La solitudine del Cercatore

E’ scritto e prescritto, e qualora non lo fosse la stessa complicata maniera di scrivere degli Adepti ne è dimostrazione, che chi si addentra nello studio dell’Ars Regalis (e ne acquista qualche conoscenza vera) debba serbarla sepolta dentro di sè.

Condivideva questa linea il fisico francese Bergier, che incontrò Fulcanelli (beato lui…) all’indomani delle prime esperienze in campo atomico e venne da questi messo in guardia contro i pericoli di tale percorso. Bergier non ne fu, come farebbero molti cattedratici parrucconi, indignato nè tantomeno infastidito, al contrario lo ascoltò con attenzione e ne ricevette una profonda impressione, tanto che pare ebbe a commentare: “Anch’io sarei riservato se sapessi costruire una bomba all’idrogeno sul fornello di casa”.

E’ infatti del tutto evidente che l’Alchimia, una volta che ne sia compresa la sua essenza, conduce ad una tale conoscenza dei meccanismi di natura da permettere (in singolari ed appropriate condizioni) di modificare la struttura stessa della materia, o di abbreviarne di qualche centinaio d’anni il processo evolutivo… e questa è un’altra cosa su cui riflettere.

E’ umano, infatti, e causa di molte illusioni e fallimenti, andare subito con la mente alla possibilità di immense ricchezze a partire da metalli di poco valore, oppure farsi abbagliare dal fascino del potere di un Guaritore capace d’ogni terapia, grazie all’Elixir… ed al tempo stesso pensare di valicare secoli ed ere , diventando immortali… Questo è il fascino dell’Alchimia se guardato con occhi umani, umanissimi, quegli occhi che guardano costantemente l’orizzonte trascurando il Cielo.

Ecco, forse è questo che deve scattare nel cercatore, in quell’inquieto e curioso soggetto che, per apparente caso o per genetica predestinazione inizia a sentire un po’ stretti i vincoli della realtà materiale quotidiana, per cui cerca, doverosamente, di guardare AL DI LA‘, più avanti dell’angusto orizzonte. Per dirla con i marinai, perseguono l’Azimut senza accorgersi che dall’alto, dallo Zenit, qualcosa getta lo sguardo su di essi.

Ma dicevamo del silenzio e della solitudine: perchè l’Alchimista, una volta varcata la soglia del suo Laboratorio, è solo, o meglio, solo con il suo personale Microcosmo in cui incarnare il ruolo di Demiurgo. Solo ad attendere ad un compito delicato quanto spaventoso per la sua portata. E, forse, egli soltanto sa, in cuor suo, se reggerà alla prova, nè potrebbe garantire in questo per un eventuale compagno… che peraltro non è consentito. Se dovesse anche essere talmente fortunato da aver incontrato addirittura un Maestro, un Adepto che lo indirizzi e lo guuidi lungo gli arcani dell’Arte, pure dovrebbe compiere da solo il proprio cammino: Eugene Canseliet racconta di aver percorso la ‘durissima’ via umida della Galena (falsa? ma utile?) senza che Fulcanelli lo distogliesse da tal proposito. Naturalmente, Canseliet poi (poi…) percorse ben altra Via.

Eppure, in passato sono sorti circoli iniziatici depositari di grandi conoscenze, come i Rosa Croce, ad esempio: condividevano essi le loro conoscenze? Nessuno lo sa, nè ci sarà consentito saperlo.  Allievi di un medesimo Adepto magari sanno l’uno dell’altro, e probabilmente si incontrano: chi ha iniziato il Cammino con un Compagno può dunque scambiare consocenze, impressioni, informazioni?

E’ d’altra parte altrettanto innegabile che  tutti i Maestri hanno lasciato traccia del proprio sapere, facendo apparire, nel corso dei secoli, testi di Alchimia: complicatissimi, è vero, redatti con lucida chiarezza di visione e velati da sovrapposizioni di Vie diverse (Filalete, Altus) o scomposti concatenando operazioni distanti fra loro, inventando allegorie, insomma rendendo difficilissimo e scoraggiante la comprensione stessa del testo.

