La Rugiada di Jean Richafort

Con il nome di “Richardfort” il fiammingo Jean Richafort, quasi a legittimare la sua appartenenza a quel gruppo di compositori che sempre di più ci paiono vicini ad un certo sentire alchemico, almeno a giudicare dalle scelte testuali adottate e dalle corrispondenze (spesso legate ad affinità di scuola e di stile) con altri autori simili, compare nel primo dei due elenchi di compositori “sognati” da Priapo nel fantastico Pantagruel (libro V) dell’adepto Francois Rabelais.

Allievo del grande Josquin Desprez, del quale ha assorbito lo stile e per cui ha composto un dolcissimo quanto sereno Requiem,

Richafort ha destato la nostra attenzione questa volta non per un testo sacro, come il suo maestro ed altri della sua e delle successive generazioni fiamminghe di compositori hanno fatto, bensì perché ci siamo imbattuti, nel database IMSLP/Petrucci, nel titolo di una sua Chanson a tre voci miste: “La Rousee du mois de May“. Conoscevamo questo titolo ed il relativo, apparentemente banale, testo, da un’anonima chanson rustique del XV secolo che abbiamo in passato anche registrato su CD.

La composizione di Richafort, con ben altra maestria compositiva, riprende tuttavia proprio questa chanson che gli era evidentemente nota (tema e modo coincidono con esattezza) e ne viene fuori una delizioso setting del quale, purtroppo, non ci sono note registrazioni. Ho cercato di rimediare costruendo un file MIDI che, se non rende quanto un’esecuzione dal vero e priva com’è anche delle parole, è comunque in grado di evidenziare la maestria compositiva di Richafort. Musicalmente rispetta sia il tema che l’impianto strofico originari, con uno schema ‘A – B – A’. Utilizza sia l’imitazione sia la parafrasi all’interno di tre voci pari (il tema originale, senza variazioni ritmiche, lo ripropone soltanto dalla battuta 12, affidandolo alla seconda voce). Analogamente all’originale quattrocentesco, egli sceglie di comporre per tre voci, ma a differenza di esso nelle chiavi di Alto, Tenore e Basso: ne risulta una sonorità più grave, e l’impressione che a parlare qui sia un individuo di sesso maschile. Per chi volesse, ecco un link al MIDI:

https://www.dropbox.com/s/6h49mvbwn5q4swe/rousee.mid?dl=0

Il testo è il seguente:

La rousée du mois de may

M’a gasté ma verte cotte. 

Par un matin m’y levay

En un jardin m’en entray;

Dites vous que je suis sotte?

La rousée du mois de may

M’a gasté ma verte cotte. 

Il testo differisce da quello della Chanson originaria soltanto poiché in essa la (il) protagonista entra nel proprio giardino (‘mon jardin‘). Tuttavia, di un giardino si tratta: se può apparire una banale ambientazione (in un giardino di mattina a maggio si può ben trovare della rugiada posata sui fiori e sull’erba), abbiamo in questo breve testo una concentrazione di elementi che sicuramente può far pensare all’Alchimia.

Sappiamo bene infatti che la rugiada di maggio (ros maialis) è espressione ricorrente in vari testi a noi cari, e per di più anche una certa iconografia sembra indicarci questo come un periodo proficuo:

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Anche il giardino è metafora o allegoria ricorrente, al punto da dare titolo ad alcuni trattati (Rosario dei Filosofi, ad esempio, anche qui il richiamo alla Rugiada attraverso la facile cabala ‘rose – rosee‘ collega strettamente i due concetti), e spesso questo giardino è un luogo appartato, chiuso da chiavi segrete che bisogna possedere e porte da aprire, alcune enunciate in chiaro (‘… e l’umiltà la porta del loro giardino… Valois, XV secolo), ed anch’esse oggetto di specifica iconografia (es. Michael Maier, Atalanta Fugiens, Emblema XXVII):

Il Giardino dei Filosofi, insomma, rappresenta un luogo segreto, separato, discreto, il cui accesso è in fondo lo scopo stesso del Cercare alchemico: forse una differente manifestazione, forse una di quelle dimensioni straordinarie dalle quali toglie per un attimo il velo Paolo Lucarelli nelle sue Lettere Musulmane… Ogni tanto ci penso, con un brivido sottile.

