Dunstable: dove tutto ebbe inizio…

Ci siamo spesso interrogati sulla possibilità che testi sacri veicolassero tradizioni sapienziali, in particolare alchemiche, attraverso allegorie che ritroviamo, più o meno integralmente, all’interno dei testi degli Adepti.

Vero è che Essi stessi, notando la similitudine con operazioni di Laboratorio, abbiano utilizzato questo mezzo per suggerire ed indicare là dove neanche a Loro era dato di svelare ‘apertis verbis‘.

jdunstableTuttavia, l’aderenza estrema della similitudine (o allegoria, se volete) di alcuni testi lascia apertissima l’ipotesi che essi stessi siano stati concepiti su due (o più) livelli di lettura, uno dedicato alla Fede e l’altro (o gli altri) ai Figli dell’Arte, come direbbe Eugene Canseliet.

Abbiamo inoltre visto come, in alcuni casi, l’aderenza del testo al messaggio ‘subliminare‘ alchemico sia stata esaltata e corretta all’uopo dal compositore che lo ha posto in musica, con artifici musicali e non: ricordate l’Alleluja pentecostale di Hesdin? l’autore ha integrato il testo base con altri brani (come quelli della Liturgia di Sarum) per accentuare il concetto di Fuoco dello Spirito.

Dopo alcuni anni di studio e di ricerca, quindi, mi capita di riconoscere in alcuni brani musicali queste caratteristiche e grazie a questo mezzo le condivido con voi, amati Fratelli di Cerca, e con tutti i Curiosi di Natura sinceri.

Ascoltavo dunque oggi ‘Quam pulchra es‘ nella versione musicale  di John Dunstable, autore inglese che sviluppò, nell’isolamento relativo della bianca Albione, uno stile musicale differente da quello che andava evolvendo nel continente europeo. Tuttavia, una volta che i Maestri del Nord Europa vennero in contatto con le musiche di Dunstable e Powers ne importarono  ed elaborarono le caratteristiche dando origine  all’importantissima scuola Franco-Fiamminga: ormai oggi i trattati musicologici affermano – e io non posso non trovarlo comunque singolare – che il caposcuola dei compositori franco-fiamminghi sia stato un Inglese.

Quam pulchra es‘ è un mottetto a 3 voci su un testo del Cantico dei Cantici, che Dunstable così dispone:

Quam pulchra es et quam decora, 

carissima, in deliciis tuis

Statura tua adsimilata est palmae

et ubera tua botris.

Caput tuum ut Carmelus

Collum tuum sicut turris eburnea.

Veni, dilecte mi, egrediamur in agrum

Et videamus si fructus parturiunt

Si floruerunt mala punica

Ibi dabo tibi ubera mea.

Alleluja 

La bella versione (Hilliard Ensemble) che ho ascoltato è la seguente: un osservatore attento potrà cogliere qualche utile spunto anche dalla partitura.

Il testo appare diviso in due sezioni: nella prima è il maschio che parla, nella seconda è la risposta della femmina. Una traduzione del testo potrebbe essere questa:

Quanto sei bella e quanto nobile,

carissima, nelle tue delizie.

La tua statura è assimilata alla palma,

ed i tuoi seni ai grappoli d’uva.

La tua testa [è] come il Carmelo

il tuo collo come una torre d’avorio.

Vieni, mio amato (o mio prescelto?), usciamo nel campo

e vedremo se i frutti partoriranno. 

Se fioriranno i melograni,

io ti donerò i miei seni.

Alleluia

Come accennato, la disposizione originaria dei versetti qui non è rispettata da Dunstable: più fedele è Palestrina, il quale ha posto in musica l’intero Cantico dei Cantici, che fotografa nel suo mottetto l’aspetto più sensuale e caratteristico di questa sezione del Libro Sacro: l’amante (maschio) dopo la lode  iniziale, dice: “Salirò sulla palma e prenderò i suoi frutti, e saranno le tue mammelle come i grappoli della vigna, ed il tuo odore come l’odore delle mele“.

