S. Nicolò a Treviso

Cari Amici e  Compagni Cercatori,

poichè sembra che il filone architettonico – iconografico vi appassioni molto, data l’impennata di ‘click’ e di commenti dopo le belle suggestioni architettoniche del caro Tonneau Rouge, eccomi a lanciarvi un’altra possibile ‘pista’. Devo in parte lo spunto anche ad ETN, che possiede su FB una bella immagine sicuramente di significato ermetico, dalla quale è scaturita la mia curiosità: eccovela, è una decorazione dell’abside della Chiesa di S. Nicolò a Treviso. I numeri ci sono tutti: la Stella a sei punte è l’emblema della Grande Opera, e volendo giocare di ‘numerologia’, abbiamo la ‘fusione’ di acqua e fuoco, rappresentati dai due triangoli che formano la stessa, al centro della quale si n ota un fiore a tre petali (i tre principi?). Ai quattro angoli poi vi sono altrettanti analoghi fiori a tre petali, a testimonianza dei quattro elementi, in relazione ai quali il fiore descritto prima e posto al centro ne rappresenta la quintessenza. La stella è poi inscritta in un cerchio, simbolo della ciclicità del tempo e dell’essere… ma sono sicuro che alcuni di voi potranno trarne altri significati.

La chiesa di S. Nicolò fu edificata su ordine di PapaBenedetto XI, e le sue grandi dimensioni sembrano legate alla volontà dello stesso di spostare la sede papale a Treviso: ma ecco le annotazioni di ETN che riporto fedelmente: Papa Benedetto XI (al secolo Nicolò Boccasino di Treviso) aveva l’intenzione di portare il Vaticano proprio a Treviso, non sentendosi più sicuro a Roma. A tal fine aveva incominciato a costruire la chiesa di S.Nicolò che all’ epoca era una delle più grandi del mondo! Benedetto XI probabilmente s’ interessava di alchimia (a lui il grande alchimista Arnaldo da Villanova aveva dedicato nel 1303 il suo testo ermetico SEMITA SEMITAE ); una possibile prova di tali interessi dovrebbe essere data dai simboli ermetici posti sulle absidi di S.Nicolò. Il papa ebbe come cubicolario JACOPO da MONCUCCO, il Gran Maestro dei Templari Italiani dell’ epoca ma…nel 1305 morì improvvisamente, avvelenato da fichi riempiti di polvere di diamante! Si disse che il mandante dell’omicidio fu il re di Francia Filippo il Bello che dopo aver annientato i Templari spostò ad Avignone la sede del Papato”.

In effetti le proporzioni della chiesa sono davvero ragguardevoli:  eccovene uno scorcio parziale della navata. La Chiesa di San Nicolò fu costruita ai primi del ’300 dai Domenicani anche grazie ai cospicui lasciti del frate Niccolò Boccalino, più noto come Papa Benedetto XI. La Chiesa sorse ai margini di quella che era la zona più urbanizzata di Treviso, verso Ponente, al di là della quale vi erano soprattutto terre incolte. La storia dell’edificazione della Chiesa fu segnata dal crollo della torre campanaria che demolì buona parte delle cappelle sottostanti e da un’interruzione causata dalla peste che colpì Treviso nella prima metà del XIV secolo. Con le sue forme semplici, ma allungate verso l’alto, con le massicce murature perimetrali appena rotte da sottili feritoie da dove una luce entra temperata dalle antiche vetrate, la Chiesa di San Nicolò segna un momento di transizione tra il robusto stile romanico e l’elegante gotico di origine transalpina. Le colonne, che dividono lo spazio interno in tre ampie navate, reggono un tetto in legno a sezione circolare, diventando supporto a pitture a fresco di Tommaso da Modena (seconda colonna di sinistra) e di altri artisti della sua scuola. San Cristoforo Le navate della Chiesa si concludono su tre absidi; la principale che è il presbiterio, raccoglie il suo momento sepolcrale di Agostino Onigo la cui parte scultorea è di Antonio Rizzo e quella pittorica del Lotto. Sulla parete perimetrale della navata di destra vi è un organo del Callido affiancato da un grande affresco di San Cristoforo alto fin quasi alle capriate. Nell’attiguo Capitolo dei Domenicani vi è un grande affresco che prende l’intero perimetro del grande vano rappresentante i Domenicani illustri ognuno inquadrato entro una propria nicchia – studiolo. L’opera è di Tomaso da Modena e rappresenta un momento di revisione stilistica oltre che iconografica del modo di rappresentare alla maniera grottesca.