Eppure, anche alla prima lettura di un testo appare chiaro come il Maestro del Medio Evo usi richiami, frasi, immagini che il Maestro del XX secolo saprà riprendere e tendere così il fil rouge attraverso i secoli. E l’esigenza di trasmettere un sapere così segreto senza rischiare che capiti in mani sbagliate che lo pervertirebbereo ‘per artem diabolicam’ ha portato alla costruzione di un monte di allegorie, trappole, ammiccamenti semantici e semplici assonanze, che costituiscono la Koinè degli Alchimisti, la cosiddetta ‘Cabala Fonetica’ ed il ‘Linguaggio degli Uccelli‘.

Oggi tutto questo può apparire anacronistico. Oggi siamo talmente ‘accessibili’ e ‘tracciabili’, grazie anche al mezzo telematico che io stesso sto usando in questo momento da rendere necessario elaborare leggi sulla ‘privacy’.

Ed io stesso, in questo momento, scrivo di Alchimia su un blog, aperto a letture e commenti. Relativamente sicuro, dato l’esiguo numero di conoscenze che potrei rivelare, ma dettato comunque da un impulso del cuore (dove ho sentito questa frase?), con la consapevolezza che altri, poco distanti da me, percorrono un loro Cammino che , di tanto in tanto, ad un incrocio di sentieri, sarà possibile condividere. Anche solo in termini di solidarietà, fra Cercatori innamorati della propria gioiosa follia, di cui conoscono la fatica.

Chemyst

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Ancienne usine à gaz Sarcelles

Ecco un’altra cosina interessante. E’ emozionante per me vedere dove Canseliet ha fatto la trasmutazione nel 1922.

Eccole quì le famose officine a gas si Sarcelles.

Tonneau Rouge

Alchimia, da dove cominciare?

Non è semplice un’introduzione del genere, in una ‘dimensione’ da post di blog: ho cercato in rete e, in uno dei tanti forum ho trovato questo contributo di un tal ‘kamikaze’ che, seppur molto limitato, fornisce una prima inquadratura dell’Alchimia in Occidente. L’ho modificato solo in piccola parte, ed aggiunte e chiose saranno benvenute.

L’ ALCHIMIA EUROPEA: crepuscolo del medioevo e fucina del rinascimento

L’alchimia metallica (via secca) e quella degli Elixir o Quintessenze (via umida) fu riscoperta nell’occidente europeo nel tardo medioevo, in gran parte dalle traduzioni della Alchimia dell’era della Magna Grecia e dalle tradizioni scientifiche arabe introdotte in Sicilia ed in Spagna.

Ancora per motivi religiosi dovuti alla difficoltà di integrazione con le concezioni sviluppate nell’Islam, gli studi alchemici furono proibiti dalla chiesa cristiana e gli alchimisti perseguitati e condannati dalla sacra inquisizione. Solo nel periodo del tardo medioevo in europa, in alcuni casi rimasti famosi, gli studi alchemici furono approfonditi da personaggi potenti sia tra la nobiltà che nella sfera ecclesiastica, tra essi:
1. Alberto Magno (1193-1280),
2. Ruggero Bacone (1214-1294),
3.Tommaso D’Aquino (1226-1274).
4. Cecco d’Ascoli (autore del libro alchemico “L’Acerba”, non essendo un potente, fu messo al rogo a Firenze il 17 Luglio del 1327),
5. Raimondo Lullo ( Ramon Llull di Palma de Majorca 1232-1315) discendente di un antico casato aristocratico e pertanto vicino alle leve del potere, fu uno tra i più famosi alchimisti europei; egli tentò una interessante giustificazione della Alchimia in relazione al concetto di “libero arbitrio” dell’uomo, così da farla accettare nell’ambito della teologia della chiesa cristiana. Nel “Liber de segretis naturae seu de quinta essentia” il ragionamento di Lullo in favore dell’Alchimia fu all’incirca il seguente:
“Dio non può fare quello che vuole, … perchè Egli può esercitare solo il bene” L’uomo invece può incorrere nel male perché ha a disposizione solo il calore del fuoco, per portare a purezza le cose terrene, ma con l’aiuto dei principi essenziali e con la fede potrà in futuro concepire e realizzare delle “trasmutazioni” naturali come già è in grado di compire utili trasformazioni artificiali degli elementi naturali.