Diversamente da Palestrina, Dunstable inserisce dei versi successivi, ma con una concatenazione logica: dopo l’accenno ai grappoli d’uva (ricorrente allegoria nelle iconografie alchemiche) egli inserisce la similitudine della testa dell’amata con il Monte Carmelo che, come ci suggerisce Chiara Tamagno (http://www.terrasantalibera.org/COMUNICATO%20MONTE%20CARMELO%20VIGNA%20DI%20DIO.htm) “Kerem El in ebraico vuol dire «vigna di Dio» e la collina, ricoperta di vigneti e scavata da grotte e anfratti, è stata per millenni rifugio per quanti volevano ritirarsi ad ascoltare lo spirito del Signore”.

Il grappolo d’uva quindi è presente sia sul Monte Carmelo sia nella similitudine del seno dell’amata. E’ un simbolo ricorrente nell’iconografia alchemica: il primo esempio che mi viene in mente è l’incisione di Jacques de Senlecques per la copertina del trattato ‘Anatomie du Vin‘ del medico ed alchimista francese Brouat:

Nell’immagine, si può vedere come Basilio Valentino ne sprema uno su di una tartaruga. Alle sue spalle, sulla sinistra, in un’immagine allegorica ‘riassuntiva‘ piuttosto interessante, c’è un tralcio di vite  con altri due grappoli. Amo particolarmente quest’immagine, per il suo contenuto musicale, di cui parlammo a lungo qui. Nel medesimo libro vi è un’altra immagine a me cara, che Eugene Canseliet, il quale era anche un bravo pittore, ha così rielaborato nel suo libro ‘Trois Anciens Traités d’Alchimie‘:

Il commento all’immagine nel libro è focalizzato massimamente al simbolismo della Fenice, che sovrasta tutto il resto. Resto affatto trascurabile, consistente un uno scudo che contiene iscrizioni ed immagini preziose. Già notammo e commentammo le immagini musicali poste nella fascia inferiore, e ne sottolineiamo ancora l’analogia con quelle dell’immagine precedente. Quel che adesso però ci preme di evidenziare è la presenza, anche qui, di due grossi grappoli d’uva, dipinti da Canseliet  di coloro rosso scuro, posti al di sotto del Sole sul quarto superiore di destra di un cerchio contenente i simboli di Saturno, Giove, Marte e di un globo crucifero aureo piuttosto singolare. Il ramo cui sono attaccati regge anche tre pampini verdi, numero che ricorre anche nell’immagine precedente. Altri grappoli d’uva sono su un ramo, in numero di 11, gemello di un altro ramo che ha su di sé una vegetazione spiraliforme di colore verde.

Ecco, il testo musicato da Dunstable evoca immagini ricche dei colori della vegetazione: il verde, appunto, delle foglie della palma, il bianco della torre eburnea riferita al collo della fanciulla amata, il nero dei grappoli d’uva ed il rosso dei semi del melograno. Di quest’ultimo parla a lungo Fulcanelli nel Mistero  delle Cattedrali, Palazzo Lallemant di Bourges:

I simboli ed i rimandi di questo passo del Cantico dei Cantici sono in numero soverchiante per poterli commentare tutti in un post: aggiungerò soltanto che nell’ordine ricreato da Dunstable del testo forse si porta all’attenzione l’analogia dei grappoli (che il presunto Basilio Valentino ‘spreme’ sul suo bruciatore) con le mammelle di una fanciulla (forse Vergine?) dalla pelle bianca come una torre d’avorio, dalle quale, un giorno, sgorgherà un latte. Ma il colore dei grappoli d’uva è nero, come i riccioli della testa della fanciulla, paragonati alla Vigna del Signore.

Io ci intravedo molte e precise indicazioni operative. E voi?

Un caro saluto,

 

Chemyst

 

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Il Maestro e l’Alchimia

Cari Cercatori,

esiste un Maestro in Alchimia? E per essere tale, che requisiti deve avere? Maestro deve coincidere con Adepto? E un Adepto è sempre un Maestro?

Senza dubbio, viene auspicata in Alchimia la presenza di un Maestro che indirizzi e suggerisca – non potendo per Tradizione e Necessità, in alcun modo, alterare il cammino dell’allievo lungo il tortuoso percorso di studi ed esperienze prescritti – il neofita.