Che poi Benedetto XI si interessasse di Alchimia, non deve suonare curioso: altri Papi lo fecero, fra i quali, poco dopo di lui,  l’Avignonese Giovanni XXII. A possibile conferma di questo, nella sala dell’annesso Seminario campeggia un grande affresco che riproduce i grandi santi domenicani (come Benedetto) e fra questi un altro grande Alchimista: Sant’Alberto Magno. L’affresco è opera di Tommaso da Modena. Spero davvero che possiate trovare altre tracce fotografiche che la mia ricerca sul Web non ha colto, e che possiamo commentarle assieme.

Chemyst

Alchimia, da dove cominciare?

Non è semplice un’introduzione del genere, in una ‘dimensione’ da post di blog: ho cercato in rete e, in uno dei tanti forum ho trovato questo contributo di un tal ‘kamikaze’ che, seppur molto limitato, fornisce una prima inquadratura dell’Alchimia in Occidente. L’ho modificato solo in piccola parte, ed aggiunte e chiose saranno benvenute.

L’ ALCHIMIA EUROPEA: crepuscolo del medioevo e fucina del rinascimento

L’alchimia metallica (via secca) e quella degli Elixir o Quintessenze (via umida) fu riscoperta nell’occidente europeo nel tardo medioevo, in gran parte dalle traduzioni della Alchimia dell’era della Magna Grecia e dalle tradizioni scientifiche arabe introdotte in Sicilia ed in Spagna.

Ancora per motivi religiosi dovuti alla difficoltà di integrazione con le concezioni sviluppate nell’Islam, gli studi alchemici furono proibiti dalla chiesa cristiana e gli alchimisti perseguitati e condannati dalla sacra inquisizione. Solo nel periodo del tardo medioevo in europa, in alcuni casi rimasti famosi, gli studi alchemici furono approfonditi da personaggi potenti sia tra la nobiltà che nella sfera ecclesiastica, tra essi:
1. Alberto Magno (1193-1280),
2. Ruggero Bacone (1214-1294),
3.Tommaso D’Aquino (1226-1274).
4. Cecco d’Ascoli (autore del libro alchemico “L’Acerba”, non essendo un potente, fu messo al rogo a Firenze il 17 Luglio del 1327),
5. Raimondo Lullo ( Ramon Llull di Palma de Majorca 1232-1315) discendente di un antico casato aristocratico e pertanto vicino alle leve del potere, fu uno tra i più famosi alchimisti europei; egli tentò una interessante giustificazione della Alchimia in relazione al concetto di “libero arbitrio” dell’uomo, così da farla accettare nell’ambito della teologia della chiesa cristiana. Nel “Liber de segretis naturae seu de quinta essentia” il ragionamento di Lullo in favore dell’Alchimia fu all’incirca il seguente:
“Dio non può fare quello che vuole, … perchè Egli può esercitare solo il bene” L’uomo invece può incorrere nel male perché ha a disposizione solo il calore del fuoco, per portare a purezza le cose terrene, ma con l’aiuto dei principi essenziali e con la fede potrà in futuro concepire e realizzare delle “trasmutazioni” naturali come già è in grado di compire utili trasformazioni artificiali degli elementi naturali.

Perciò la Alchimia, che è la vera arte nel promuovere il sapere, non può essere condannata dalla Chiesa, in quanto la scelta tra il bene ed il male appartiene al libero arbitrio dell’uomo; quest’ultimo è frutto della sua ignoranza, ma l’ignoranza umana stessa è stata voluta dalla giustizia di Dio e quindi è un bene dal punto di vista del Dio Padre Onnipotente.