C’è un ulteriore elemento, tuttavia, che mi incuriosisce da sempre: la presenza di una ‘verte cotte‘, una veste verde, o anche una ‘corazza verde’. Questa locuzione è presente in un’altra Chanson, anch’essa apparentemente innocente, perfettamente aderente allo stile leggero ed al tema erotico che caratterizzano il genere della Chanson Parisienne del Cinquecento. Senonché, intanto scopriamo che l’autore è Clement Janequin, anch’egli presente nel citrato passo di Rabelais, suo contemporaneo e amico, poi notiamo che essa (inusualmente per una chanson di questo tipo) è scritta in tempo ternario, ed infine vi ritroviamo questa famosa ‘verte cotte’ che in questa occasione non viene ‘gastè’ (da chi? da cosa?) ma sfilata via  dall’amante della gioiosa protagonista che ha compiuto tre salti lungo la strada…

Resta quindi la domanda: perché, o in che modo, la rugiada del mese di maggio guasta una veste verde? Mi viene da pensare che la fanciulla (o il giovane) che vada nel giardino all’alba lo faccia per incontrare l’amato, o l’amata, e che nel congiungersi vada in qualche modo alterata questa veste verde con cui essa (o egli?) si introduce nel giardino, semplicemente (figurativamente) per il fatto di giacere in terra.

 

Il tema della rugiada è caro agli alchimisti di ogni tempo, per una ragione evidente e per altre più nascoste: molto si è detto, soprattutto grazie alle immagini del Mutus Liber, sul come raccogliere un importante sale necessario a varie operazioni filosofiche e che ancora oggi può essere così raccolto (sia pure con gran fatica) e questa è la ragione più evidente.

Le altre, sulle quali lascio il cercatore il compito e la gioia di indagare, sono legate al perché quel sale debba essere in qualche modo preparato e raccolto per essere adatto agli scopi cui la natura l’ha destinato. Anche questo, a ben guardare, lo trovate nel Mutus Liber, ed è mostrato in tutta evidenza.

Non vorrei dilungarmi oltre sulla Rugiada, altri Cercatori più documentati e più esperti lo hanno già fatto con maestria, ad esempio qui:

https://nemocap.wordpress.com/2008/12/27/la-rugiada-del-mutus-liber/

Io, al mio solito, ho solo voluto indicare che, forse, in tempi meno bui, qualche Musico allegro ha sentito l’impulso, forse sussurrato da una Dama tanto bella quanto invisibile ai più, a tramandare, forse inconsapevolmente (o forse di proposito), fino a quest’epoca triste, qualche perla di saggezza, rivestendola di meravigliose note musicali.

Dite voi ch’io sono matto? Lo dice anche la chanson:

Dites vous que je suis sotte?

Un saluto ed un sorriso a tutti i Cercatori

Chemyst

 

Considerazioni sul parlar d’Alchimia

Cari Cercatori,

in questi stranissimo tempo mi capita di percepire tanti segni contrastanti.

Da un lato, sento vicini tanti amici che condividono il mio amore per l’Alchimia, di gran parte di essi posso dire di percepire inoltre una profonda sincerità di sentimento, di alcuni di essi posso dire che affiderei loro il mio cuore e la mia vita, e che li considero davvero come Fratelli.

Dall’altro, avverto anch’io come una volontà contraria, un costante ostacolo ai miei sforzi di progredire nello studio che non posso attribuire se non in piccola parte agli anni, o alle contingenze della vita quotidiana, o alle responsabilità del lavoro che mi sostenta.

Se è vero che sorgono qui e là nuove iniziative, nuove occasioni di confronto e di conoscenza, come le conferenze e gli incontri di Alchimia, tutti da parte di validissimi Cercatori, è vero anche che si avverte quasi un’ansia di condivisione, quasi un presentimento che questa difficile Arte possa a breve di nuovo sparire dalla Storia e lasciare spenta quella Fiammella ininterrotta che, riaccesa magistralmente da Fulcanelli, è giunta fino a noi neofiti attraverso Canseliet, Lucarelli, Gratianus ed i suoi ultimi fedeli epigoni.

