: non è curioso che per liberare Israel (che è tenuto prigioniero) si debba ricorrere ad una ‘soluzione’?

Buona Cerca a tutti…

Chemyst