Perciò la Alchimia, che è la vera arte nel promuovere il sapere, non può essere condannata dalla Chiesa, in quanto la scelta tra il bene ed il male appartiene al libero arbitrio dell’uomo; quest’ultimo è frutto della sua ignoranza, ma l’ignoranza umana stessa è stata voluta dalla giustizia di Dio e quindi è un bene dal punto di vista del Dio Padre Onnipotente.

Quindi l’uomo può sbagliare provando e riprovando nella ricerca della Purezza, mentre Dio non può aver fatto assolutamente alcun errore né alcuna ingiustizia. Sulla base di tale ragionamento e convinzione

Raimoldo Lullo è rimasto famoso sia per la revisione di molti errori che egli attribuì ad errate convinzioni alchimiche di alcuni suoi contemporanei e predecessori, sia per la sua tenacia nel difendere e divulgare gli studi alchemici.

In seguito , pur lentamente gli studi alchemici sulla “trasmutazione” degli elementi, ottennero anche per il lavoro di difesa e di chiarezza impostato per primo da Raimondo Lullo, una profonda trasformazione concettuale che permise di realizzare in occidente lo sviluppo dell’alchimia in scienza chimica.

Firenze fu uno dei centri di sviluppo della Alchimia Rinascimentale proprio in quanto Cosimo I° dei Medici (1517-1574) fece tradurre e diffuse prima in latino e poi in volgare il “Corpus Alchemico” di Ermete Trimegisto. Cosimo dei Medici volle così importare a Firenze una nuova cultura in modo da rendere libera la Toscana dalle influenze del potere temporale dei Papi e quindi fu mecenate del rifiorire di una nuova cultura rinascimentale che ebbe origine da un processo di integrazione della antichissima cultura alchemica con la emergente capacità produttiva artigianale fiorentina nella fusione dei metalli, nella preparazione e la fissazione dei coloranti per le stoffe e gli arazzi e nella preparazione dei medicamenti in farmacia da parte della potente corporazione fiorentina degli “speziali”. L’alchimia fu vista dal casato dei Medici come una cultura globale e quindi più adatta a salvare il mondo perfezionandone la sua natura, ivi compresa quella umana, con una finalità non limitata alla salvezza dell’uomo, come richiedeva la tradizionale impostazione culturale dell’alchimia di indole mistica; in tal senso la riscoperta della alchimia ermetica fu considerata a Firenze una utile componente di un processo di rinnovamento culturale capace di superare il medioevo.

Il risultato più evidente di un tale processo di integrazione culturale, tra alchimia ermetica e “arti e mestieri” del rinascimento, fu infatti quello di iniziare a mettere in dubbio l’utilità delle concezioni aristoteliche, che avevano rappresentato la cultura scientifica dominante nel medioevo, la quale si era perfettamente integrata nella tradizione cristiana ufficialmente accettata dalla Chiesa di Roma.

Con il Rinascimento Fiorentino inizia una riflessione quanto mai prammatica sul concetto di “trasmutazione in oro”, che con ogni evidenza fino ad allora era risultato impossibile da sperimentare. Anziché ritenere colpevoli le conoscenze raggiunte, intelligenze del calibro di Leonardo Da Vinci (1452-1519), iniziarono a ritenere impossibile, il fatto che, le deboli forze messe in giuoco dal fuoco, quale agente di trasformazione, potessero condurre al raggiungimento di un puro stato di “nigredo”, capace di disciogliere qualsiasi sostanza e raggiungere lo stadio di “materia prima”, in quanto solo tale stato di perfezionamento della fase iniziale delle trasformazioni, avrebbe permesso di ricombinare la materia e raggiungere effettivamente la “trasmutazione” qualitativa degli elementi in oro.

Piuttosto che approfondire tali critiche, che in seguito condussero a nuove forme di pensiero ed al recupero della teoria Atomistica ad iniziare dal libro di Robert Boyle (edito nel 1661), nella Firenze Medicea fu vincente la prassi delle Arti e Mestieri che, con Vannoccio Biringuccio – (scrittore del Libro “De La Pirotechnia” -Siena 1540), Benvenuto Cellini e molti altri, favorirono in Toscana la crescita il Rinascimento Italiano creando una scuola di artigiani ed artisti famosi nel saper adoperare l’arte del fuoco per fabbricare vetri, fondere metalli, produrre nuovi coloranti, sperimentare nuovi medicamenti .. sviluppando gli insegnamenti della antica Alchimia.