Ancora di recente ho sentito da un lato un Maestro esporsi generosamente, de visu (ovvero ‘mettendoci la faccia‘), ed esporre delicatissimi e fondamentali punti di dottrina, frutto di un’esperienza di svariati decenni in Laboratorio, e sentirlo porre in dubbio, oppure, peggio ancora, vedere incomprese quelle verità che soltanto lui, con la sua autorevolezza, poteva decidere di divulgare, sulla scia del suo Maestro: parlo di Gratianus, che ho avuto il privilegio di conoscere ed ascoltare a Roma.

Perchè ne parlo solo oggi? Non lo so, oggi ne avverto la necessità, ne ho l’occasione e la forza. Ne sento – anche – il dovere, e mi hanno suggerito di ascoltare sempre questi ‘impulsi del cuore‘. Ho assistito (con molta tristezza e sgomento) alla riapertura di luoghi virtuali un tempo scrigno prezioso di conoscenza e condivisione, ed al contemporaneo riaccendersi di livori e rivalità che nulla possono aver a che vedere con un Amore sorridente e pacifico come quello per la Dama: ancor più triste  è vedere quel medesimo luogo di nuovo abbandonato una volta cessate le ‘ostilità’.

Qualche tempo fa lanciai un grido di dolore verso tutto ciò, qui, più o meno per le medesime ragioni: oggi sono in una condizione diversa, so anche di aver fatto qualcosa contro queste avversità e di aver conseguito qualche buon risultato; so anche di aver fatto qualche ulteriore piccolo passo in avanti, a dispetto delle difficoltà, e sono quindi più sereno rispetto allo scorso ottobre.

Tuttavia, sempre più mi trovo ad esercitare cautela ed a sentirmi in allerta vedendo che tanti, ancora, tentano di condurre azioni indegne verso  cercatori inesperti e verso la stessa conoscenza di quest’Arte sublime. Che bizzarria, e che peccato, quando tutta l’attenzione e di chi cammina su questo Sentiero, dovrebbe essere rivolta verso i tesori e le meraviglie che ogni giorno troviamo nei libri e che presto o tardi verificheremo in Laboratorio! ‘Dov’è Alchimia è Senno, Serietà, Benefizio e Giubilo’: così conclude Paolo Lucarelli la sua Introduzione al Mistero delle Cattedrali!

L’Arte si difende da sola, lo so, non ha bisogno di un piccolo alfiere come me: ma è giocoforza di ogni appassionato essere diviso fra la necessità, sempre più pressante, di riservatezza (che deriva dalla consapevolezza di COSA si stia man mano scoprendo) e la volontà affettuosa di condivisione di che è più indietro.

Capita allora – e un po’ sorrido, un po’ me ne rattristo – di passare da una condizione in cui amorevolmente esser stato rimbrottato per aver ‘detto troppo’a quella in cui avrei ‘detto troppo poco’.  Questo accade, curiosamente, con mezzi differenti da parte di persone differenti: ecco allora, di volta in volta,  che appartengo ad una ‘Scuola’  che non vuole condividere, oppure mi si chiede a che pro scrivere e partecipare se non si vuol rivelare cose che non hanno motivo di essere celate (ah no?), e chi più ne ha più ne metta. 

Oggi sorrido, con una sfumatura di tristezza, e penso di aver sempre cercato di dire qualcosa, consapevole di non essere ancora padrone di un corretto modo di esporre, e di cercarlo – con prudenza – ogni giorno: di più non riesco a fare, non voglio andare oltre quel che mi suggerisce il cuore, e d’altronde non posso offrire più di quanto io abbia ricavato dallo studio, senza averlo ancora verificato con la pratica. Comunque cerco, e quando posso lo faccio con l’aiuto delle mie conoscenze di musica, che spesso i Maestri del passato hanno usato come mezzo per dire  non dicendo, come prescrive la fedeltà a quest’Arte, detta spesso ‘di Musica‘, non a caso.

Ebbene, a coloro che hanno frainteso, o che fraintendono, le mie intenzioni, non posso che continuare ad offrire quanto posso dare a mio modo, confermando il mio intento benevolo e ricordando due cose: quello che dice Valois, ovvero ‘La Pazienza è la scala dei Filosofi, e l’umiltà la porta del loro giardino‘, e quello che mi diceva il mio maestro di Solfeggio: ‘Non sono difficili tanto le note, quanto le pause‘.