Ci sono oggi Maestri disponibili? Purtroppo non bastano Pagine Gialle o Google per trovarne di buoni: al contrario oggi il mezzo telematico è usato per pubblicizzare sedicenti “scuole di Alchimia” nelle quali si pagano quote anche profumate per aver accesso a pratiche “segrete” nelle quali un buon studente acquisirà nozioni che, con un po’ di pazienza, avrebbe comunque trovato, anche in rete. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di tecniche di metallurgia o di spagiria che possono a volte tornare utili anche in Laboratorio, ma che nulla hanno a che fare con l’Arte Sacra. In ogni caso, chi chiede soldi per vendere “segreti” è molto lontano dalle vie della Dama, quando non è soltanto un imbroglione.

Ma ecco, non abbiamo saputo rispondere ancora alla prima delle tante domande, e ne abbiamo posta un’altra… Magari ci torniamo, proviamo con la seconda: che requisiti deve avere un Maestro? La successiva ne suggerisce uno: deve essere un Adepto?

Alt!

Qui la questione si fa delicata: cos’è un Adepto? Ahinoi, le domande si moltiplicano, la confusione  aumenta e ne sappiamo tanto quanto prima! Dunque, un Adepto è colui che ha raggiunto un risultato, ed è a conoscenza quindi di cose eccezionali e segretissime… la Pietra Filosofale? Tradizionalmente è così: è considerato Adepto chi è  in grado di trasmutare un metallo imperfetto in uno perfetto (oro o argento). Oppure ha realizzato l’Elisir di Lunga Vita e può vivere in eterno, o quanto meno passare ‘i limiti ordinari del nostro arco vitale‘, per dirla parafrasando Canseliet. Eppure, come ci ha ben mostrato Lucarelli, lo stesso Fulcanelli, che ha realizzato egli stesso una Pietra Filosofale, utilizzandola al chiuso delle Officine di Sarcelles davanti agli occhi affascinati del giovanissimo Canseliet e di altri testimoni, “torna sui banchi di scuola“, capisce che c’è altro, riparte da capo e poi, scoperta e percorsa la Via Segreta (o Via Universale) sparisce, lasciando al povero Canseliet un complicato manoscritto (Il Mistero delle Cattedrali) e scarne indicazioni operative che il buon Maestro di Savignes ha sviluppato in quasi sessant’anni di Laboratorio, per tentativi ed errori.

Ora, Fulcanelli era certamente un Adepto, che ha realizzato la Pietra e poi ha scoperto la Via Universale: è dunque il maestro perfetto! Ma ha lasciato che Canseliet trovasse da solo la propria strada, senza indicazioni della materia di base (lavorò, il giovane Canseliet, a lungo al pallone con la galena, senza risultati). Visto così, non è stato un bravo maestro… Eppure che risultato! Canseliet ha illuminato con tutta la sua vita il mondo alchemico europeo, pur con i suoi limiti, in primis tecnici (era un letterato ed un artista, mi riconosco in lui quando devo avere a che fare con fiamme vive, bruciatori e crogioli incandescenti), ma anche Filosofici, ed ha generato un’ampia schiera di allievi, diversi dei quali ancora attivi, che lo chiamano “Maestro”… Eccolo! Eppure, i suoi detrattori dicono che non sia mai arrivato ad essere Adepto, anche se nei suoi ultimi scritti qualcosa sembra essere cambiato.

In ogni caso, è morto… E anche Lucarelli, che se ne è andato undici anni fa, che lo conosceva bene, e che si guardava bene dal dire che era stato il suo maestro perché… riteneva che così gli avrebbe fatto un torto! La stima di Lucarelli per Canseliet era immensa, e il fatto che sì, probabilmente anche lui alla fine fosse stato raggiunto dal Dono di Dio, per me lo attestano le parole di Lucarelli stesso nella prefazione all’edizione italiana dei “Due luoghi alchemici“, quando lo definisce “un uomo in pace“.

E Lucarelli, che tanto ha fatto per divulgare Alchimia, che ha esplorato in lungo e in largo l’arte? È stato lui un Maestro? Anche lui, come Canseliet, ha lasciato tanti “allievi“, alcuni dei quali ancora attivi sia in Laboratorio, sia con i libri, e ancora con mezzi di divulgazione più moderni… Però Lucarelli questa storia del maestro non la digeriva tanto: ricordate cosa scriveva in proposito? Con il suo stile a volte ironico, a volte francamente caustico, prende sonoramente per i fondelli chi vorrebbe un maestro vestito di una bianca stola, che rifulge di luce propria e magari levita nell’aria… Io ho fin qui incontrato Fratelli in Cerca, che non hanno mai voluto che fossero chiamati Maestri. Ho incontrato Fratelli che chiamano uno di loro Maestro… E altri che definiscono con il titolo di Maestro Paolo Lucarelli, e lo stesso Canseliet è noto come “il Maestro di Savignies”.

