Non ci sono più le mezze stagioni…

Cari amici,

è vero: sono d’accordo con voi, è un luogo comune. Tuttavia, nulla mi è parso più vero durante questi giorni canicolari di esilio marino, durante i quali, a parziale consolazione, ho riletto passi dei ‘Due Luoghi Alchemici’ di Mastro Canseliet, il quale, già nel 1945 si lamentava della medesima cosa, riportandola nel suo prezioso volume.

Parte da qui dunque una mia breve riflessione su questo dato di fatto, il quale, lungi dall’essere così pronunciato nel 1945 era tuttavia avvertito nettamente dal Maestro di Savignies, il quale traeva dalla sua constatazione lugubri premonizioni di fine del mondo. Molto seriamente, non come siamo fin troppo abituati noi Italiani a lamentarci di ogni cosa e soprattutto del tempo, proprio noi che sinora abbiamo abitato una contrada del mondo fortunata sia per il clima sia per l’abbondanza dell’elargizione dello Spirito Universale nelle nostre notti serene, Canseliet avverte nella variazione climatica un dato certo dell’approssimarsi del ‘bouleversement’ e del ‘secondo battesimo’ dell’umanità, ricevuto da Dio con il Fuoco, dal quale scaturirà un’umanità migliore a partire da una piccola schiera di Eletti.

Certo, sarà il caldo estremo, sarà l’appropinquarsi progressivo della ‘scadenza’ del 21 dicembre 2012 preconizzata dal sistema calendariale Maya, nonostante il povero Giacobbo già metta le mani avanti nel caso… non succeda nulla  😉 , tuttavia, essendo abituati a non trascurare alcuna delle parole del buon Canseliet, ed a maggior ragione di quelle del suo ‘testamento spirituale’, come lo definì Paolo Lucarelli nella sua Prefazione, un dolcissimo passo di serena poesia e di generosa trasparenza, tuttavia, dicevo, se un Alchimista ne parla (e che Alchimista!) la sua importanza ce l’avrà.

Sarà anche per la vicinanza geografica del Castello del Plessis-Bourree con Chinon, luogo di detenzione dei Templari, con i loro graffiti anch’essi premonitori di venturi cataclismi (già nel 1200!), anche nel mezzo della sua trattazione Canseliet ripropone questo triste (triste? Chissà, triste per noi poveri prigionieri del secolo…) argomento: ci lascia una tenue speranza, forse anche solo uno sprone, nelle ultime pagine, quando traduce, per una volta senza invidie, una profezia di Filalete. Gli Adepti (anzi, dice ‘noi Adepti’) torneranno a salvare i ‘tyrones’ ed i ‘patres’ dai ‘quattro angoli della Terra’.

Siate pronti, ci dice dunque il Filosofo inglese: non a caso lo diceva anche Gesù Cristo, nella sua parabola delle lampade e dell’olio, che le ancelle sagge hanno tenuto accese per il ritorno del signore, che può arrivare a qualunque ora della notte e deve essere accolto… dalla Luce.  A noi il compito, arduo ma misero se si pensa alla ricompensa, di tenere accesa la Fiammella.

Ecco, dunque, una possibile risposta alla domanda: ‘Perché facciamo Alchimia?’ Certo, il numero degli Eletti, grande  e piccolo ad un tempo, Canseliet lo indica: 666, numero ancora una volta legato all’Apocalisse.

 *     *     *

Aggiungerò, a conclusione di questa melanconica riflessione, alcune considerazioni di natura affatto differente. La prima, è che Canseliet ha avuto la fortuna di rivedere il suo Maestro,  nel suo stato di Grazia, a 120 anni, in un luogo fuori dal tempo e dal mondo: non sarà stato un incontro infruttuoso…  Della persistenza degli Adepti su questo mondo ‘non più prigione’ parla anche Gratianus, nel suo ultimo libro ‘Verso l’Arca d’Argento’: egli forse (me lo auguro di cuore) può finalmente vederli, e dunque ci conferma che sono là, pronti ad accorrere, come dice Filalete.

Un’ultima immagine, mestissima, lacerante: se dovesse accadere, quand’anche fossi uno dei 666 Eletti, cosa assai improbabile (ma cosa è ‘probabile’, in Alchimia?), e dovesse accadere davvero fra un anno, come potrei abbandonare al suo destino l’affetto più profondo e caro che oggi possiedo?

Ah, quanti Dragoni ha sul suo cammino Alchimia!