Quindi l’uomo può sbagliare provando e riprovando nella ricerca della Purezza, mentre Dio non può aver fatto assolutamente alcun errore né alcuna ingiustizia. Sulla base di tale ragionamento e convinzione

Raimoldo Lullo è rimasto famoso sia per la revisione di molti errori che egli attribuì ad errate convinzioni alchimiche di alcuni suoi contemporanei e predecessori, sia per la sua tenacia nel difendere e divulgare gli studi alchemici.

In seguito , pur lentamente gli studi alchemici sulla “trasmutazione” degli elementi, ottennero anche per il lavoro di difesa e di chiarezza impostato per primo da Raimondo Lullo, una profonda trasformazione concettuale che permise di realizzare in occidente lo sviluppo dell’alchimia in scienza chimica.

Firenze fu uno dei centri di sviluppo della Alchimia Rinascimentale proprio in quanto Cosimo I° dei Medici (1517-1574) fece tradurre e diffuse prima in latino e poi in volgare il “Corpus Alchemico” di Ermete Trimegisto. Cosimo dei Medici volle così importare a Firenze una nuova cultura in modo da rendere libera la Toscana dalle influenze del potere temporale dei Papi e quindi fu mecenate del rifiorire di una nuova cultura rinascimentale che ebbe origine da un processo di integrazione della antichissima cultura alchemica con la emergente capacità produttiva artigianale fiorentina nella fusione dei metalli, nella preparazione e la fissazione dei coloranti per le stoffe e gli arazzi e nella preparazione dei medicamenti in farmacia da parte della potente corporazione fiorentina degli “speziali”. L’alchimia fu vista dal casato dei Medici come una cultura globale e quindi più adatta a salvare il mondo perfezionandone la sua natura, ivi compresa quella umana, con una finalità non limitata alla salvezza dell’uomo, come richiedeva la tradizionale impostazione culturale dell’alchimia di indole mistica; in tal senso la riscoperta della alchimia ermetica fu considerata a Firenze una utile componente di un processo di rinnovamento culturale capace di superare il medioevo.

Il risultato più evidente di un tale processo di integrazione culturale, tra alchimia ermetica e “arti e mestieri” del rinascimento, fu infatti quello di iniziare a mettere in dubbio l’utilità delle concezioni aristoteliche, che avevano rappresentato la cultura scientifica dominante nel medioevo, la quale si era perfettamente integrata nella tradizione cristiana ufficialmente accettata dalla Chiesa di Roma.

Con il Rinascimento Fiorentino inizia una riflessione quanto mai prammatica sul concetto di “trasmutazione in oro”, che con ogni evidenza fino ad allora era risultato impossibile da sperimentare. Anziché ritenere colpevoli le conoscenze raggiunte, intelligenze del calibro di Leonardo Da Vinci (1452-1519), iniziarono a ritenere impossibile, il fatto che, le deboli forze messe in giuoco dal fuoco, quale agente di trasformazione, potessero condurre al raggiungimento di un puro stato di “nigredo”, capace di disciogliere qualsiasi sostanza e raggiungere lo stadio di “materia prima”, in quanto solo tale stato di perfezionamento della fase iniziale delle trasformazioni, avrebbe permesso di ricombinare la materia e raggiungere effettivamente la “trasmutazione” qualitativa degli elementi in oro.

Piuttosto che approfondire tali critiche, che in seguito condussero a nuove forme di pensiero ed al recupero della teoria Atomistica ad iniziare dal libro di Robert Boyle (edito nel 1661), nella Firenze Medicea fu vincente la prassi delle Arti e Mestieri che, con Vannoccio Biringuccio – (scrittore del Libro “De La Pirotechnia” -Siena 1540), Benvenuto Cellini e molti altri, favorirono in Toscana la crescita il Rinascimento Italiano creando una scuola di artigiani ed artisti famosi nel saper adoperare l’arte del fuoco per fabbricare vetri, fondere metalli, produrre nuovi coloranti, sperimentare nuovi medicamenti .. sviluppando gli insegnamenti della antica Alchimia.