E sono importanti anche quelle, nell’Arte di Musica.

Chemyst

Una piacevole lettura

Cari Amici,

la cerca è lunga e difficile, oltre che appassionante ed affascinante.

Non sembri perciò frivolo fermarsi e leggere un bel libro, che parli delle cose a noi care, ma solo come sfondo e pretesto per una trama avvincente.

E’ il caso del libro di Fabio Delizzos, al suo esordio da scrittore di thriller, che con ‘La setta degli Alchimisti’ gioca su due piani temporali lontani e paralleli, ma che alla fine si congiungono, mostra una sorprendente facilità narrativa, senza rinunciare ad una attenta ambientazione storica, descritta con essenzialità ma con precisione: forse ad un Cercatore sulle orme di Ermete non sarebbe dispiaciuto un soffermarsi sul particolare, o su una citazione, ma l’Autore sa di scrivere un libro da leggere, possibilmente d’un fiato, e non se lo può permettere. Non che non potrebbe, almeno questo è il sospetto che mi è venuto, dato che alcune nozioni sono circostanziate e soprattutto alcuni concetti fondamentali (e spesso sottovalutati e accantonati anche da molti studiosi), ovvero il carattere Sacro dell’Alchimia, e la precisa ‘scelta di campo’ dell’ Alchimista quando decide di caricarsi di un così pesante fardello. Tutto questo non è così scontato, come dicevo: persino ai “Colloque Eugene Canseliet” organizzati alla Sorbonne in onore dell’Adepto scomparso, spesso mancava il riferimento al Sacro ed a Dio, e Paolo Lucarelli (altro compianto Innamorato dell’Arte, dalla statura quantomeno paragonabile al suo Maestro) in un intervento apparentemente disincantato, a tratti canzonatorio, ma a leggerlo e rileggerlo invece di profondo valore didattico alchemico, se ne lamentò, e fra una battuta ed un ossequio (a Laplace, per esempio) ripercorre l’intera Grande Opera, concludendo così: “La pazienza è la scala dei Filosofi, e l’umiltà la chiave della porta del loro Giardino. Chi persevererà con pazienza ed umiltà, Dio gli farà misericordia”.  E Delizzos questo l’ha colto, immagino leggendo su ‘buoni libri’, e non si è accontentato: ha affidato il ruolo di protagonista ad un musicista realmente esistito, Gaspar Sanz, della Cappella Reale di Spagna, che ha scritto pregevolissime musiche per chitarra barocca, come questa (per la verità un po’ arricchita, ma eraprassi anche all’epoca…):

Chi era Gaspar Sanz? Ecco Wikipedia:

Gaspar Sanz, pseudonimo di Francisco Bartolomé Sanz Celma (Villa de Calanda, 4 aprile 16401710), è stato un presbitero, compositore e chitarrista spagnolo. Laureato in teologia all’Università di Salamanca. Secondo alcuni studiosi è stato il miglior teorico spagnolo del XVII secolo sulla chitarra. Fu maestro di chitarra di Don Juan de Austria al quale dedicò la sua famosa “Instrucción de música sobre la guitarra española” (suddivisa in tre libri), il titolo originale era:

“Instrucción de Música sobre la guitarra española y Método de sus primeros rudimentos, hasta tañerla con destreza, con dos laberintos ingeniosos, variedad de sones y dances de rasgueado y punteado, al estilo español, italiano, frances y inglés, con un breve tratado para acompañar con perfección sobre la parte muy esencial para la guitarra, arpa y organo, resumido en doze reglas y exemplos los mas principales de contrapunto y composición, dedicado al Serenissimo Señor , el Señor Ivan, compuesto por el Lecenciado Gaspar Sanz, aragones, natural de la Villa de Calanda, Bachiller en Teologia por la Insigne Vniversidad de Salamanca”.