 Chemyst

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S. Nicolò a Treviso

Cari Amici e  Compagni Cercatori,

poichè sembra che il filone architettonico – iconografico vi appassioni molto, data l’impennata di ‘click’ e di commenti dopo le belle suggestioni architettoniche del caro Tonneau Rouge, eccomi a lanciarvi un’altra possibile ‘pista’. Devo in parte lo spunto anche ad ETN, che possiede su FB una bella immagine sicuramente di significato ermetico, dalla quale è scaturita la mia curiosità: eccovela, è una decorazione dell’abside della Chiesa di S. Nicolò a Treviso. I numeri ci sono tutti: la Stella a sei punte è l’emblema della Grande Opera, e volendo giocare di ‘numerologia’, abbiamo la ‘fusione’ di acqua e fuoco, rappresentati dai due triangoli che formano la stessa, al centro della quale si n ota un fiore a tre petali (i tre principi?). Ai quattro angoli poi vi sono altrettanti analoghi fiori a tre petali, a testimonianza dei quattro elementi, in relazione ai quali il fiore descritto prima e posto al centro ne rappresenta la quintessenza. La stella è poi inscritta in un cerchio, simbolo della ciclicità del tempo e dell’essere… ma sono sicuro che alcuni di voi potranno trarne altri significati.

La chiesa di S. Nicolò fu edificata su ordine di PapaBenedetto XI, e le sue grandi dimensioni sembrano legate alla volontà dello stesso di spostare la sede papale a Treviso: ma ecco le annotazioni di ETN che riporto fedelmente: Papa Benedetto XI (al secolo Nicolò Boccasino di Treviso) aveva l’intenzione di portare il Vaticano proprio a Treviso, non sentendosi più sicuro a Roma. A tal fine aveva incominciato a costruire la chiesa di S.Nicolò che all’ epoca era una delle più grandi del mondo! Benedetto XI probabilmente s’ interessava di alchimia (a lui il grande alchimista Arnaldo da Villanova aveva dedicato nel 1303 il suo testo ermetico SEMITA SEMITAE ); una possibile prova di tali interessi dovrebbe essere data dai simboli ermetici posti sulle absidi di S.Nicolò. Il papa ebbe come cubicolario JACOPO da MONCUCCO, il Gran Maestro dei Templari Italiani dell’ epoca ma…nel 1305 morì improvvisamente, avvelenato da fichi riempiti di polvere di diamante! Si disse che il mandante dell’omicidio fu il re di Francia Filippo il Bello che dopo aver annientato i Templari spostò ad Avignone la sede del Papato”.

In effetti le proporzioni della chiesa sono davvero ragguardevoli:  eccovene uno scorcio parziale della navata. La Chiesa di San Nicolò fu costruita ai primi del ’300 dai Domenicani anche grazie ai cospicui lasciti del frate Niccolò Boccalino, più noto come Papa Benedetto XI. La Chiesa sorse ai margini di quella che era la zona più urbanizzata di Treviso, verso Ponente, al di là della quale vi erano soprattutto terre incolte. La storia dell’edificazione della Chiesa fu segnata dal crollo della torre campanaria che demolì buona parte delle cappelle sottostanti e da un’interruzione causata dalla peste che colpì Treviso nella prima metà del XIV secolo. Con le sue forme semplici, ma allungate verso l’alto, con le massicce murature perimetrali appena rotte da sottili feritoie da dove una luce entra temperata dalle antiche vetrate, la Chiesa di San Nicolò segna un momento di transizione tra il robusto stile romanico e l’elegante gotico di origine transalpina. Le colonne, che dividono lo spazio interno in tre ampie navate, reggono un tetto in legno a sezione circolare, diventando supporto a pitture a fresco di Tommaso da Modena (seconda colonna di sinistra) e di altri artisti della sua scuola. San Cristoforo Le navate della Chiesa si concludono su tre absidi; la principale che è il presbiterio, raccoglie il suo momento sepolcrale di Agostino Onigo la cui parte scultorea è di Antonio Rizzo e quella pittorica del Lotto. Sulla parete perimetrale della navata di destra vi è un organo del Callido affiancato da un grande affresco di San Cristoforo alto fin quasi alle capriate. Nell’attiguo Capitolo dei Domenicani vi è un grande affresco che prende l’intero perimetro del grande vano rappresentante i Domenicani illustri ognuno inquadrato entro una propria nicchia – studiolo. L’opera è di Tomaso da Modena e rappresenta un momento di revisione stilistica oltre che iconografica del modo di rappresentare alla maniera grottesca.

Che poi Benedetto XI si interessasse di Alchimia, non deve suonare curioso: altri Papi lo fecero, fra i quali, poco dopo di lui,  l’Avignonese Giovanni XXII. A possibile conferma di questo, nella sala dell’annesso Seminario campeggia un grande affresco che riproduce i grandi santi domenicani (come Benedetto) e fra questi un altro grande Alchimista: Sant’Alberto Magno. L’affresco è opera di Tommaso da Modena. Spero davvero che possiate trovare altre tracce fotografiche che la mia ricerca sul Web non ha colto, e che possiamo commentarle assieme.

Chemyst