Canseliet

Bene, dal mio punto di vista, ovvero dal punto di vista di chi, appena l’inizio del cammino, non ho motivo alcuno di non credere che Fulcanelli, Canseliet, Lucarelli siano stati Maestri ed Adepti dell’Arte: non so  però se questo si possa definire un parlare di “Scuola”, dato che il Cercatore, nel suo Laboratorio, è solo con le materie e pochi mezzi. Non ho – purtroppo – conosciuto alcuno di loro, se non attraverso i loro scritti. Storicamente, Fulcanelli investirà Canseliet in qualche modo di un ruolo, caricandolo di un enorme fardello ad un’età ancora giovanile: lo chiamò “Fratello di Heliopolis“, indicandogli di firmare con l’acronimo F.C.H. i suoi scritti. Lucarelli conobbe Canseliet già prima del 1975, già maturo nella propria ricerca, e mai firmò i pro e i suoi molti scritti con F.C.H. … Fulcanelli era ben addentro alla società parigina del suo tempo, forse era Massone, come certamente lo fu Lucarelli, ma non sappiamo se Canseliet lo fosse…

Paolo Lucarelli

Dunque questa filiazione non ha omogeneità, ognuno di questi tre grandi alchimisti e molto verosimilmente Adepti ha seguito un proprio, personalissimo percorso. Certo, Lucarelli – raccontano – incontrava molte persone, e tramite i suoi scritti ha svelato e raccontato più di ogni altro nella storia dell’Alchimia. Una buona percentuale di loro ha intrapreso la pratica di Laboratorio, alcuni rinunciarono dopo poco, altri addirittura si tolsero la vita, pochi altri tenacemente proseguirono. Lucarelli, vedendo avvicinarsi la propria fine su questo piano della Manifestazione, si preoccupò persino di indicare un referente, scegliendolo fra coloro che erano più vicini a lui, e scontentando molti altri. Ma questo è umano: gli alchimisti sono uomini ed hanno sentimenti, aspirazioni, difetti umani. La grandezza di Fulcanelli nulla ha a che vedere con le sue visioni apocalittiche, ad esempio: secondo esse, saremmo già dovuti essere morti tutti! Eppure siamo qui: dubitiamo allora di tutto quel che scrisse Fulcanelli? Certo, qualcuno lo fa… dubbi ci sono anche sulla sua identità, sulla quale innumerevoli libri sono stati scritti. Qualcuno dubita della stessa identità di Canseliet (la cabala del suo nome è traducibile come “nasce bene quando c’è il sale“)… È umano è comprensibile dunque anche che nascano distinguo se non dissapori fra i seguaci di Lucarelli: essi, come il loro “Fratello Maggiore” (se non Maestro), sono tutti fragilissimi esemplari di ‘essere umano’.

Ma allora, come si fa? Da quanto scritto risulta allora che non c’è nessun Maestro (Fulcanelli dice che il suo maestro era Basilio Valentino, cioè un personaggio fittizio inventato dalla RosaCroce d’Oro tedesca), ma solo fratelli anziani, alcuni dei quali furono o sono anche adepti? E come – eventualmente – riconoscerli? Lucarelli – raccontato come uomo vulcanico, volitivo, contraddittorio, in bilico fra dolcezza e sarcasmo – riconobbe l’Adepto in Canseliet per la sua serenità, lo abbiamo scritto. E lo stesso Lucarelli ci dice che dove albergano sentimenti di avversione, di prevaricazione, di desiderio di dominio, là non è Alchimia. E’ Alchimia dove – come recita il Rituale Massonico in grado di Apprendista dell’Obbedienza cui appartenne Lucarelli – è   “serenità, senno, benefizio, e giubilo“.

Cercate un Maestro? Non lo troverete (tutt’al più sarà lui a trovare voi, si te fata vocant). Fidatevi però eventualmente di chi è sereno, saggio, generoso e allegro.

Diffidate    di    tutti    gli    altri.

Buen camino.

Chemyst

 

Preghiera…

Cari Compagni, carissimi Fratelli,

soltanto il tempo per poche righe, per un annuncio ed un augurio: questa notte parte, canonicamente, la rinnovata avventura sulle tracce della Dama.