Si pensa morì a Madrid nel 1710.”  Ma Delizzos, come leggerete, non concorda con quest’ultima affermazione…

Se a qualcuno questo nome risulterà nuovo, ascoltando bene il video precedente potrebbe forse riconoscervi la melodia, utilizzata da tre grandi del ‘Progressive’ anni ’70 (grazie, Paolo, per la segnalazione):

…oppure, per quelli più legati alla musica italiana, individuare una canzone di un cantautore nostrano, grande ‘riciclatore’ di musica antica:

Sorprendente, inoltre, è stato per me apprendere che Fabio Delizzos è un chitarrista, e possiede anche una chitarra barocca. Questo rende ragione della competenza con la quale parla di musica, come ambienta il concerto con il sopranista, e come immagini un modo di trasmettere un messaggio tramite una partitura criptandolo nell’intavolatura. Cosa non impossibile, certamente: un intero trattato di Alchimia si cela nelle 50 fughe dell’Atalanta Fugiens di Maier, e lo stesso Sans nel frontespizio sopra riprodotto parla di ‘Due labirinti ingegnosi’, ed è un Labirinto quello che accoglie i visitatori a Chartres, quello splendido libro di pietra… sulla Pietra. Ma divago: tornando al libro, vi si possono trovare spunti per riflessioni alchemiche e non, si può sorridere su qualche particolare, come l’idea della Materia Prima, o sulle modalità di assunzione dell’Elisir, ma le idee chiare sulle opzioni della Grande Opera ci sono tutte e tre: l’Elisir o Medicina Universale, la Lampada Perpetua e la Polvere di Proiezione. Anche se, forse, non è tutto qui, ma questa è un’altra storia… Per ora godetevi il libro.

Saluti a tutti…

Chemyst

In cammino nel Bosco…

Cari Compagni ed Amici,

riflettere sul nostro Cammino è parte della Cerca stessa, che come sappiamo è solitaria e molto, molto impervia, sebbene costellata di sprazzi di gioiosa intuizione sparsi qua e là, in momenti/luoghi inattesi. tuttavia il sentiero nel Bosco è tortuoso, e lascia spazio ai passi di un solo Cercatore alla volta. E’ vero, si interseca abbastanza spesso con altri sentieri, ugualmente stretti, sui quali riconosciamo l’orma di un piede noto, oppure ci imbattiamo in quella di uno sconosciuto. Difficile dire, dall’orma, se quel Cercatore ha cuore sincero, e quanto e cosa abbia compreso.

A volte, per caso (… ma quale caso???), si incontra ‘de visu’ un Cercatore in carne ed ossa. Lì si può guardare negli occhi chi si ha di fronte, e con semplicità e gioia si può condividere il peso e le soddisfazioni della Cerca: direi che la mia esperienza di cercatore è ancora piccola, ma ho imparato che chi ha costantemente a che fare con l’Alchimia (e con tutto quanto questo comporti…) difficilmente ha un cuore  insincero, il più delle volte invece, per quanto possa comunque essere un uomo di carne ed ossa, pieno di contraddizioni e di umanissime debolezze, è un uomo sincero e buono.

Per di più, le difficoltà insite nella Cerca ne sviluppano il senso di solidarietà verso gli altri, soprattutto verso coloro che si trovano più indietro, li investono di un profondo desiderio di condivisione delle proprie conoscenze e dei propri risultati: in fondo è anche una testimonianza della bontà e della veridicità  dell’esperienza Alchemica, che per i neofiti è un incerto atto di Fede…

Ma non si può…


SCIRE, AUDERE, POTERE, TACERE

questa è la regola inviolabile cui sono sottoposti gli Adepti, ed anche coloro che  colgono qualche traccia importante sul Sentiero.

Paolo Lucarelli ha sottolineato l’incongruità del verbo ‘Potere’ in Italiano all’interno di altri tre in Latino, perlomeno nell’enunciazione che ne fa Fulcanelli al termine del Mistero delle Cattedrali, ma questa, forse, è un’altra storia, da considerare con attenzione come ogni singola parola del Maestro.

Resta comunque la sostanza: è fatto divieto a chiunque di divulgare apertamente conoscenze alchemiche che devono restare segrete, e per questa ragione la letteratura alchemica è così… ermetica!