‘We few, we happy few, we band of brothers’, come diceva Henry V prima della impossibile battaglia di Agincourt, siamo pronti e schierati, e, pochi come siamo pochi noi, ma allegri come sappiamo di poter essere nel nostro cuore di giusti, questa notte, con questa Luna dolce, si accenderanno dei Fuochi.

A lei, alla Luna d’aprile, ed alle stelle di questo cielo finalmente terso, ci rivolgiamo con fiducia, dedicando loro il verso del più antico Cantico della nostra bella lingua, scritto da San Francesco:

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle,

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle“.

Speriamo anche che, di Lassù, o di dove sono ora, ci sorridano benevoli Paolo Lucarelli, Eugene Canseliet e Fulcanelli.

Che dire di più? Nulla, se non:

Fuoco!

Chemyst

 

Alchimia e Verità

Cari Cercatori,

potrà sembrare bizzarro parlare di Verità in Alchimia, un ambito in cui è d’uopo velare i segreti sotto allegorie e ‘cabale fonetiche‘, sotto allusioni e simboli quando non sotto affermazioni o negazioni di significato equivalentemente ambivalente.

Tuttavia, fra i tanti grandi Adepti, ad uno in particolare era a cuore la Verità: se l’è cucita sullo pseudonimo e l’ha riportata nel titolo di una delle sue  opere più significative. Parliamo di Ireneo Filalete, naturalmente, ed il lavoro cui mi riferisco è ovviamente lo Speculum Veritatis. Tuttavia non è di quest’opera che voglio parlare, ma del suo scritto principale, ossia il ‘Secrets Revealed‘, meglio noto come ‘L’entrata aperta al palazzo chiuso del Re‘.

Paolo Lucarelli ne fece una pregevole traduzione dal Latino tratta dal manoscritto di Modena. La lessi anni fa, e fu uno dei libri più rivelatori che abbia mai letto, seppure, nel corso degli anni, abbia avuto modo di comprendere quanto poco avessi capito di quel libro allora… Oggi, a distanza di molti anni e dopo sette anni di profondissimi studi e ricerche esce, in autopubblicazione da Lulu, ‘Philalethe’s Reveal’d‘, uno scritto monumentale ad opera di Captain Nemo e Fra’ Cercone, di ben 1500 pagine, i quali confrontano tre versioni principali, ovvero il citato Manoscritto di Modena, il Secret’s Reveal’d di Londra del 1668 ed il testo francese del 1672.

Il commento, paragrafo per paragrafo, è in forma di note puntigliose a fronte del testo, ed il tutto è arricchito di tavole ad alta risoluzione, in b/n o a colori a seconda dell’edizione, poste in relazione al testo esaminato. E questo è solo il primo volume. Il secondo (dell’edizione a colori) oppure il secondo ed il terzo (dell’edizione in bianco e nero) contengono una documentatissima  contestualizzazione storica, con biografie di alchimisti e/o scienziati contemporanei e la documentata ipotesi che indica in Sir John Winthrop jr.  l’identità dell’Adeptist Filalete.

Accanto a lui, le vite di George Starkey, Child, Maier, scorrono sotto i nostri occhi affiancate dai lori ritratti d’epoca, da brani della loro corrispondenza, da fonti documentali rare e preziose. Anche il sogno dei Rosacroce viene raccontato, ed è esso stesso un romanzo appassionante.

Da tanta accuratezza non può che nascere una Verità, o almeno qualcosa che vi si approssima con scarto infinitesimale.  In questo, la conclusione sull’identità dell’Adepto dei due Autori appare incontrovertibile, laddove alternative tesi di blasonati ricercatori  americani risultano carenti (quando non omissive) in senso documentale nel sostenere l’ipotesi di identificare con Filalete il pur brillante George Starkey.

La pubblicazione di questa ponderosa ricerca è in lingua inglese: per quanto esso sia un inglese ‘scientifico‘, ovvero lineare e con un fraseggio improntato più alla logica che all’eleganza, può essere di ostacolo  a chi (ancora oggi) non conosce la lingua della bianca Albione. Tuttavia, questa scelta può far sì che questa faticosa ricerca possa essere apprezzata anche oltreoceano o comunque al di fuori dei confini italiani. Di più, essa, praticamente contenendo in gran parte la traduzione in inglese di molte note di Paolo Lucarelli alla sua traduzione dal Latino dell’Introitus, rende fruibile l’opera dell’indimenticato Adepto italiano anche a quell’ampia parte di mondo che non parla la lingua di Dante Alighieri. Forse a lui, ormai dedito al profumo di splendide rose accanto ai grandi Adepti del passato, non importerà molto, né altererà il suo sorriso immutabilmente ironico, ma a noi testimonia l’amore e la riconoscenza di questi Cercatori (con la lettera maiuscola) verso di lui, non così conosciuto negli ambienti anglofoni al pari di quanto lo fosse, non foss’altro che per appartenenza di scuola, in quelli di Francia. E se davvero pensiamo – come in effetti pensiamo – che quanto coraggiosamente ci ha svelato e rivelato l’Adepto torinese sia, parafasando il Trismegisto, ‘vero, verissimo e certo‘, ecco che Captain Nemo e Fra’ Cercone hanno effettuato un’azione di diffusione della Verità nel confuso scenario che oggi viene compreso nel termine ‘Alchimia‘.

*       *       *

A proposito di Verità: ricordo bene quando, nelle lunghe chiacchierate telematiche con Captain Nemo, mi disse che era necessario incontrarsi per ‘guardarsi negli occhi‘. Ora capisco meglio di allora quanto importante sia questo semplice gesto per riconoscere immediatamente un Fratello di Cerca, capisco anche perché Canseliet lo chiami  Amante della Verità (L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, Mediterranee, 1985, p. 11). Più avanti (ibidem, p. 130), egli afferma che ‘La Verità, similmente, è un polo attrattivo che, in un bagno di costante interesse, intrattiene e guida gli sforzi del filosofo, che da quel momento non ne è mai più stanco‘.  Come dire che, in mancanza della Verità, non vi è vero filosofo. E ancora (ibidem, p. 136, il Filosofo di Savignies ci rassicura che ‘… aggredita, la Verità si trovi ad essere persino rinforzata…‘.

Perdonate la digressione, ma, mi si creda o meno, essa non è off topic.

*       *       *

A proposito di Verità: nelle Recreations Hermetiques proprio Captain Nemo mi consultò su due immagini, di cui parlammo qui: nel testo, cui rimandiamo per completezza di studio, la ‘Veritez‘ è contrapposta alla ‘Ingenuitez‘. La differenza fra l’una e l’altra  sta in un particolare del disegno musicale, un’apparente svista che modifica però nella sostanza la sua realizzazione sonora: mancando la giusta posizione, la soluzione è falsa, non vera. Eppure Ingenuo, una volta, significava ‘sincero‘…

Decisamente Ingenuo, mi trovo così a salutarvi, dopo questo post un po’ schizoide, un po’ recensione, un po’ racconto, un po’ riflessione, in ogni caso non unitario anzi, piuttosto sconclusionato. Ma vi saluto sempre con affetto e sincerità.

Chemyst

 

 

E’ ancora Natale…

Cari Cercatori,

Natale è di nuovo qui. Altrove – senza dubbio – troverete mille riferimenti dotti e documentati sul suo significato, sulla Festa della Luce, sul Sole Bambino o sul Sol Invictus, su Santa Lucia e via così.

Tutte cose bellissime: tante di esse anche utili al Cercatore fedele a Dama Alchimia, sulle quali riflettere, in questi giorni in cui si avverte come un tirare il fiato della Natura, con serenità e un pizzico di distacco dall’incalzare della vita quotidiana.

Quello che però sento oggi come importante è un messaggio chiaro, celato nella Traditio natalizia: Cristo è sceso sulla Terra ‘per una nuova ed eterna alleanza‘, dice il rito cristiano. E lo ha fatto – in analogia a quanto auspica il Cercatore nelle sue congiunzioni – per rinsaldare, rinforzare o anche recuperare l’Unione fra l’Uomo e Dio, l’Armonia fra Cielo e Terra.

Un atto d’amore immenso, generoso e gratuito, cui non si può restare indifferenti, non si può coglierne quantomeno la potenza analogica ed esemplificativa di un monito che ogni anno si rinnova, volto al duplice effetto di ottenere ‘Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis‘.