Tuttavia, essa non è altro che la soluzione individuata dagli stessi Adepti fra il divieto di divulgare e la volontà, quando non addirittura la necessità, di passare il ‘verbum dismissum’ agli indispensabili neofiti che potranno forse, un giorno e se i Fati e gli Astri saranno propizi, discernere quanto viene velato, svelato  e rivelato più e più volte in un testo alchemico.

E’ quella sottile linea che passa fra i quadrati bianchi e neri del pavimento a scacchi del Tempio, sempre in bilico fra il Bene ed il Male, fra la colpevole divulgazione agli indegni e la Tradizione della conoscenza ai discepoli. Curioso, a questo proposito,  è il notare che Tradizione e Tradimento hanno come radice etimologica il verbo Tradeo, che significa tramandare, ma anche andare oltre, forse troppo oltre…

Una linea virtuale, ovvero fisicamente inesistente se non per contrasto, ma perfettamente intellegibile, e tuttavia sottile com’è la conoscenza ermetica.

In ogni caso, un passo al di là dell’apparenza della realtà quotidiana, almeno così come ce l’hanno raccontata e rappresentata, i Cercatori l’hanno fatto: per questo essi provano, talvolta per non dire sovente, un senso di smarrimento determinato dalla perdita, o meglio dalla volontaria rimozione dei punti di riferimento consueti e dall’evanescenza, dalla latenza ed ncostanza della percezione di quei nuovi, fra l’altro stupefacenti, riferimenti che vengono da Altrove.

Cosa fare, allora? Fermarsi, riflettere… a volte il confronto con l’evidenza alchemica è abbacinante, a volte è solo la fuggevole impressione di essere prossimi alla comprensione di un mistero, comprensione che beffardamente ci sfugge per non tornare, apparentemente, mai più…

E’ qui che l’aiuto dei Compagni di viaggio è prezioso: ‘Continuate a camminare nel Bosco’ è quanto un amico prezioso ripete ogni tanto, forse quando, grazie ai suoi sensi più acuti, ci penetra nell’animo ed empaticamente ci sente vacillare. E così si riprendono in mano i Libri, quelli buoni, e si torna sui propri passi con umiltà (lege, lege, lege, relege…), e si trovano, sempre, proprio là dove ci si è soffermati a lungo, dove si sono presi appunti, dove si è scavato, nuove gemme e nuova Luce.

Oppure se ne parla assieme, in rari felici incontri segreti, oppure in meno rare e profonde, ma pur sempre giosiose, conversazioni tematiche: qui si pongono domande (alcune delle quali restano senza risposta), si ottengono suggerimenti, indizi, piccole indicazioni, semplici parole che subito (raramente) o in seguito (qualche volta) risuonano nella mente ed aprono nuove porte…

Ma quant’è lungo il Cammino! Eppure ‘Oggi, oggi, oggi sono le Nozze del Re!’

Occorre affrettarsi…

Noldor

La solitudine del Cercatore

E’ scritto e prescritto, e qualora non lo fosse la stessa complicata maniera di scrivere degli Adepti ne è dimostrazione, che chi si addentra nello studio dell’Ars Regalis (e ne acquista qualche conoscenza vera) debba serbarla sepolta dentro di sè.

Condivideva questa linea il fisico francese Bergier, che incontrò Fulcanelli (beato lui…) all’indomani delle prime esperienze in campo atomico e venne da questi messo in guardia contro i pericoli di tale percorso. Bergier non ne fu, come farebbero molti cattedratici parrucconi, indignato nè tantomeno infastidito, al contrario lo ascoltò con attenzione e ne ricevette una profonda impressione, tanto che pare ebbe a commentare: “Anch’io sarei riservato se sapessi costruire una bomba all’idrogeno sul fornello di casa”.

E’ infatti del tutto evidente che l’Alchimia, una volta che ne sia compresa la sua essenza, conduce ad una tale conoscenza dei meccanismi di natura da permettere (in singolari ed appropriate condizioni) di modificare la struttura stessa della materia, o di abbreviarne di qualche centinaio d’anni il processo evolutivo… e questa è un’altra cosa su cui riflettere.