Quella Pax sembra oggi quasi utopia, folli fraintendimenti integralistici inducono al sacrificio della propria vita (un prezioso dono di Dio) al solo scopo di distruggerne altre, altrettanto preziose. Crudeli speculazioni finanziarie riducono interi popoli in una sorta di schiavitù monetaria, spietati mercanti d’armi e di morte creano ad arte conflitti per crearsi un mercato. Nel nostro piccolo, in senso numerico, noi fortunati appartenenti al 10% di popolazione privilegiata consumiamo (e siamo incoraggiati a farlo, per ‘sostenere l’economia’!) la quasi totalità delle risorse del pianeta a scapito del 90%restante…

Certo – mi dirà qualcuno – tutto questo non ha a che vedere con l’Alchimia. Probabilmente no. Tuttavia, e lo sperimento con amarezza ogni giorno di più, anche in quella comunione di spiriti privilegiati che hanno intuito un barlume dell’Antica Scienza, l’acqua corrosiva della competizione, della primogenitura, della propria assoluta e vana certezza di essere depositari della Verità, divide e contribuisce al caos in cui ogni giorno di più questo mondo precipita.

Allora, Fratelli di Cerca, soprattutto coloro che conoscono le gioie e le sorprese del Laboratorio, qualsiasi Via si segua, in questi giorni in cui Natura respira, ed in cui l’Oro nascente torna sulla Terra, tutti, quelli più avanti che intravedono il Secondo Viaggio, così come coloro che aspettano che venga loro aperta la porta stretta per il Primo, e compresi quelli che si sono persi o soltanto fermati, apriamo i nostri cuori al messaggio di Armonia cui abbiamo in fondo dedicato ormai la nostra vita, accogliamolo come ci insegnano i Maestri del passato ed operiamo – anche in noi stessi, con una ‘profonda meditazione‘ – anzi, lasciamo operare quell’Agente – Ille Agens – affinché la nostra Cerca assolva nel giusto modo uno dei suoi scopi.

Un abbraccio sincero a tutti

 Chemyst

Pax

Cari Compagni di Cerca,

ho da fare alcune riflessioni sulla Pax, che sono giunto a considerare come una chiave dell’Opera, per esperienza, trials and errors, e riflessioni varie, financo musicali.

Ho preso spunto, oltre che da quanto sopra, anche da un vecchio post del caro Tonneau Rouge, ospitato qui quando ancora non aveva cambiato stato, nome e blog. Il link è questo:

https://chemyst.wordpress.com/2012/01/26/la-pace-e-la-calma/

e il cuore del suo scrivere era quest’immagine:

Riproduce un Alchimista arabo intento, con mezzi semplici, ad una qualche operazione: la didascalia della foto diceva trattarsi di una distillazione, oggi forse penserei ad altro (guardando ad esempio il liquido trasparente nel contenitore alla sua sinistra). Ma non è questo il punto: Tonneau Rouge, giustamente, puntava il dito sulla serenità che si irradiava dalla scena. L’uomo è, si, intento al suo fare, ma vi è disposto ‘in santa pace’, vi si dedica in tutta la sua interezza. Quasi affettuosa è la postura della sua mano sinistra.

Purtroppo il mondo contemporaneo non invita alla Pax. I fatti internazionali (ma anche i locali) mostrano l’imperare dell’avidità, e la stretta dei ‘malvagi’ che hanno potere sul poco che resta a famiglie, imprese, anche istituzioni, si fa più forte, quanto meno resta da spremere. La vita di tutti i giorni quindi non aiuta chi vorrebbe realizzare quell’una dispositione di se stessi necessaria ad ogni piccola operazione di Laboratorio, con implicazione su sicurezza ed efficacia di quel che si fa e con palpabili influenze sui risultati.

Spesso per questo si tende a rimpiangere il mondo antico, o anche i ‘vecchi tempi‘ di una o due generazioni fa: tuttavia anche da allora si possono individuare, nelle tracce che persone sensibili lasciano nella loro musica, il disagio, il dolore, persino l’angoscia di chi vede sfuggire la pace che cerca.

Essa è un bene prezioso, se una delle invocazioni del Proprio della Messa Latina, guarda caso quella all’Agnus Dei, simbolo tanto caro agli Alchimisti, alla terza ripetizione sostituisce al testo ‘Miserere nobis‘ (Abbi pietà di noi) quello di ‘Dona nobis Pacem‘. Eccone la declinazione, espressiva e struggente, di Lorenzo Perosi nella sua Missa II Pontificalis: l’atmosfera, generalmente serena, della prima parte, nel finale contiene una concitazione, espressa in forma di canone o comunque in una sorta di allitterazione sonora delle parole ‘Dona nobis‘ per poi concludersi, con quella che a me pare non pace, ma rassegnazione, sulla parola ‘Pacem

Non è da meno Antonio Vivaldi, nel suo celebre ‘Gloria‘ (che inizia con sonorità chiare e gioiose come il suo tono, adatto ad oboi e trombe, in Re maggiore), che muta bruscamente atmosfera nel successivo ‘Et in terra pax‘, vissuto come una preghiera: un brano pieno di crescendi, mirabilmente resi con serie di note e di piani sonori tendenti all’acuto ma risolventisi costantemente verso il piano ed il grave. All’anelito, alla preghiera Vivaldi aggiunge la pena, la frustrazione dell’uomo per il suo mancato raggiungimento, per quanto fortemente egli possa tentare.

Mi trovo in questi giorni in piena empatia con questi due amati compositori, cercando una pace necessaria che sembra sempre sfuggire. Ne traggo l’insegnamento, ahimè, che non sia di questo mondo, ed il proposito di cercarla laddove sta, nel Soprannaturale. Ma somiglia tanto, questo, al paradosso del Fuoco Segreto: per fabbricare il Fuoco segreto bisogna avere il Fuoco segreto.

Che la pace sia con voi, e lasciatene un po’ anche per me.

Chemyst

Le Fughe Musicali dell’Atalanta Fugiens

Cari Compagni di Cerca,

con un po’ di emozione vi annuncio che il 7 agosto si terrà in quel di Rovigo un’interessante (spero) conferenza: eccovi le note di presentazione sul sito di RMA – Rovigo Musica Antica:

Giovedì, 7 agosto h. 21

L’Atalanta Fugiens di Michael Maier, ovvero l’arte della musica

Pescheria Nuova, Corso del Popolo, Rovigo, RO, Italia

Conferenza

Luca Dragani e Captain Nemo, relatori

“L’Atalanta Fugiens di Michael Maier è un trattato di Alchimia operativa del XVII secolo. E’ da considerare un’opera ‘multimediale‘, secondo l’accezione odierna del termine, in quanto utilizza multiple modalità sensoriali (immagine, epigramma, discorso, musica) per suggerire al lettore quello che, secondo tradizione, non può essere esposto in chiaro.

Il contenuto musicale dell’Atalanta Fugiens, che da sempre divide coloro che se ne sono occupati a vario titolo, trova in questo una parziale spiegazione, laddove il risultato musicale appare erroneo o musicalmente povero. A conferma di ciò, accanto a composizioni poco interessanti ve ne sono altre anche molto belle.

L’impianto compositivo si basa su tre ‘personaggi‘ del mito: l’Atalanta (ninfa di grande bellezza e dotata di velocità nella corsa, che ‘fugge‘ ed espone un tema, declinato in canone a differenti intervalli dal suo pretendente, Ippomene, attorno ad un tema fisso, un ‘tenor’, chiamato ‘Pomum morans‘, dai tre pomi d’oro che Ippomene aveva ricevuto da Venere per distrarre Atalanta e ritardarla nella sua corsa, consentendo così al pretendente di averla in sposa. Sotto questi veli mitologici e musicali, tuttavia, l’Atalanta Fugiens resta un manuale operativo di laboratorio nel quale l’Autore fotografa momenti di operazioni secondo la cosiddetta ‘Via Secca‘.

La conferenza, nei limiti del tempo consentito, tende ad inquadrare il lavoro di Maier da un punto di vista sia musicale che alchemico, con l’aiuto, come nelle intenzioni originali, di immagini, discorsi e con la musica mediante l’esecuzione di sei fra le più significative fughe ad opera della classe di Canto del M° W. Testolin. “

Spero che chi si trovi in zona possa intervenire: oltre a reincontrare vecchi amici, l’occasione è ghiotta poiché Walter Testolin è un grande maestro, un notevole cantante e da tempo ci eravamo accorti di una sua particolare attenzione a temi dell’antica polifonia attinenti alla nostra Arte.

Con affetto,

Chemyst