E’ umano, infatti, e causa di molte illusioni e fallimenti, andare subito con la mente alla possibilità di immense ricchezze a partire da metalli di poco valore, oppure farsi abbagliare dal fascino del potere di un Guaritore capace d’ogni terapia, grazie all’Elixir… ed al tempo stesso pensare di valicare secoli ed ere , diventando immortali… Questo è il fascino dell’Alchimia se guardato con occhi umani, umanissimi, quegli occhi che guardano costantemente l’orizzonte trascurando il Cielo.

Ecco, forse è questo che deve scattare nel cercatore, in quell’inquieto e curioso soggetto che, per apparente caso o per genetica predestinazione inizia a sentire un po’ stretti i vincoli della realtà materiale quotidiana, per cui cerca, doverosamente, di guardare AL DI LA‘, più avanti dell’angusto orizzonte. Per dirla con i marinai, perseguono l’Azimut senza accorgersi che dall’alto, dallo Zenit, qualcosa getta lo sguardo su di essi.

Ma dicevamo del silenzio e della solitudine: perchè l’Alchimista, una volta varcata la soglia del suo Laboratorio, è solo, o meglio, solo con il suo personale Microcosmo in cui incarnare il ruolo di Demiurgo. Solo ad attendere ad un compito delicato quanto spaventoso per la sua portata. E, forse, egli soltanto sa, in cuor suo, se reggerà alla prova, nè potrebbe garantire in questo per un eventuale compagno… che peraltro non è consentito. Se dovesse anche essere talmente fortunato da aver incontrato addirittura un Maestro, un Adepto che lo indirizzi e lo guuidi lungo gli arcani dell’Arte, pure dovrebbe compiere da solo il proprio cammino: Eugene Canseliet racconta di aver percorso la ‘durissima’ via umida della Galena (falsa? ma utile?) senza che Fulcanelli lo distogliesse da tal proposito. Naturalmente, Canseliet poi (poi…) percorse ben altra Via.

Eppure, in passato sono sorti circoli iniziatici depositari di grandi conoscenze, come i Rosa Croce, ad esempio: condividevano essi le loro conoscenze? Nessuno lo sa, nè ci sarà consentito saperlo.  Allievi di un medesimo Adepto magari sanno l’uno dell’altro, e probabilmente si incontrano: chi ha iniziato il Cammino con un Compagno può dunque scambiare consocenze, impressioni, informazioni?

E’ d’altra parte altrettanto innegabile che  tutti i Maestri hanno lasciato traccia del proprio sapere, facendo apparire, nel corso dei secoli, testi di Alchimia: complicatissimi, è vero, redatti con lucida chiarezza di visione e velati da sovrapposizioni di Vie diverse (Filalete, Altus) o scomposti concatenando operazioni distanti fra loro, inventando allegorie, insomma rendendo difficilissimo e scoraggiante la comprensione stessa del testo.

Eppure, anche alla prima lettura di un testo appare chiaro come il Maestro del Medio Evo usi richiami, frasi, immagini che il Maestro del XX secolo saprà riprendere e tendere così il fil rouge attraverso i secoli. E l’esigenza di trasmettere un sapere così segreto senza rischiare che capiti in mani sbagliate che lo pervertirebbereo ‘per artem diabolicam’ ha portato alla costruzione di un monte di allegorie, trappole, ammiccamenti semantici e semplici assonanze, che costituiscono la Koinè degli Alchimisti, la cosiddetta ‘Cabala Fonetica’ ed il ‘Linguaggio degli Uccelli‘.

Oggi tutto questo può apparire anacronistico. Oggi siamo talmente ‘accessibili’ e ‘tracciabili’, grazie anche al mezzo telematico che io stesso sto usando in questo momento da rendere necessario elaborare leggi sulla ‘privacy’.

Ed io stesso, in questo momento, scrivo di Alchimia su un blog, aperto a letture e commenti. Relativamente sicuro, dato l’esiguo numero di conoscenze che potrei rivelare, ma dettato comunque da un impulso del cuore (dove ho sentito questa frase?), con la consapevolezza che altri, poco distanti da me, percorrono un loro Cammino che , di tanto in tanto, ad un incrocio di sentieri, sarà possibile condividere. Anche solo in termini di solidarietà, fra Cercatori innamorati della propria gioiosa follia, di cui conoscono la fatica.

Chemyst